venerdì, Settembre 25

Referendum: siamo alla guerra per bande ‘Il Fatto Quotidiano’ irride i sostenitori del NO e definisce ‘Repubblica’ «house organ dei comitati contro la riforma». Sul referendum si gioca una partita dura e importante, oscura come poche. Non sono i singoli fatti a colpire, è il loro insieme che assomiglia pericolosamente ad un ‘progetto’

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Se volessi mettermi a cercare motivi per indicare la mia convinzione che a questo referendum per il taglio dei parlamentari si deve imperativamente votare NO, per motivi di equilibrio democratico e quindi di rispetto della Costituzione e sua difesa da scorrerie varie (e tante ne abbiamo avute, e tantissime se ne sentono ora, da chi, sempre i soliti!, spera di ricavare da un SI’ un motivo per proporne altre … in un Parlamento molto più “docile”) perderei del tempo, e io di tempo non ne ho, anche se trovare sciocchezze in merito è relativamente facile. Ma mai mi sarei aspettato, di trovare la motivazione più chiara, inequivoca e netta per il NO, neIl Fatto Quotidiano’, l’organo ufficiale di fatto (come tutto è ‘di fatto’ in quell’ambiente; che, poi, ‘di fatto’ vuol dire, me ne convinco ogni giorno di più, eterodiretto) degli stellini: gli inventori di questa proposta, in nome del ‘taglio delle poltrone’, come elegantemente hanno mostrato sulla piazza di Palazzo Chigi o di Montecitorio, non ricordo, militanti e Ministri della Repubblica: Alfonso Bonafede (Guardasigilli!!!!) e Luigi Di Maio (Ministro degli Esteri!!!!) in testa. Più vergognoso di ciò, forse, ma sono in dubbio, potrei elencare solo la piazzata, anzi, la spiaggiata, su, appunto una spiaggia (non la nomino perché sarebbe tutta pubblicità gratuita, tanto per non dimenticare la realtà) di Salvini & co., bambino -che sicuramente non andrà a scuola con la mascherina!- scarrozzato sulle moto d’acqua della Polizia incluso.

Scrive, infatti, il ‘foglio stellato’, del 5 settembre 2020, irridendo Carlo Cottarelli e i suoi conti anche sul numero dei Parlamentari nel mondo, definendo ‘Repubblica«house organ dei comitati contro la riforma».

Siamo tutti ampiamente abituati ai toni estremi e gridati di quel giornale (invero anche dell’altro, finché dura), e non ce ne stupiamo, anche se un giornale che si propone di essere ‘indipendente’, potrebbe e dovrebbe essere molto più attento, non alla moderazione, ma all’uso di toni non eccitati e eccitanti: insomma, a raccontare tutte le opinioni e poi scegliere la propria. Ma tant’è, non è il solo giornale che si comporta così, anzi, è in ottima compagnia, specie di certi ben noti giornali e giornalisti della destra ormai sempre più oltranzista di questo Paese. Ma francamente, sia o meno ‘Repubblica’ house organ di qualcosa, di e contro ‘Repubblica’ si può dire ciò che si vuole (e ricorderete che io per primo ho parlato malissimo del colpo di stato e colpo di famiglia con i quali gli agnellini se lo sono preso), come degli altri ‘fogli’ (specie elettronici) del gruppo, che hanno visibilmente cambiato linea. Ma sbeffeggiare chi, pubblicamente e senza remore particolari, sostiene una tesi diversa dalla tua, non mi sembra esattamente la cosa più corretta in termini democratici di rispetto per le idee altrui. Se poi viene da un giornale che, data la provenienza del suo ex capo, si potrebbe definire un giornale di casa, così si evitano errori di inglese, la cosa lascia molto preoccupati.

Siamo alla guerra per bande. Sul referendum evidentemente (e sì che è così, lo sto scrivendo da mesi!) si gioca una partita dura e importante, tutt’altro che trasparente, anche se oscura come poche. Non rassicurano certo questi toni violenti, non rassicurano le ‘idee’ del capo-comico che non vuole Parlamento affatto o vuole sorteggiare i deputati, non rassicura la guerra per bande all’interno del partito stellino, non rassicura il colpo di mano di pochette (l’avvocato del popolo, ma non ha mai specificato di quale) sui servizi segreti -se ne è parlato poco, troppo poco. Non sono i singoli fatti a colpire, è il loro insieme che assomiglia pericolosamente ad unprogetto’, magari strampalato, ma non si può mai dire. Strampalato, forse, in mano come pare ad un comico da avanspettacolo, ma quel ‘pare’ è diventato per me un macigno.

Insomma il disagio, il mio almeno, è forte, specie se leggo sullo stesso giornale, sempre in tono irridente, che per il NO si schierano Cirino Pomicino, Bobo Craxi e Pier Ferdinando Casini. Non esattamente, certo, campioni di democrazia e buona amministrazione, ma forse sarebbe giornalisticamente più corretto dire anche di chi altri vota NO: Emanuele Macaluso (avete letto bene, Macaluso!), Alberto Asor Rosa, Gianni Cuperlo, moltissimi costituzionalisti e, in fondo, anche io stesso. Certo, Nicola Zingaretti (leggi: Goffredo Bettini) no, lui ha fatto dire SI alla Direzione di ieri del partito, ma insomma lì, ormai, siamo agli stracci.

Quanto a Cottarelli, è sempre il solito Cottarelli. Lui sa tutto, conosce sempre tutti i numeri (come quel Mario Sechi, che li sa proprio tutti, anche quelli sbagliati), e parla sempre solo di numeri anche in materia di referendum, insomma parla sempre anche se non ha nulla di utile da dire; certo dire che oggi siamo oltre una non meglio identificata media e domani saremmo sotto, non mi sembra un discorso politico di estremamente alto livello. Ma contestarglielo dicendo che spara numeri a caso (o giù di lì) non è che sia di un livello molto superiore!
Ma ciò che colpisce, ecco perché dicevo che fornisce quel foglio proprio il motivo principale per votare NO, è il tono generale di quell’articoletto e in genere dellalineadi quel giornale, da cui risulta che chi la pensa in maniera diversa, non è uno che ha un’idea diversa, che ci ha pensato e ha degli argomenti, che ha delle preoccupazioni di carattere addirittura democratico. No, è un poltronaro e servo dell’house organ. Lo stesso giorno in cui CDP (Cassa depositi e prestiti: tutti i soldi degli italiani più ‘piccoli’) si compra l’azienda di famiglia di Andrea Marcucci e investe fiumi di denaro in TIM, azienda privata, che … resta tale! Di ciò non vi è cenno su quel foglio.

Orbene, primo: l’unicoargomentoportato a favore di questa riforma di second’ordine (qui ha ragione Flores d’Arcais sulla banalità della cosa, apparente, secondo me) è che fa risparmiare pochi soldi … al massimo 100 milioni l’anno, nulla. Ma, posto che sia di second’ordine, non si può lasciarla passare proprio perché facilita ad essere di secondo ordine e facilita operazioni che possono essere davvero traumatiche per questo Paese, specie in presenza di una consorteria di politicanti, al Governo e non, sulla cui fede democratica esistono molti motivi per dubitare, anzi, temere … di alcuni abbiamo anche già visto operativamente!

Del resto, prendete il ‘fondo’ del 5 Settembre de ‘Il Fatto’: è tutto uno sbeffeggiamento a chi, contrario, immagina scenari terribili, ecc. Ma nessuna delle obiezioni viene minimamente discussa e sisminuiscel’importanza della riforma, dicendo che è una sciocchezzuola, una bazzecola (e allora perché si fa?) e, naturalmente, trovando puntualmente la solita citazione, questa volta di Luigi Einaudi, contro le assemblee numerose. Dimenticando di dire che alla fine, anche con il suo voto, si decise che le camere dovessero essere rappresentative della popolazione e si stabilì di indicare quella proporzione in 1 a 80.000 (art. 53 del Progetto di Costituzione approvato): basta fare una divisione per vedere che oggi la rappresentanza è già largamente sotto proporzione. Solo per dire che usare frasi decontestualizzate è un comodo espediente per fare dire ad altri ciò che pensa chi glielo fa dire: detto fra di noi, non è corretto.
Per di più,
in questa situazione e con ilbicameralismo perfettoancora in atto, il rischio di una pesante involuzione antidemocratica è più vicina alla certezza che all’ipotesi.
Allo stato dei fatti, cambiamento o meno della legge elettorale (e vedrete che non cambierà affatto nel senso voluto dal PD, ammesso che serva a qualcosa, il che non è!), gli eligendi, i futuri parlamentari, saranno non solo scelti come oggi (questo è il punto!) dai partiti, ma potendone scegliere molti di meno, le possibilità di mandare in Parlamentomenti liberedecade assai stavo per dire che decade la possibilità di mandare in Parlamento ‘menti’ tout court! Saranno questi che vedete oggi sul proscenio a scegliere: ve ne fidate?

Secondo, il Parlamento sarà ancora più subissato di oggi da decreti legge e decreti legislativi e decreti e dipiciemme, ecc., per cui non avrà il modo e il tempo (sorvolo sulla competenza!) di fare altro e specialmente di fare politica nell’interesse dei cittadini e non dei partiti. Che, per di più essendo come ormai sono dei gusci vuoti (grazie anche e specialmente ai radicali e all’odio antipolitico, nato anche dalle scoperte o invenzione delle ‘caste’ e quant’altro) moltiplicheranno le proprie incompetenze attraverso un Parlamento di yesman.
Il Governo, con un Parlamento dimezzato e intasato, avrà raddoppiata la propria forza e le capacità di controllo (cioè di garanzia) del Parlamento saranno minori per non dire nulle. La vicenda torbida dei servizi segreti insegna!
E ci sarebbe da dire sullo squilibrio con le Regioni e tutto il resto, ma ormai tutti sanno tutto il necessario, credo.

Non parlo di rischi di colpi di Stato o altro, almeno per ora, e specialmente perché se sono questi i personaggi che dovrebbero farlo, possiamo al massimo farne una vaudeville … ma certo dietro di loro, spesso, ci sono strane cose, e un Parlamento silente potrebbe essere lo strumento.

Ma tornando all’inizio e per concludere. Se la sensibilità democratica di chi propende per il SI è quella che abbiamo visto, ovvero insulti, sbeffeggiamenti, preclusioni politiche fondate sul ‘foglio’ su cui si scrive o si parla, allora hanno detto proprio loro e, nella specie, l’organo ufficiale loro perché è un must, votare NO.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.