lunedì, Luglio 22

Autonomia di Veneto e Lombardia: risvolti giuridici e opportunità politica Con Cesare Mainardis scopriamo cosa si può effettivamente ottenere con i due referendum

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In un momento storico segnato da tornate elettorali e referendarie decisive per il futuro dell’Europa (e non solo), due consultazioni concomitanti nella tempistica e nell’oggetto stanno ancora passando in secondo piano. Il 22 ottobre prossimo in Veneto e Lombardia si terranno due referendum distinti ma entrambi finalizzati all’ottenimento di maggiori spazi di autonomia per le due regioni settentrionali.

Varie dinamiche e quesiti ruotano attorno all’iniziativa delle due giunte a guida leghista.
Da una parte la storica lotta per il federalismo, sostanzialmente abbandonata negli ultimi anni a guida Salvini, e che tornando nell’agenda del Carroccio potrebbe smuovere le acque all’interno del partito anche in vista delle prossime elezioni nazionali. Un mantra dal quale sono derivate uno spettro di proposte che vanno dal federalismo fiscale allo pseudo referendum online per la secessione del Veneto.
Dall’altra la reazione della controparte principale in un dialogo per la maggiore autonomia, lo Stato centrale, e quindi l’intreccio con le vicende del governo Gentiloni, con l’ombra del neo rieletto segretario del Partito Democratico Matteo Renzi sempre presente sull’esecutivo post-4 dicembre.

Però, aldilà delle questioni di mera opportunità politica, è forse più importante focalizzare l’attenzione sui risvolti concreti e sostanziali che, dal punto di vista giuridico, scaturiranno da una tornata referendaria già definita inutile e costosa dal Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, già consigliere regionale in Lombardia per il PD. Quindi ciò che più di ogni altra cosa deve interessare ai cittadini di Veneto e Lombardia, dove il tema è molto sentito da anni, al punto però di essere stato presupposto per promesse disattese e fiducie (mal?)riposte da una popolazione spesso in bilico tra voglia di cambiamento, disillusione e rassegnazione.

Su questo si è cercato di fare luce con l’aiuto di Cesare Mainardis, professore di Diritto Costituzionale e Diritto Regionale presso l’Università di Ferrara, volendo sondare il cuore della questione, ovvero lo strumento del referendum consultivo e i suoi effetti sui rapporti tra cittadini e istituzioni repubblicane.

Parlando in generale di referendum consultivi, qual è la loro funzione e valore all’interno del nostro ordinamento dal punto di vista sostanziale? In che misura possono essere vincolanti per indirizzare il legislatore o un governo?

Proprio nella sentenza (la n. 118/2015) avente ad oggetto la legge regionale del Veneto istitutiva del prossimo referendum, la Corte costituzionale ha ribadito che il referendum è uno strumento di raccordo tra il popolo e le istituzioni rappresentative e, anche se di natura consultiva, assolve alla funzione di avviare, influenzare o contrastare processi decisionali pubblici, per lo più di carattere normativo. Per questo, anche i referendum consultivi debbono svolgersi nelle forme e nei limiti previsti dall’ordinamento costituzionale.
Per quanto riguarda le Regioni ordinarie, è lo Statuto regionale che, ai sensi dell’art. 123 della Costituzione, detta la disciplina dei referendum regionali e nulla vieta che questi abbiano natura consultiva (così stabilisce, ad esempio, l’art. 27 dello Statuto della Regione Veneto).
Riassumendo, pertanto: i referendum consultivi sono certamente ammissibili, non producono effetti diretti sulle fonti del diritto, hanno la funzione di condizionare i processi decisionali e debbono comunque rimanere dei limiti previsti dall’ordinamento costituzionale.

Qual’è quindi il valore dei referendum consultivi sulla maggior autonomia di Veneto e Lombardia, promossi dalle rispettive giunte a guida leghista? Saranno in qualche misura direttamente vincolanti (in caso di vittoria della proposta autonomista) nel condizionare le scelte del governo su questo tema?

Da un punto giuridico, la risposta è negativa. Lo Stato non ne sarà vincolato in alcun modo. Celebrato il referendum, Regioni e Stato negozieranno eventuali maggiori forme di autonomia, per le prime, nei limiti di cui all’art. 116 Cost. (quindi sulle materie, e con le procedure previste dalla disposizione costituzionale che prevede comunque l’approvazione di una legge statale, oltretutto votata a maggioranza assoluta dalle Camere).
Da un punto di vista politico, non saprei dire quanto un voto ampiamente favorevole al quesito referendario possa costituire un elemento di “pressione” sullo Stato nelle trattative per raggiungere l’intesa con la Regione interessata (intesa che deve precedere l’approvazione della legge da parte delle Camere).

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