lunedì, Agosto 10

Regionali: risultati a 5 Stelle

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Dalle urne di queste elezioni regionali escono molte sorprese e una certezza: il renzismo non sfonda nei cuori (e nei portafogli) degli italiani. Il Pd si porta a casa 5 regioni su 7, ma precipita dal 40% delle Europee al 25,2. Matteo Renzi, che stamane è volato a sorpresa in Afghanistan per sfuggire all’aria di fronda che tira, è però costretto a cadere nel mortifero abbraccio del ‘ras’ Vincenzo De Luca (su cui pende la spada di Damocle della sospensione) per mostrare il volto vincente di un Pd che, invece, annaspa vistosamente. A bruciare è soprattutto la sconfitta di Raffaella Paita in Liguria (l’Ohio italiano, vero e proprio swing State, Stato in bilico) per mano della ‘creatura’ berlusconiana Giovanni Toti. Tutta colpa dei ‘traditori’ che hanno appoggiato Luca Pastorino, malignano da Palazzo Chigi, omettendo volontariamente, però, che chi ha votato a Sinistra mai lo avrebbe fatto per la Paita. I due dati numerici che, invece, emergono con più limpidezza sono l’astensionismo record (quasi un elettore su due ha preferito il mare al voto) e la netta affermazione del M5S, in crescita costante ed omogenea su tutto il territorio nazionale e confermatissimo secondo partito nel Paese, nonché primo in tre regioni: Puglia, Campania e Liguria. Bene, come da pronostico, la Lega a trazione salviniana, stravincente con Luca Zaia in Veneto che ‘strucca’ Alessandra Moretti, e in esponenziale ascesa un po’ dappertutto. Silvio Berlusconi riemerge dalloblio politico grazie al succitato Toti e al colpo sfiorato in Umbria, ma nel resto d’Italia FI è un disastro, soprattutto in Puglia dove Adriana Poli Bortone è stata ‘sverniciata’ persino dal sulfureo portabandiera di fittiani e alfaniani Francesco Schittulli. Già, i centristi. Il partitino ministeriale di Angelino Alfano sta velocemente scomparendo dalle statistiche insieme all’alleato Udc, ma loro hanno la faccia tosta di andare lo stesso in tv a rivendicare il buon risultato ottenuto dagli ininfluenti Flavio Tosi e, appunto, Schittulli. Ma non solo, perché Gaetano Quagliariello minaccia addirittura di uscire dalla maggioranza se lItalicum non cambia.
Giovanni Toti, lo ‘yoghi azzurro’ che tutti descrivevano come una meteora della politica, un robot ventriloquo al fedele servizio di Silvio Berlusconi, è riuscito nella titanica impresa di prendersi la Liguria, lasciando al palo la favorita candidata di bandiera del Sistema Democratico-burlandiano Raffaella Paita. Questo dato è forse lo specchio più limpido delle contraddizioni in cui è piombata la narrazione renziana di un Paese raccontato fino a ieri come calorosamente stretto intorno all’amato Premier di Rignano, impegnato a preparare salvifiche ricette fatte di Riforme ed inguaribile ottimismo. Scontata la vittoria nelle regioni tradizionalmente ‘rosse’ (anche se di rosso nel PD non c’è rimasta nemmeno la D) con Enrico Rossi in Toscana, Luca Ceriscioli nelle Marche e Catiuscia Marini in Umbria (anche se col brivido).

Più che prevedibile anche il trionfo del ‘battitore libero’ Michele Emiliano in Puglia, favorito dalla guerra per bande scoppiata nel centrodestra. Matteo puntava tutto sulla Liguria, ben consapevole che il pronosticato successo dell’impresentabile Vincenzo De Luca avrebbe potuto portare più imbarazzi che allori. E, infatti, lo Sceriffo salernitano, stando almeno al combinato disposto da legge severino e Statuto regionale campano, dovrebbe essere sospeso non appena la Corte d’Appello proclamerà gli eletti, senza possibilità di nominare un sostituto. Condizionale d’obbligo perché non sono escluse sorprese. Ma i liguri hanno abbandonato il ‘caro Premier’, forse a causa dell’impresentabile Paita il cui nome rimarrà indelebilmente legato alla tragica alluvione del 2014, per sposare l’ombrellone o, cosa ancor più preoccupante, per dare fiducia agli odiati grillini. Oggi il Vice Segretario Debora Serracchiani, spalleggiata dall’inerte Presidente del partito Matteo Orfini, prova a tenere in piedi la malandata baracca del Pd con una dichiarazione che più di circostanza non si può. «Il risultato è un netto e chiaro 5 a 2 e l’orizzonte del governo resta il 2018», conferma a denti stretti la Governatrice del Friuli. Ma i segnali che arrivano da Sinistra lasciano trasparire un futuro turbolento. Se Gianni Cuperlo nega di puntare alla scissione, ma pretende un chiarimento, Pippo Civati, che l’autoscissione dal Pd l’ha già fatta, vede già lo spazio per un «nuovo partito». E Stefano Fassina apre il processo alle politiche liberiste del Premier.
Il buongiorno si vede dal mattino per il M5S. Beppe Grillo pubblica un post sul suo blog che sprizza gioia da tutti i pori e fa dimenticare l’amaro Maalox ingurgitato dopo le elezioni Europee del 2014. «Il primo grazie (di cuore) va a De Luca, ineleggibile e impresentabile, che ha mostrato il vero volto del Pd della (il)legalità», esordisce il guru a 5Stelle attaccando il ‘sistema De Luc’a che ha trionfato in Campania. Scontati i ringraziamenti anche a candidati, attivisti ed elettori pentastellati. Molto meno quelli «a chi ha ridimensionato il partito dell’innominabile (Renzi ndr) e lo ha portato a percentuali più consone (metà rispetto alle europee) alla sua (non) azione di governo». Rifiutando a priori l’ipotesi di qualsiasi alleanza o inciucio con i partiti della Casta, perché «non si gestisce un Paese con le menzogne» come fa Renzi, Grillo ricorda che «il M5S voterà in consiglio regionale (e in Parlamento) ogni proposta che sia contenuta nel suo programma o che porti un beneficio ai cittadini».

Già detto di Toti, passiamo ad analizzare gioie e dolori elettorali del centrodestra. Di Silvio Berlusconi non si riesce sinceramente a capire se sia a un passo dalla resurrezione o ad un centimetro dal tracollo definitivo. Vero è che là dove la destra si è presentata unita ha fatto il colpaccio (Liguria) o lo ha sfiorato (Umbria). Ma risulta altrettanto lampante che il berlusconismo stia volgendo verso il viale del tramonto, al momento indegnamente sostituito da Raffaele Fitto che, con il suo movimento ad personam, non sembra poter andare al di là di un destino da familistico raccoglitore di preferenze a livello locale. Negativi anche i flebili segnali che arrivano dagli alfaniani. Oggi Gaetano Quagliariello mette in mostra tutta la sua faccia di bronzo per rivendicare di essere «decisivi per la vittoria di Toti in Liguria». Contento lui. Ma la contraddizione insanabile del duo Ncd-Udc di porsi come solida spalla del Governo Renzi mentre si battono le piazze (o forse gli ingressi dei condomini) promettendo la riunificazione del centrodestra, sembra destinare i centristi ad una ignominiosa uscita di scena.

A tenere alta la bandiera dell’antirenzismo ci sarebbe rimasto Matteo Salvini. L’usato sicuro rappresentato da Luca Zaia in Veneto ha letteralmente asfaltato il make-up fatto di fresco della ladylike della politica italiana, Alessandra Moretti, spedita nella roccaforte leghista da Matteo per portare a termine una mission impossible che, infatti, si è rivelata veramente impossible. Umiliato anche il dissidente di lusso Flavio Tosi, finito a pietire voti proprio ai suddetti centristi per farsi coraggio a vicenda. La Lega tutta ‘fuoco ai campi rom’ e ‘bombe sui barconi dei migranti’ sfonda in Toscana, dove diventa secondo partito e fa segnare percentuali lusinghiere un po’ dappertutto, anche al centro-sud. Ma alla candidatura dell’altro Matteo ad unico competitor di Renzi, non si sa perché, non ci crede nessuno, anche se lui si propone come «alternativa di governo».

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