sabato, Gennaio 25

'Reddito minimo' necessario

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In Italia non si sa ancora bene cosa sia, in molti Paesi del resto d’Europa è una certezza. E’ il cosiddetto ‘reddito minimo’.

Non sono poche le ‘raccomandazioni’ europee che, seppur non vincolanti ma importanti, non vengono ‘ascoltate’ dall’Italia. In particolare, l’allora CEE nel 1992, con la raccomandazione 92/144 auspicava «l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri». Fu così che in molti Paesi l’introduzione di tale ‘istituto’, secondo modalità differenti tra una realtà e l’altra, divenne una realtà. In Francia, ad esempio, dove fu adottato già dal 1 Dicembre 1998, l’allora Presidente François Mitterand presentò solennemente alla Nazione l’adozione del Revenu minium d’insertion social, attraverso una manifestazione alla Sorbonne per mostrare il contributo del mondo intellettuale nel raggiungimento di quell’importante obiettivo.

In Italia di reddito minimo se ne parla, ma fino ad ora tutti i tentativi sono naufragati.
“In Italia troppo spesso si è detto che il mercato del lavoro richiede ‘flessibilità’, senza mai completare l’affermazione citando alcun tipo di reddito minimo”, sostengono a Bin Italia (Basic Income Network Italia), un’associazione composta da studiosi, ricercatori, economisti, filosofi, liberi pensatori che da anni si occupano di progettare e promuovere anche in Italia un reddito garantito, un ‘Basic income’ al fine di «ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo del lavoro, ma della cittadinanza».

Ugo Trivellato, Professore emerito della Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, si occupa da anni del tema.

Professore, continua ad essere molta la confusione terminologica tra reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, reddito adeguato garantito. Possiamo intanto fare chiarezza sui termini?

La differenza fondamentale è che il reddito di cittadinanza è un reddito universale, che garantisce a qualunque persona (in prima battuta cittadino, ma con naturali estensioni a residenti che siano cittadini di un paese dell’UE o immigrati residenti da un tempo sufficiente lungo), un trasferimento monetario a prescindere dalle sue condizioni economiche, slegato da qualsiasi obbligo. Per capirci, se in Italia vi fosse un reddito di cittadinanza il più ricco degli italiani lo riceverebbe, come lo riceverebbe, e nella stessa misura, il più povero degli italiani. Dovrebbe essere poi il sistema fiscale a svolgere la funzione redistributiva. E’ un’ipotesi interessante, approfondita soprattutto sul piano della “filosofia sociale”, che però appare largamente impraticabile, per ragioni vuoi economiche vuoi di accettabilità sociale. Di fatto, tutte le proposte che nel titolo richiamano il reddito di cittadinanza non sono in realtà tali; esse configurano piuttosto un reddito minimo, spesso con caratteristiche categoriali. Ad esempio, la proposta elaborata dal M5S restringe l’ammissibilità agli adulti potenziali lavoratori, detto altrimenti ai disoccupati e ai lavoratori precari, con l’ulteriore (per me incomprensibile) esclusione dei 18-25enni senza qualifica o diploma professionale. L’analogo vale per la proposta di Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) o, per certi versi, per quella del Pd (Partito Democratico), sia pur con significative varianti. Comune a tutte queste proposte è comunque la mancanza non solo di universalismo – non tutti i cittadini ne hanno diritto –, ma anche di quello che chiamiamo “universalismo selettivo”, inteso nel senso che la selezione avviene sulla base della sola condizione di povertà. Sono proposte che restringono l’ammissibilità a categorie particolari di cittadini: essenzialmente i lavoratori disoccupati o precari.

E il reddito adeguato garantito?

L’alternativa è il cosiddetto “reddito minimo”, accompagnato poi da vari aggettivi in sostanza equivalenti: garantito, di inserimento, ecc.. Esso non è condizionato al sussistere di una qualche caratteristica individuale o familiare, salvo l’insufficienza di risorse economiche: in tal senso, risponde al principio dell’“universalismo selettivo”. Un reddito minimo di inserimento fu introdotto sperimentalmente nel 1999-2000, in 39 Comuni, durante il Governo D’Alema e con Ministro dell’Economia Ciampi. Ispirato all’“universalismo selettivo”, condizionato cioè solo alla prova dei mezzi, prevedeva un’integrazione del reddito familiare “equivalente” (per numerosità della famiglia) fino alla soglia di povertà ed era affiancato da azioni di inclusione sociale e di attivazione. Recentemente, durante il Governo Letta, nel settembre 2003 vi è stata la proposta del Ministro Giovannini chiamata “Sostegno di Integrazione Attiva”. Essa si configurava innanzitutto come una misura nazionale di sostegno al reddito riservato ai singoli e ai nuclei familiari poveri, basato su una prova dei mezzi effettuata secondo criteri articolati e omogenei a livello nazionale. Detto altrimenti, essa integrava il reddito di tutti i singoli o nuclei familiari poveri fino a una data soglia di povertà, che teneva conto della numerosità del nucleo familiare (perche certamente una famiglia composta di cinque persone non ha bisogno, per raggiungere il livello di risorse considerato minimamente accettabile, di cinque volte il reddito di un singolo). Come accade nelle esperienze attuali di altri paesi, era previsto che questo trasferimento monetario fosse accompagnato da “obblighi reciproci”: da un lato dello Stato, che, oltre a tale trasferimento, si impegnava a svolgere attività di sostegno sociale e di attivazione al lavoro; dall’altro lato, dei singoli e dei nuclei familiari beneficiari, che si assumevano l’impegno di comportarsi come ogni buon cittadino, in particolare di osservare gli obblighi dell’istruzione e delle prassi di prevenzione per la salute dei figli minori, nonché di accettare un’offerta di lavoro (e di partecipare alle attività di aggiornamento e riqualificazione professionale eventualmente richieste).

Tra gli oppositori del reddito minimo c’è chi sostiene che questo possa contribuire a creare una massa sempre più grande di beneficiari passivi disinteressati ad uscire dalla cosiddetta “trappola del welfare”. Quindi cittadini pronti ad accontentarsi di quel reddito pur di non lavorare, non producendo. Lei cosa risponderebbe?

L’importante è che ci sia questa logica di “obblighi reciproci”, che per quanto riguarda i beneficiari si traduce nella “condizionalità” di cui ho appena detto. Ad esempio, se tu sei in età di lavoro e abile al lavoro, e sei povero, hai diritto ai diritto a un trasferimento monetario fino al reddito minimo, ma ti si richiede di accettare le indicazioni per la formazione/riqualificazione professionale e l’accettazione di un’offerta di lavoro dei centri per l’impiego, pena il venir meno del trasferimento. Facendo un passo a ritroso, dietro questo dubbio della “trappola del welfare”, fondato, c’è spesso la percezione, errata, che il 100% dei cittadini siano in grado di lavorare. Palesemente, ciò non è vero: c’è una rilevante quota di cittadini che, perché minori, vecchi, con problemi di disabilità, ecc.., non sono in grado di lavorare. Per queste persone l’osservazione sulla “trappola del welfare” non ha senso. Per chi invece è in età lavorativa e in grado di lavorare, è essenziale che funzione bene la logica degli “obblighi reciproci” e della “condizionalità”: l’operatore pubblico ti chiede di fare dei corsi professionali se non sei qualificato; ti chiede di accettare un lavoro se ti è offerto. Ciò rende chiaro che per gestire un reddito minimo di inserimento (o “Sostegno di Integrazione Attiva” o come altrimenti si voglia chiamare questa misura), occorre un’amministrazione consapevole e capace, così come occorre che cresca il senso civico dei cittadini, in modi tale che si evitino – o si riducano a una frazione trascurabile – i rischi di comportamenti opportunistici. Nelle proposte presentate, anche dai vari studiosi, c’è attenzione anche a questo fenomeno e ai modi per fronteggiarlo: le caratteristiche di “attivazione” e di “condizionalità” della misura sono essenziali perché un reddito minimo non ghettizzi singoli e famiglie nella “trappola del welfare”.

Diversi sono stati i tentativi di introdurre in Italia il reddito minimo. In particolare, come Lei ha già brevemente segnalato, fra il 1998 e i primi anni del 2000 ebbe luogo una serie di sperimentazioni inerenti il cosiddetto “Reddito minimo di inserimento” in 39 Comuni italiani. Perché non ebbe successo?

In realtà il problema non fu tanto che non ebbe successo. Il Reddito minimo di inserimento (RMI), infatti, servì come utile sperimentazione, che evidenziò possibilità così come problemi. Esso non ebbe seguito per la concomitanza di due cesure che avvennero all’inizio degli anni duemila: una fu la riforma del titolo V della Costituzione, con il forte rafforzamento delle competenze delle Regioni anche in tema di “assistenza”; l’altra fu il cambiamento nel ciclo politico (la sostituzione dei governi di centro-sinistra col quello di destra), che con Maroni, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, chiuse l’esperienza del RMI, giudicandola sbrigativamente negativa, e la sostituì con un fantomatico “reddito di ultima istanza” affidato alle Regioni, per il quale era previsto un finanziamento statale che poi non ebbe mai luogo. In definitiva, non fu tanto la debolezza dell’esperienza del RMI (che pure emerse soprattutto in alcuni Comuni del Sud, con serie difficoltà di una sua corretta gestione) a decretarne la chiusura, ma appunto la volontà associata al cambiamento del ciclo politico. Seguirono poi varie esperienze regionali (Friuli-Venezia Giulia, Campania, Basilicata, Lazio, Provincia di Trento, ecc.), la maggior parte delle quali sfociarono in insuccessi: vuoi perché l’intervento era stato disegnato male (è il caso, ad esempio, di Campania e Lazio), vuoi perché anche a livello regionale furono decisivi i cambiamenti del ciclo politico (emblematica la vicenda del Friuli-Venezia Giulia). Per quanto ne so, le esperienze regionali e delle province autonome che ancor oggi continuano, con esiti tutto sommato soddisfacenti, sono quelle della Val D’Aosta, della Provincia Autonoma di Trento e di quella di Bolzano.

E’ possibile attuare oggi questo reddito minimo? A chi destinarlo? Come avere i fondi appropriati affinché questo non resti solamente un esperimento?

Penso che attuare oggi un reddito minimo sia non solo possibile, ma necessario. I dati diffusi dall’Istat alcuni mesi fa, con oltre 6 milioni di persone in condizione di povertà assoluta (quasi il 10% della popolazione residente!) dicono la gravità del problema. Per farlo, servono peraltro due condizioni. In primo luogo, serve disegnare bene l’intervento, sulla scorta di quanto siamo venuti dicendo: un reddito destinato a singoli o nuclei familiari poveri, con la prova dei mezzi che utilizzi il nuovo Isee (indicatore della situazione economica equivalente), con un trasferimento monetario da un lato ed “obblighi reciproci” di inclusione sociale e di attivazione messi in atto efficacemente. In secondo luogo – e con ciò abbozzo una risposta alla seconda parte della domanda, sui finanziamenti appropriati –, conviene procedere per gradi, cioè a dire giungere a realizzare l’intervento nella sua interezza in un certo numero di anni (direi da tre a cinque anni), partendo dai nuclei più poveri. Grosso modo, si può stimare che a regime un reddito minimo di inserimento costerà sugli 8-9 miliardi l’anno, tenendo conto, oltre che dei trasferimenti monetari, di quelli per i servizi si inclusione sociale e di attivazione. La scelta di procedere in modo graduale per un verso è imposta dai vincoli di finanza pubblica e dalla congiuntura economica ancora sfavorevole; per un altro verso è utile, perché nell’estendere progressivamente la scala dell’intervento si ha modo di imparare dall’esperienza. Avviare oggi una riflessione sul reddito minimo meditata e attenta agli aspetti operativi è quanto mai opportuno (in verità si sta già facendo dal basso, con la proposta di un “Reddito di inclusione sociale” elaborata da un gruppo di lavoro incaricato da Acli e Caritas, che è alla base della costituzione di una “Alleanza contro la povertà in Italia” aperta a forze sociali, associazioni ed enti locali). Con l’approvazione del cosiddetto Jobs Act, infatti, si affronta il tema della riforma degli ammortizzatori sociali. È importante che il dibattito non sia ristretto alla dimensione “lavoristica”, ma consideri gli interventi di sostegno dei redditi lungo tre dimensioni: quella dei lavoratori sospesi temporaneamente dal lavoro (oggi parzialmente, e malamente, trattata tramite la CIG, cassa integrazione guadagni); quella dei lavoratori disoccupati; infine, quella di un reddito di ultima istanza per tutti i poveri (compresi quanti tra i lavoratori esauriscono le precedenti misure di tipo assicurativo), appunto tramite un reddito minimo di inserimento. Tra l’altro, un notevole vantaggio offerto da un buon reddito minimo sta nel fatto che toglierebbe la forte, per molti versi impropria pressione che in questo lungo periodo di recessione si scarica sugli ammortizzatori sociali (si pensi ad alcuni di quelli “in deroga”), che finisce per essere di ostacolo al necessario processo di rinnovamento della struttura produttiva del Paese.

A tal proposito, quanto pensa sia importante migliorare l’efficacia del centri per l’impiego in Italia?

Purtroppo i nostri Centri per l’impiego sono sottodimensionati: i confronti internazionali lo dicono chiaramente. E ancor più sono concentrati su pratiche amministrative, oberati da compiti burocratici. Occorrono operatori che sappiano orientare il disoccupato: nella eventuale formazione integrativa, nella ricerca del lavoro, nel placement. (Senza dimenticare, con questo, che per il nostro Paese il problema fondamentale è la debolezza della domanda di lavoro delle imprese e la difficoltà delle stesse di accrescere la loro capacità di innovazione e la loro competitività.) E l’impegno per i Centri per l’impiego è maggiore di quanto non appaia a prima vista perché, oltre ai disoccupati “ufficiali” stimati dall’Istat, vi è una numero consistente di persone che sono disponibili a lavorare, ma che non svolgono azioni attive di ricerca (la condizione di averne effettuata almeno una nell’ultimo mese essendo la condizione per essere contato ufficialmente come disoccupato), perché scoraggiati dalla bassa probabilità che la loro ricerca di lavoro abbia successo – e perché cercare lavoro costa.

In confronto a quelle che sono le normative vigenti in altri Paesi dell’Unione Europea, visto che l’Italia è tra gli ultimi a non aver istituito questo reddito, a quale potremmo ispirarci?

Qui contano molto le differenze storico-culturali che sussistono tra i vari Paesi. Da ogni Paese si può certo imparare qualcosa. Comunque, più che all’area scandinava guarderei a Paesi a noi più vicini, Francia e Germania, che hanno esperienze mature di reddito minimo. In particolare la Germania ha accentuato molto l’aspetto della “condizionalità”. A chi gode del reddito minimo ed è in età lavorativa e abile al lavoro, è richiesta la disponibilità a svolgere, per un certo numero di ore settimanali, lavori socialmente utili, pagati poco (in gergo di parla di “one Euro jobs”, anche se la paga oraria è tendenzialmente più alta, fino a due Euro), che si aggiungono al trasferimento monetario previsto dal reddito minimo. Non è tutto oro quel che luccica, e sugli effetti di questa forma di “condizionalità” le evidenze sono contrastanti (c’è il rischio che svolgere “one Euro jobs” sia percepito come un segnale di bassa capacità lavorativa ed operi come uno stigma per chi è alla ricerca di un nuovo lavoro). Individuare forme adeguate di “condizionalità” è comunque essenziale per evitare comportamenti opportunistici e la “trappola del welfare”.

 

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