venerdì, Febbraio 21

Regeni: la verità bloccata dagli affari field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


Non sanno più che inventarsi in Egitto per non rompere con l’Italia. Ogni giorno parlano di nuove inchieste per trovare finalmente una verità che soddisfi i familiari e gli amici di Giulio Regeni, nonché i politici che (per mestiere) devono fare la voce grossa. Ma la verità al Cairo la conoscono molto bene, solo che è difficile ammetterla. Basta seguire la denuncia di Amnesty International che ha monitorato una situazione drammatica: l’anno scorso ci sono stati 464 casi di sparizione forzata in carceri e basi militari, 1676 casi di tortura, dei quali 500 finiti con la morte dei prigionieri. Cinquecento, capito? Non va meglio quest’anno, nei primi tre mesi sono sparite 88 persone, otto già sono state ritrovate morte. Non solo il ricercatore italiano, dunque, ma una serie incredibile di desaparecidos (e di vittime) nella terra di Abd al-Fattah al-Sisi, un militare che ha preso il potere nel giugno del 2014, uno dal pugno duro, senza pietà per qualsiasi vento di opposizione.

Per capire quanto sia ingenuamente falsa l’ultima (per ora) versione egiziana sulla morte di Giulio Regeni basta fare i cronisti. Cioè mettere in fila tutti gli elementi fasulli messi in mostra dal Governo del Cairo, convinti che noi abboccassimo.
Primo elemento: dice la Polizia che l’italiano è stato ucciso in un tentativo di rapina da quella «banda specializzata in rapimenti di stranieri». Allora è un rapimento o una rapina? Di sicuro sono stati ritrovati in casa i 300 euro che Giulio teneva per le emergenze e anche sul bancomat nero, fra i reperti mostrati, non c’è traccia di movimenti: 800 euro c’erano e 800 euro ci sono. L’unica cosa di valore era il computer, ma è stato ritrovato al suo posto, nel solito cassetto.
Secondo elemento: l’autopsia italiana non lascia dubbi, Regeni è stato ucciso sette giorni dopo il rapimento. E il corpo mostra inequivocabili segni di tortura, venti fratture, bruciature di sigarette, lesioni interne, rottura della colonna vertebrale causa della morte, un trattamento da professionisti più che una reazione scomposta a chi si difende da una rapina.
Terzo elemento, il più inquinato. Il Ministero dice che il borsone rosso con gli effetti personali è stato ritrovato in casa del capo della banda di rapitori, Tarek Abdel Fatah, la Polizia dice, invece, che è stata  ritrovata nella sua auto. Ma c’è di più. La moglie di Tarek sostiene che il borsone è arrivato in casa solo da cinque giorni (e Regeni è morto due mesi fa), mentre la sorella è convinta che il fratello l’ha portato in casa solo il giorno prima di essere ucciso. Non è ancora tutto. Il borsone, con lo stemma dell’Italia, intanto, non è proprio di Giulio: lo hanno confermato tutti gli amici. In quel borsone-farlocco sono stati ritrovati il passaporto, la carta di credito, il bancomat, badge universitari, un paio di occhiali da sole e quindici grammi di hascisc. Mohammed el Sayed, avvocato coinquilino di Giulio, ha smentito categoricamente: l’italiano non fumava droga. E Amr Asaad, altro amico di Regeni, ha smentito che quegli occhiali fossero i suoi.

Una serie inaudita di menzogne, dunque, che arriva dopo tante altre menzogne e depistaggi spesso puerili. La verità è che Giulio Regeni è stato preso il giorno dell’anniversario di piazza Tahir: uno studente straniero, amico dei sindacalisti, perfetto nemico del regime. Difficile che quel giorno, blindatissimo, girassero rapinatori. Come da tempo sostengono le Ong locali che protestano contro le centinaia di arresti abusivi, più facile che girassero squadracce al soldo dei servizi segreti. Ma non basta uccidere quei banditi per mettere in piedi una verità non vera.

Veniamo dunque al punto cruciale. Regeni ha fatto, purtroppo, la fine di tanti, troppi oppositori e al Sisi non potrà mai confessarlo, anche se probabilmente non era a conoscenza di quel giovane cocciuto italiano. Perché gli ordini erano chiari: colpire chiunque si fosse messo di traverso ai progetti governativi, che, guarda caso, al primo punto sono soprattutto economici, unica via (ha ammesso il Presidente) per la ‘stabilizzazione politica’. E come può l’Egitto rinunciare all’Italia che ha in cantiere importanti nuove grandi opportunità?

Lo stesso Matteo Renzi lo aveva sottolineato, davanti ad al Sisi, proprio nel marzo scorso a Sharm el Sheikh, parole che adesso appaiono imbarazzanti: «L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership, nelle sue riforme macroeconomiche, in favore della prosperità e della stabilità». In mezzo a questi megaprogetti è comparso all’improvviso un giovane italiano che è finito massacrato, pagando fin troppo duramente la sua voglia di giustizia. «Purtroppo Giulio è morto nello stesso modo di molti egiziani», diceva un amico del ricercatore, durante una veglia davanti all’Ambasciata italiana al Cairo.

«L’Egitto è un nostro partner strategico e ha un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della regione», ha detto il Ministro Paolo Gentiloni. Senza dubbio: l’Egitto, novanta milioni di abitanti, è lo spartiacque tra Africa e Medio Oriente, è certamente decisivo per un nuovo equilibrio in Libia (sponsorizza ufficialmente la Cirenaica), è alleato dell’Arabia Saudita e ha interessi sicuri, quantomeno per via dei confini, nel conflitto tra Israele e Palestina.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore