domenica, Giugno 7

Regimi fiscali che diffondono il coronavirus Il regime fiscale delle grandi imprese ha alimentato la disuguaglianza, che è un importante vettore per la diffusione del coronavirus. A dimostrarlo una ricerca londinese di Sandy Hager, e Joseph Baines

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Il regime fiscale, soprattutto quello chepremiale grandi aziende, ha alimentato la disuguaglianza, la quale è -oramai appare chiaroun «un importante vettore per la diffusione del coronavirus Covid-19». Infatti, «molte persone a basso reddito sono costrette a fare la scelta straziante tra andare al lavoro e potenzialmente contrarre e diffondere il coronavirus, o rimanere a casa e non riuscire a sbarcare il lunario». E’ la conclusione di Sandy Hager, docente di politica economica internazionale alla City University of London, in uno studio condotto insieme a Joseph Baines del King’s College of London.

Tesi che, da un tipo di angolatura diversa, èsostenuta anche da Grace A. Noppert, dell’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, la quale sottolinea come «le comunità povere sono punti caldi per la trasmissione di COVID-19. Il tasso di mortalità per COVID-19 sembra essere incredibilmente alto tra gli afroamericanirispetto ai bianchi. Il ‘Washington Post’ riporta, ad esempio, che mentre il 14% della popolazione del Michigan è nera, il 40% delle morti per COVID-19 sono tra i neri». Alla base di questa situazione, secondo Noppert, la stessa motivazione: «Nel contesto dell’attuale pandemia, i neri hanno maggiori probabilità di avere lavori a basso reddito che non consentono opzioni di lavoro a distanza o offrono assicurazione sanitaria o congedi medici retribuiti».
Chema Vera, direttore esecutivo ad interim di OXFAM International, spiega nei dettagli come in questa crisi i più esposti siano i Paesi dove più accentuate sono le disuguaglianze, perché il virus prospera proprio nelle disuguaglianze.

«La pandemia di coronavirus sta sconvolgendo i mercati finanziari, perturbando le catene di approvvigionamento e riducendo drasticamente gli acquisti dei consumatori», afferma Hager. «La crisi sta colpendo in modo particolarmente violento le compagnie aeree, i negozi delle grandi arterie commerciali e sta decimando molte piccole aziende. Purtroppo, questo si sta rivelando devastante per milioni di lavoratori precari e a basso reddito in tutto il mondo». Difronte a questa situazione, molti governi hanno annunciato stimoli economici per aziende e privati, secondo Hager eBaines ciò distoglie l’attenzione dal vero problemache la loro ricerca evidenzia: i regimi fiscali che«lasciano la società più vulnerabile alla pandemia». Le disuguaglianze fiscali tra le grandi e le piccole aziende e quelle tra le famiglie ad alto e quelle a basso reddito determinano il logoramento del tessuto sociale, «attraverso il quale il coronavirus può diffondersi rapidamente».

I due studiosi ripercorrono il sistema delle aliquote fiscali nel corso degli ultimi decenni prendendo in esame la situazione negli Stati Uniti. Il «sistema fiscale mondiale era progressivo negli anni ’70, con le società più grandi che pagano aliquote leggermente più alte rispetto a quelle più piccole. A metà degli anni ’80 il sistema era diventato fortemente regressivo e da allora è rimasto tale. Per il 2015-18, le società più piccole quotate in borsa pagavano effettivamente un’aliquota del 41% sui loro profitti, mentre le società più grandi pagavano il 28%»
L‘intero sistema nazionale americano delle imposte, sia a livello federale che statale, «è stato costantemente orientato verso le grandi società a partire dalla metà degli anni ’80».
Circa il quanto le società americane pagano agli altri Paesi, il «tasso è sceso drasticamente sia per le grandi che per le piccole aziende, secondo l’opinione comune che la concorrenza fiscale si è intensificata con la globalizzazione. Fino alla fine degli anni ’90, tuttavia, la struttura fiscale estera negli Stati Uniti era progressiva, il che significa che le società più grandi pagavano di più. Ora la situazione si è invertita».

Il sistema fiscale così «incoraggia le aziende a concentrarsi in entità sempre più grandi. Negli ultimi anni ci sono state preoccupazioni crescenti circa il predominio delle grandi imprese nelle economie avanzate, compresi gli Stati Uniti. Gli studi dimostrano che, man mano che le grandi imprese ottenevano maggiori percentuali di ricavi, profitti e attività, chiedevano anche prezzi più alti, pagavano stipendi più bassi, fornivano beni e servizi di qualità inferiore e ridimensionavano l’innovazione e gli investimenti».
La maggior parte del
dibattito politico si è concentrata sulla legislazione antitrust dei governi per porre rimedio a questa concentrazione. «La nostra ricerca suggerisce che, come minimo, l’imposta sulle società dovrebbe essere parte del dibattito: il sistema fiscale globale premia le società per aver raggiunto una dimensione che in realtà è negativa per la società. Questo può limitare la nostra capacità di mitigare la diffusione del coronavirus».

Un caso preso in esame per dimostrare questa tesi è quello del «settore farmaceutico, notoriamente concentrato, che già prima dell’arrivo della pandemia era accusato di un crescente problema di carenza di farmaci in parte a causa le decisioni aziendali di interrompere la produzione di vecchi prodotti che non erano abbastanza redditizi. I lobbisti delle grandi case farmaceutiche sono riusciti a bloccare i provvedimenti di stanziamento di fondi di emergenza coronavirus da 8,3 miliardi di dollari (6,7 miliardi di sterline) che avrebbe affrontato la questione dei prezzi sleali e quindi avrebbe minacciato i diritti di proprietà intellettuale delle aziende sui farmaci essenziali».

Il vantaggio fiscale delle grandi aziende contribuisce anche ad aumentare le disuguaglianze tra le famiglie. I sostenitori spesso sostengono che il risparmio fiscale consenta alle imprese di aumentare la capacità produttiva, l’occupazione e gli stipendi, e quindi di creare una prosperità diffusa. Eppure la nostra ricerca dimostra che, mentre il tasso di pagamento diminuisce in tutto il mondo, le grandi imprese riducono le loro spese in conto capitale».

Allora, se le grandi aziende non stanno usando le loro entrate fiscali per espandere la capacità produttiva, che cosa ci stanno facendo? «Secondo le nostre conclusioni, stanno arricchendo i loro azionisti. Negli anni ’70, le grandi società hanno stanziato 30 centesimi per il pagamento dei dividendi e il riacquisto di azioni per ogni dollaro di spesa in conto capitale. Dal 2010 al 2018, l’importo che hanno speso per arricchire i loro azionisti è balzato a 93 centesimi. Questo aumento non sarebbe stato un problema se la proprietà delle azioni fosse stata ampiamente distribuita, ma non lo è. L’1% delle famiglie americane possiede, direttamente o indirettamente, il 40% di tutte le azioni societarie, e il primo 10% delle famiglie ne possiede l’84%».

La conclusione, quindi, è che «il regime fiscale delle imprese ha alimentato la disuguaglianza,che è un importante vettore per la diffusione del coronavirus». Per tanto, le misure di sostegno immaginate dai governi in questa emergenza, sono positive di per se, perché tentano di migliorare i problemi che il regime fiscale regressivo ha contribuito a creare, ma bisogna sfruttare «questa crisi anche come un’opportunità per riformare il sistema fiscale in modo che aiuti a limitare le disuguaglianze e a ridurre la concentrazione delle aziende».

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