domenica, Giugno 16

Referendum Brexit: secondo round Non sarebbe ancora detta l’ultima parola: un movimento trasversale in Gran Bretagna reclama a gran voce la necessità di permettere ai britannici di esprimersi nuovamente sulla Brexit. Ma su quali basi e con quali conseguenze?

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Potrebbe non essere ancora stata detta l’ultima parola sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea. È di questi giorni l’inizio della raccolta firme per la promozione di un secondo referendum che possa permettere ai britannici di esprimere un altro voto sulla cosiddetta Brexit, ritenuta a Londra come l’evento storico-politico più importante dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli organizzatori della raccolta, promossa dall’organizzazione ‘Best for Britain’, sostengono infatti come l’uscita dall’Unione Europea comporterebbe per i cittadini britannici un cambiamento radicale e sarebbe quindi necessario interpellarli nuovamente sulla questione.

Ma che cos’è ‘Best for Britain’ e che cosa promuove? È un’organizzazione nata nel 2017, con lo scopo preciso di far indire un nuovo referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea: vuole evitare che le condizioni in cui si ritroverà il proprio Stato dopo la concretizzazione della Brexit siano peggiori di quelle di partenza. Questo si dovrebbe concretizzare attraverso l’indizione di questa consultazione, che, nell’ottica di ‘Best for Britain’, dovrebbe portare al rifiuto dei trattati stipulati da Theresa May, giudicati troppo onerosi. I membri dell’organizzazione, infatti, si appellano a una legge, la European Union Act, che prevede il ricorso alla consultazione referendaria in caso di stipulazione di importanti cambiamenti apportati ai trattati europei: i promotori dell’iniziativa ritengono che il trattato che porterà all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea possa rientrare all’interno di questa legge e, pertanto, è necessario passare dal referendum. La fondatrice di ‘Best for Britain’ è Gina Miller, donna d’affari, mentre ora alla presidenza dell’organizzazione c’è Mark Malloch Brown, ex ministro del Governo di Gordon Brown e diplomatico di lungo corso.

L’iniziativa raccoglie adesioni trasversali: esponenti politici di entrambi gli schieramenti, economisti, esperti di diritto, ma anche uomini dello spettacolo hanno espresso il proprio sostegno al referendum. Tuttavia, rimane la netta contrarietà di Theresa May, decisa a continuare lungo la strada inaugurata dall’esito della consultazione referendaria del 2016. Anche James Corbyn ha assunto da tempo una posizione contraria rispetto al referendum, ma secondo alcuni osservatori potrebbe approfittare della questione per mettere in crisi il governo dei Tories, e utilizzare la bagarre dell’eventuale seconda consultazione referendaria sulla Brexit per fini elettorali. Così sostiene Andrew Adonis, uomo forte del Partito Laburista e protagonista dell’annuncio di questa nuova iniziativa referendaria.

Ma ci sono solide basi giuridiche affinché ciò avvenga? E quali potrebbero essere le conseguenze politiche a livello dell’Unione Europea? Lo abbiamo chiesto al professor Carlo Curti Gialdino, ordinario di Diritto e Istituzione dell’Unione Europea presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma.

L’eventualità del secondo referendum sulla Brexit è da considerarsi una pura mossa propagandistica?

Non direi in senso assoluto, dato che l’idea di un secondo referendum è stata affacciata da almeno un anno, soprattutto da parte di forze politiche ostili al recesso dall’Unione ed è stata caldeggiata, tra gli altri dagli ex primi ministri John Major e Tony Blair ed una petizione popolare è stata sostenuta da più di un milione e mezzo di firme. D’altra parte, anche i fautori del recesso, capeggiati da Nigel Farage sostengono un secondo referendum per confermare il risultato del 23 giugno 2016.

Naturalmente un eventuale secondo referendum non può ripetere il medesimo quesito. Quindi l’intenzione dei promotori, che comprendono politici, personalità del mondo degli affari e dello spettacolo guidati da Lord Andrew Adonis, ex ministro laburista è quella di sottoporre a referendum il risultato dei negoziati attualmente in corso tra il Regno Unito e l’UE.

Su quali basi giuridiche britanniche si poggerebbe? E su quali europee?

La pratica dei referendum nel Regno Unito non è molto frequente. I referendum devono essere autorizzati da un Act of Parliament e trovano la loro disciplina nel Political Parties Elections and Referendums Act del 2000. Il referendum ha valore consultivo e come tale non vincola il Parlamento. Tuttavia, di regola il risultato viene considerato “politicamente impegnativo”. Non vi sono, invece, regole europee circa i referendum negli Stati membri.

Quanto entra la bagarre politica fra May e Corbyn all’interno di questa iniziativa?

Paradossalmente il premier conservatore May ed il leader dell’opposizione, il laburista Corbyn sono d’accordo nel respingere l’ipotesi di un secondo referendum. I fautori di quest’ultimo a livello politico sono invece trasversali e rappresentano il malumore nelle due principali forze politiche sui risultati del negoziato in corso.  

Come verrebbe presa dall’Unione Europea?

Le dichiarazioni ufficiali dei principali esponenti dell’Unione sono nel senso di attesa e ovviamente di rispetto delle decisioni che verranno prese nel Parlamento britannico.  

Con la Brexit, il ruolo diplomatico e politico della Gran Bretagna all’interno dell’Unione dovrebbe essere progressivamente svolto dagli altri Stati europei, con gli Stati nordici particolarmente attivi. Un ritorno della Gran Bretagna potrebbe essere ostacolato da questi?

Il problema a mio parere è più complesso. Dopo il recesso del Regno Unito si porrà la necessità di rivedere l’assetto complessivo dell’Unione. Non è dato sapere se essa si muoverà in senso di una unione sempre più stretta o se prevarrà la deriva intergovernativa a cui si assiste da parecchio tempo.

Un eventuale ritorno della Gran Bretagna riporterebbe allo status quo o i britannici dovrebbero rinegoziare la propria posizione all’interno dell’Unione?

Naturalmente nel caso in cui il risultato del referendum fosse nel senso di bocciare l’accordo di recesso il Parlamento britannico, chiamato a ratificare l’accordo dovrebbe superare un difficile passaggio politico. Londra dovrebbe decidere se ritirare o meno la notificazione che ha dato vita alla procedura di recesso. Tra l’altro l’art. 50 del Trattato dell’Unione europea, che regola il procedimento di recesso non prevede questa ipotesi e la dottrina è divisa al riguardo. Un ritiro unilaterale mi pare difficile da ammettere, dato che – in disparte dell’obbligo di buona fede nel negoziare e del dovere di leale collaborazione con le istituzioni dell’Unione che i trattati prevedono a carico del Regno Unito – dalla notifica nascono degli effetti automatici, nel senso che, decorsi due anni da essa, i trattati cessano di applicarsi al Regno Unito, salvo che all’unanimità gli Stati membri decidano di prolungare questo periodo. Certo è che, qualora i 27 Stati membri decidessero di porre termine alla procedura di recesso, il Regno Unito che, allo stato, è pienamente membro dell’Unione lo resterebbe con tutte le deroghe ed esenzioni attualmente in essere. Al momento, tuttavia, mi pare una ipotesi abbastanza fantasiosa.

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