lunedì, Luglio 22

Referendum ed Italexit: ecco perché non si può fare Il costituzionalista Paolo Veronesi considera come improbabile il referendum sbandierato dal M5S

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Di referendum negli ultimi anni se n’è dovuto parlare molto. E su altri che arriveranno a toccare il tasto del rapporto tra due particolari regioni e lo Stato centrale abbiamo già discusso con un esperto della materia.

Adesso invece proviamo ad esplorare un territorio ancora più nebuloso, quello dei referendum eventuali o meglio, quello dei referendum improbabili. Perché così va definito, come spiegatoci dal costituzionalista Paolo Veronesi, quello su cui le forze più euroscettiche – su tutte ovviamente il Movimento 5 Stelle – spesso dichiarano di voler portare alle urne gli italiani: se non per un Italexit quantomeno per un uscita dall’eurozona intesa come adesione alla moneta unica.

Tra sincera volontà politica e propositi acchiappavoti di chi si batte per ottenere questa consultazione è giusto ricordare a chi vorrebbe frettolosamente rifarsi all’esempio britannico, ma prima ancora ai cittadini che sulla base di un parere poco informato potrebbero trovarsi ad essere nuovamente illusi in questo senso, quelle che sono le ragioni di diritto che impediscono una simile ipotesi. Scoprendo che un’ opportunità di potere dire la propria sul tema è stata bocciata con il risultato di un altro referendum, quello del 4 dicembre scorso, voluto e favorito in buona parte proprio da chi vorrebbe consultare il popolo per uscire dall’Euro. Quindi attenzione anche a chi suggerisce la via soft del referendum consultivo.

Professor Veronesi, è totalmente esclusa nel nostro ordinamento la possibilità che un governo possa essere vincolato ad uscire dall’eurozona tramite un referendum popolare?

Nel nostro ordinamento costituzionale lo strumento referendario non è in nessun  modo in grado di produrre l’uscita dall’eurozona. L’art. 75 della Costituzione lo esclude recisamente, laddove vieta che le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali possano essere sottoposti ad abrogazione popolare. Posto che aderiamo all’Euro in base a un trattato internazionale non potremo  quindi uscirne mediante referendum abrogativo.

Nella nostra Costituzione, poi, non sono previsti referendum consultivi o d’indirizzo. Ci furono tentativi di inserirli già durante i lavori dell’Assemblea Costituente ad opera di un giurista del calibro di Costantino Mortati, ma la linea non passò. Prevedeva, invece, strumenti di tal genere la riforma costituzionale bocciata dagli elettori nel dicembre scorso. Ma, appunto, la riforma è stata bocciata.

Quali principi guidarono i padri costituenti nell’escludere le leggi di attuazione a ratificare i trattati internazionali da quelle sottoponibili a referendum abrogativo?

I Costituenti guardavano con grande sospetto alle consultazioni dirette dei cittadini su temi specifici, dopo l’esperienza devastante dei plebisciti orchestrati durante il fascismo. Sapevano bene che gli istituti di democrazia diretta si prestano alle strumentalizzazioni politiche o all’eccitabilità del momento. Per questo ritennero di calibrare le possibilità d’azione dell’istituto referendario con quelle della più classica democrazia rappresentativa.

Volevano insomma evitare effetti che oggi diremmo populistici, stante il costante pericolo di influenzare e manovrare le consultazioni, oppure che finiscano per decidere i pochi che si recano alle urne.  E ciò specialmente nei casi in cui un’eventuale bocciatura popolare – non adeguatamente meditata – avrebbe potuto generare gravi conseguenze sul fronte della responsabilità internazionale dell’Italia, con prezzi altissimi da pagare sul piano geo-politico e delle alleanze continentali o intercontinentali. Ciò sarebbe immancabilmente accaduto ove i cittadini avessero bocciato accordi internazionali già stipulati dall’Italia, magari dovendosene poi pentire a mente fredda (un po’ come è accaduto in Inghilterra dopo la Brexit).

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