domenica, Novembre 17

Regno Unito: rivelato il possibile piano post-Brexit per l’immigrazione La questione degli immigrati dall'Unione è stata il tema chiave per la campagna dei 'brexiter'

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Prodotto dall’Home Secretary (il Ministero dell’Interno britannico), fa già discutere il documento trapelato dagli uffici di westminster e pubblicato dal ‘Guardian – quotidiano inglese – che stila le future politiche sull’immigrazione che il Governo implementerà una volta completato il processo di uscita dall’Unione Europea.

C’è da specificare che il documento di 82 pagine, dal titolo ‘Sistema per i confini, l’immigrazione e la cittadinanza dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea’, non è stato ancora ufficialmente approvato dall’esecutivo di Theresa May, né può essere implementato senza un accordo con le autorità di Bruxelles, ma suggerisce qual è la posizione del Governo britannico sulla questione dell’immigrazione dal Continente, argomento chiave della campagna per il ‘Brexit’

«Non si tratta di fermare l’immigrazione dall’Unione Europea», si legge, «ma ci saranno cambiamenti fondamentali nelle nostre politiche, e il Governo potrà prendere una posizione sui bisogni sociali ed economici della nazione riguardo all’immigrazione, invece che lasciare le decisione interamente ai cittadini europei e ai datori di lavoro».

Non una chiusura totale delle frontiere, ma un approccio pragmatico: corsia preferenziale per i permessi di soggiorno e i documenti necessari per trovare alloggio, accedere al mercato del lavoro e ottenere una copertura sanitaria, solo per gli immigrati più qualificati e di cui il Regno Unito ha bisogno. «Per essere considerata utile all’intera nazione, l’immigrazione dovrebbe beneficiare non solo gli immigrati ma anche i residenti», indica il documento.

Per questo motivo, solo i migliori – o quelli che Londra riterrà essere tali – otterranno i permessi di soggiorno più ambiti: Esperienza lavorativa in settori particolarmente importanti per l’economia britannica, titolo di studio, fedina penale contribuiranno a valutare il potenziale neocittadino britannico. Per chi non potrà vantare queste caratteristiche saranno disponibili solo permessi di residenza per (relativamente) brevi periodi: due anni, invece che cinque.

Addio anche al riconoscimento degli ID e delle Carte d’Identità in viaggio, fino a oggi valide per virtualmente qualsiasi operazione (dal passaggio in aeroporto, alla prenotazione di una visita medica), ma che – se il piano dovesse essere implementato – dovranno essere sostituite dal passaporto nazionale. Documento, questo, essenziale anche ai viaggiatori che si recheranno in Regno Unito solo per turismo.

Le 82 pagine pubblicate dal Guardian vanno però, come si suol dire, prese con le pinze: anche se la questione della politica sull’apertura del Paese agli emigranti economici è tra le più importanti per la Gran Bretagna post-brexit, l’obiettivo dichiarato da questo documento è solo quello di annullare la vecchia legislazione europea sul libero movimento delle persone. Ulteriori modifiche veranno poi discusse in una seconda legislazione.

Viene ritrattato, per esempio, il concetto di ‘famiglia allargata’ riconosciuto dalle Corti europee. Le politiche per il ricongiungimento familiare «non applicheranno più la definizione dell’Unione Europea di ‘famiglia allargata’, in cui non esistono virtualmente limiti alla distanza delle parentele tra il cittadino europeo e il membro della famiglia allargata finchè i due forniscono una valida prova della parentela». Solo la ‘stretta parentela’ verrà dunque considerata valida: «il partner, i bambini sotto i diciotto anni e gli adulti che dipendono dai propri genitori», riporta il ‘Guardian’.

Il documento rassicurerà gli ‘hard brexiter’ più decisi: che il tema dell’immigrazione fosse la preoccupazione numero uno per chi supportava l’uscita della Gran Bretagna dal club europeo, stando ai sondaggi condotti in periodo di campagna referendaria, non è mai stata una sorpresa. Anche per questo motivo il ‘compromesso’ con Bruxelles che l’ex Primo Ministro David Cameron intendeva proporre come alternativa a un’uscita vera e propria dall’Unione non aveva convinto i britannici: la libertà di movimento all’interno dell’UE è considarata uno dei pilastri dell’Europa e un ‘principio non negoziabile’ dai burocrati e governanti di Bruxelles.

Non avevano poi aiutato la campagna dei ‘remainer’ neppure i trend che, proprio quando i due schieramenti dibattevano la questione migratoria, indicavano come il flusso di immigrati provenienti dal Continente fosse sempre più vicino a quello di migranti dalle nazioni extraeuropee (India e Pakistan in primis): per un breve periodo nella primavera del 2016 gli arrivi dall’Unione Europea avevano addirittura superato quelli dai cosiddetti ‘territori oltremare’. L’immigrazione dal Continente sembrava essere in leggera discesa dal picco del 2006, ma è tornata a crescere velocemente dal 2012. In continua diminuzione, invece, l’emigrazione di cittadini britannici verso i Paesi dell’Unione.

Secondo i dati del ‘Migration Observatory’ di Oxford, il 45% dei migranti economici dal Continente diretti verso il Regno Unito ha già un lavoro assicurato. Resta comunque importante la fetta di immigrati che parte con la speranza di trovare un’occupazione una volta arrivati nel Regno Unito (percentuale particolarmente alta tra gli est-europei, circa il 35%). Seguono poi gli studenti iscritti alle università britanniche e i familiari degli immigrati.

Se si considerano le singole nazioni di nascita degli immigrati in Gran Bretagna, osservando i dati del 2016, è la Polonia a spiccare: più di 900.000 sono i cittadini polacchi che vivono in Regno Unito – un numero più alto del totale dei britannici che vivono nell’intera Unione Europea. Seguono India, Pakistan e Irlanda, con 800, 500 e quasi 400mila cittadini residenti. L’Italia ricopre la decima posizione (e la quinta se si considerano solo nazioni europee), con circa 200mila connazionali in Gran Bretagna.

Un numero importante, che non è sfuggito allo sguardo degli inglesi: tradizionalmente, almeno dal secondo dopoguerra, è sempre stata la Germania il Paese che ha attratto il maggior numero di lavoratori italiani. Dal 2014 non è più così: l’italiano che emigra punta ora al Regno Unito (seguono Germania, Svizzera e Francia). Anche per questo motivo la notizia della vittoria della ‘brexit’ e dell’imminente separazione tra gli anglosassoni e il Continente sembrava aver deluso la grande comunità italiana.

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