venerdì, Settembre 18

Referendum e Amministrative: nulla sarà come prima E se la generazione Schlein fosse il capolinea per Zingaretti? Nel PD si annunciano giorni da lunghi coltelli, ma anche nel M5S non c’è da stare allegri

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A memoria di voto, non c’è stata elezione sia nazionale o ‘locale’-amministrativa, che non abbia comportato una qualche conseguenza: cambi di Governo, di formule di coalizione, rimpasti. Difficile che il 20-21 novembre possa passare impunemente. Il referendum per ridurre i parlamentari (o meno) doveva passare liscio come l’olio, all’insegna del ‘tagliamo le poltrone’. Vada come vada, si è comunque creato -ed è palpabile- un vasto e trasversale fronte del NO che disattende le indicazioni dei maggiori partiti che invece danno indicazione per il SI. Spaccato il Partito Democratico; qualche maldipancia nella Lega; il Movimento 5 Stelle che si dibatte in mille contraddizioni; Fratelli d’Italia e Forza Italia che preferiscono, man mano che si avvicina al voto, un ruolo defilato.

Non c’è solo la lacerazione del referendum. Contemporaneamente si vota in sei importanti regioni. In un paio non c’è partita: il Veneto è saldamente controllato dal Presidente uscente, il leghista Luca Zaia; in Campania è data per sicura la conferma di Vincenzo De Luca, anomalo esponente del PD; non ci dovrebbero essere sorprese neppure in Liguria, saldamente controllata da Giovanni Toti, candidato del centro-destra. Restano dunque Marche, Puglia, Toscana. Tutto fa credere che le prime due regioni passeranno da una guida di centro-sinistra al centro-destra. In quanto alla Toscana, il solo fatto che sia considerata ‘contendibile’ e possibile terreno di conquista di una candidata della Lega, costituisce una sconfitta per il centro-sinistra, e segnatamente il PD. Dunque, da un 4 a 2 a favore del centro-sinistra, si potrebbe passare a un 4 a 2 a favore del centro-destra; già sarebbe una sconfitta secca, ultima di tante, con l’eccezione dell’Emilia-Romagna; se poi dovesse accadere l’impensabile fino all’altro ieri (la sconfitta in Toscana), quel 5 a 1 suonerebbe come una campana a morto per il Segretario Nicola Zingaretti.

L’arrotare di coltelli è già palpabilissimo. All’interno del PD, all’interno del M5S; all’interno dello stesso Governo di Giuseppe Conte. «Se non vogliamo crollare dobbiamo cambiare radicalmente», bofonchia un Ministro in quota Cinque Stelle. Sette parole appena, e crolla la diga faticosamente eretta dal reggente Vito Crimi, che di rimpasto e verifica di Governo non vogliono neppur sentire parlare. Dovranno invece farsene una ragione. Dopo il referendum, ma soprattutto dopo il risultato delle regionali, le cose non potranno andare come se nulla sia accaduto. Lo aveva detto, sia pure puntellando Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini, che del segretario è ‘l’ideologo’. Lo dice ora il vice-segretario del PD, Andrea Orlando: «Non si può restare fermi, qualcosa andrà fatto». Orlando, intervistato da ‘Radio 24’, sillaba: «Credo che per il Governo sia necessario fare un tagliando per affrontare una fase nuova. Non escludo che dopo il voto possa esserci un effetto sull’assetto dell’Esecutivo».

C’è chi si spinge a ipotizzare perfino una discesa in campo dello stesso Zingaretti. Che però oltre a essere Segretario del PD è anche Presidente della regione Lazio. Un suo impegno diretto nel Governo comporterebbe elezioni anticipate anche in quella regione; e il gioco oltre che pesante si farebbe complicato, andandosi ad aggiungere a quelle per il sindaco di Roma, che sembrano lontane, ma non poi tanto. Ad ogni modo si vocifera che lo stato maggiore del PD abbia affrontato la questione con Conte; quest’ultimo dietro la garanzia che la sua maggioranza non viene messa in discussione, non avrebbe posto veti particolari, se i partiti che lo sostengono raggiungeranno un accordo. E’ l’obiettivo che persegue il grande tessitore Dario Franceschini, che sogna per sé, come epilogo, un mandato al Quirinale.

Come sia, all’interno della maggioranza le acque sono più agitate di quelle dello stretto di Capo Horn. Se il PD piange, il M5S certo non ride, da questo punto di vista. Luigi Di Maio fa sapere che «ora siamo concentrati sul referendum e sul Recovery fund; ne parleremo dopo le regionali». Più esplicito Stefano Buffagni, che chiede «un forte rinnovamento della squadra». Si indicano anche i ‘sacrificabilidel Movimento: Nunzia Catalfo, accusata di essere troppo supina al volere dei sindacati; e Lucia Azzolina, per la gestione assai discutibile della scuola. A rischio Riccardo Fraccaro, che Ministro non è ma è come se lo fosse per la pesante casella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, accusato di essersi lasciato scappare dalle sue competenze i dossier più importanti e delicati; e pericolante anche il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: potrebbe essere sostituito come capo delegazione M5S.

A complicare il quadro, Matteo Renzi. Con la sua Italia Viva è ben lontano da quel 7-8 per cento che sperava di raggranellare; quanto a stringere la mano che gli tende il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, e rientrare nel PD, magari assieme all’odiato Pierluigi Bersani, per ora non se ne parla: è un futuribile che non compare nella sua agenda. Del resto la strumentalità della proposta Bonaccini è trasparente: un guanto di sfida a Zingaretti, ma i tempi sono ancora acerbi perché a certi disegni si dia compimento.
Renzi, tuttavia, in caso di rimpasto, potrebbe accampare rivendicazioni. Per esempio, una opzione su un Ministero ‘pesante’, come quello dei Trasporti. Insomma, una quantità di tessere per un mosaico difficile da comporre.

Per questo Zingaretti, nell’intervento con cui ha chiuso la festa dell’Unità a Modena, cerca di alzare l’asticella: «Non è in gioco un governo o un leader, ma la tenuta del Paese»; poi l’avvertimento, a Conte e agli altri leader della coalizione: «Chiederemo rigore assoluto al Governo che sentiamo nostro e sosteniamo ma ora dovremo dire basta ai troppi se, alle attese e ai ritardi e ai nostri alleati mi permetto di dire: basta con l’ipocrisia di essere alleati ma in tv fare la parte degli avversari, perché questo logora. Serve progettualità: non si fugge da questo. Se la posta in gioco è questa, occorre un passo in avanti. Siamo uniti non per occupare poltrone, ma realizzare un programma di rinascita e giustizia italiana. Non abbiamo molto tempo».

Vasto programma, per parafrasare il generale Charles De Gaulle. Inevitabile, comunque, una chiosa: che accade sel’avvertimentodi Zingaretti, al pari dei precedenti, non viene raccolto, e soprattutto se alle elezioni amministrative il PD dovesse perdere Marche, Puglia, Toscana
Negli ultimi tempi sono ben pochi i volti nuovi
, le energie fresche ed empatiche che si sonorivelatenel campo del centro-sinistra.
Uno di questivoltisi chiama Elly Schlein: 35 anni, nata a Lugano, figlia di Melvin Schlein, statunitense ebreo, professore emerito di scienza della politica e storia alla Franklin University di Lugano in Svizzera, e di Maria Paola Viviani, italiana, professoressa ordinaria di diritto pubblico comparato presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Insubria. Nel 2004 la maturità al liceo cantonale di Lugano; si trasferisce a Bologna dove, nel marzo 2011, si laurea in giurisprudenza con una tesi di diritto costituzionale. Già parlamentare europeo (53mila preferenze), attualmente vice-presidente della regione Emilia-Romagna. Con la sua lista ‘Emilia coraggiosa’ ha raccolto oltre 23mila preferenze. Se alla presidenza della Regione c’è Bonaccini e non la candidata leghista sostenuta da Matteo Salvini, una buona parte di merito lo si deve a lei.
Peccato solo (si fa per dire) che la
Schlein abbia detto chiaro e tondo che voterà NO al referendum, «perché è una riforma che non mi convince per niente: noi sulla rappresentanza abbiamo un problema di quantità, ma di qualità. E avere meno deputati e senatori non garantisce di averne di migliori, anzi. Tanto più perché si tratta di un intervento parziale, trainato dagli argomenti sbagliati come quello del taglio dei costi -che è irrisorio- ma senza un disegno complessivo, a partire da una legge che dia la possibilità agli elettori di scegliere chi mandare in Parlamento e dia una adeguata rappresentanza ai territori. Non si sfiora la questione morale nei partiti, non si ripensano i metodi di selezione della classe dirigente. Nel complesso si rischia di rafforzare -ancora più di oggi- quei meccanismi che danno ai leader e alle segreterie dei partiti il potere di decidere chi verrà eletto, anche a discapito del dissenso, della libertà di pensiero».
Proprio l’opposto di quello che dicono Zingaretti e i suoi sostenitori.

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