sabato, Maggio 25

Italia: il Sud del Mediterraneo recupera centralità La missione italiana in Niger secondo le possibili declinazioni dell’ ‘interesse nazionale’. Intervista ad Arije Antinori, analista geopolitico e Coordinatore del Laboratorio ‘CRI.ME’ all’Università ‘La Sapienza’ di Roma

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Facendo eco a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore sugli sviluppi della missione militare italiana in Niger, il Ministero della Difesa, in un comunicato stampa datato 6 aprile, ha smentito «quanto riportato da alcuni organi di stampa circa la sospensione della missione», confermando che «stanno proseguendo le attività programmate di predisposizione all’approntamento della base italiana in Niger» e che, fuori da ogni ipotesi di ritiro del nostro personale militare, «la missione si svilupperà in pieno accordo con le Autorità locali».

Peraltro, le circostanze che, da più parti, hanno fatto ravvisare una battuta di arresto già in fase di avviamento investono, prima che la nostra capacità negoziale con le Autorità africane, l’inserirsi dell’Italia a fianco dei partner europei presenti nell’area saheliana: una vastissima regione che comprende il Niger, ricca di risorse (uranio, petrolio, gas, minerali preziosi), già area di influenza francese in età coloniale e oggi destinataria di investimenti consistenti da parte di attori internazionali come l’India, la Cina o la Turchia.       

In prospettiva strategica, si assiste a una volontà, da parte italiana, di recuperare la centralità nel Mediterraneo e in Africa, con tutte le criticità espresse dalla politica securitaria degli ultimi anni. Nel difficile parallelo istituito, per la ‘sicurezza’ delle frontiere, tra un temperamento dei flussi migratori e la prevenzione di un terrorismo pulviscolare, l’interesse nazionale rivolto a Sud del Mediterraneo si colloca in aree geografiche di interesse strategico, come la Libia e i Paesi del Sahel. In questi contesti, l’instabilità alimentata dall’assenza dello Stato (e di un effettivo processo di ‘State-building’ promosso dalla comunità internazionale) appare, il più delle volte, un effetto dei traumi subiti e – quasi mai –  la causa stessa di un non-diritto che favorisce il proliferare di bande armate che si dividono le risorse e i proventi la tratta di esseri umani lungo rotte criminali organizzate e, in alcune zone, la riorganizzazione della rete terroristica (come avviene attualmente nel deserto libico da parte di  Abu Mohad, iracheno, che a  Sirte, prima della liberazione, comandava i miliziani dell’IS).

Una volta di più, ci chiediamo allora quale sia il carattere della risposta italiana sul Niger e quanto significhi, in termini di costi politici e materiali, la nostra presenza in quell’area.

In chiusura della conferenza tenuta giovedì 15 marzo presso la Camera dei Deputati, ‘Missioni militari e interesse nazionale’,  abbiamo incontrato Arije Antinori, analista geopolitico e Coordinatore del LaboratorioCRI.ME’ all’UniversitàLa Sapienza’ di Roma, che ci ha offerto una lettura ‘profonda’ del processo di riconfigurazione politica dell’Italia come attore internazionale nonché delle dinamiche criminali che affliggono intere regioni a Sud del Mediterraneo in cui lo Stato di diritto, con una complicità ‘multinazionale’, è assente.

 

Dopo il ridimensionamento delle truppe in Iraq e Afghanistan e a valle della scelta di ri-orientare l’impegno italiano verso scenari che si trovano a Sud del ‘Mare nostrum’, geograficamente più prossimi, assistiamo oggi a una volontà di recupero, da parte dell’Italia, di una centralità mediterranea aperta all’Africa e relativa ad aree di interesse strategico che vanno dal Maghreb al Niger. Quest’ultimo è, da poco, diventato ufficialmente il nuovo ‘limes esteso’ dell’Europa meridionale.

Prima di inquadrare il nostro ruolo operativo e le scelte che stanno alla base della nostra presenza nella missione militare in Niger, potrebbe parlarci di come, in forza della capacità di risposta dei suoi operatori, organizzati ‘a rete’ nel rapido mutare dei contesti locali, la minaccia terroristica si attualizza in aree adiacenti o comunque collegate, nella debolezza istituzionale delle frontiere, a quelle interessate dal nuovo intervento internazionale?

I fatti degli ultimi anni (dal 2015 in poi) hanno evidenziato una interdipendenza di sistema che comporta, alla luce della natura ‘proiettiva’ del fenomeno terroristico, un’azione contestualizzata nelle aree in cui si possono infiltrare i soggetti attraverso vari traffici criminali. Ciò può avvenire per diretta derivazione oppure in presenza di hotspot informali o di possibili territori di innesto terroristico.

Come si declinano questi traffici illegali?

Non parliamo, qui, in termini separati, di ‘tratta’, ‘narcotraffico’, ‘movimentazione di terroristi’, bensì di un utilizzo d sistemi reticolari che, nella convergenza criminale organizzata e terroristica – non così formalizzata come la intendiamo noi –, soddisfano logiche di interesse economico, aumentando e sfruttando soprattutto le vulnerabilità delle frontiere degli Stati confinanti: le frontiere meridionali degli Stati del Maghreb e, in generale, quelle delimitate dall’arco del Sahel.

Per quanto riguarda la realtà nigerina, di cui ora si sta parlando molto e intorno alla quale ruota il dispositivo ‘G5’, parliamo di una storia e una percezione dei fenomeni di tratta, da parte della popolazione locale, del tutto lontana da quella europea: l’attività di ‘passeur’, quindi di facilitatore nel trasporto e nel passaggio di persone da una frontiera all’altra in direzione Nord, è un’attività lavorativa.

Il ‘G5’, che vede coinvolti i principali Stati ricompresi nella regione saheliana (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e, appunto, Niger) ha necessità, attraverso lo stanziamento di fondi sostanziosi – l’UE è il primo finanziatore – di porre le basi per una serie di attività addestrative, ma anche per ‘costruire’ la consapevolezza, per gli attori in loco, dello sviluppo del fenomeno jihadista in interconnessione con lo ‘human smuggling network’ (organizzazione reticolare della tratta degli esseri umani), che sta crescendo sempre di più sulle rotte migratorie.

Nondimeno, se l’obiettivo è intervenire in favore di quei Paesi, ci si cura anche di tutelare una serie di interessi nazionali degli Stati che compartecipano, che non coincidono con la protezione rispetto alla minaccia terroristica o alla consistenza dei flussi migratori, ma sono pragmaticamente orientati sulle risorse presenti nell’area. In tal senso, il ruolo della Francia è preminente per una serie di accordi, di natura anche economica, che ha stipulato con i Paesi saheliani. In quei territori, l’ex-madrepatria gestisce la sicurezza in modo ravvicinato dal punto di vista militare, con forze di pronto intervento altamente qualificate – in risposta ai diversi attentati che, soprattutto nel 2016 e nel 2017, hanno interessato i Paesi in questione.

In base a quali meccanismi, dopo un intervento repressivo da parte di forze multinazionali, la minaccia terroristica è capace di rinnovarsi in una regione che oggi appare, anche per l’Italia, di interesse strategico?

Occorre ragionare per complessità di sistema, integrando lo scenario in cui opera il terrorismo a quello del narcotraffico che entra in Africa dal Golfo di Guinea (passando per lo snodo della Guinea Bissau) e può costituire una risorsa primaria, a livello di autosostentamento, delle strutture criminali senza escludere aprioristicamente quelle terroristiche.

In che senso?

Quando si tratta di incamerare denaro utile a supportare l’attività operativa o, comunque, in grado di far crescere una struttura in un determinato contesto, il fatto che si tratti di stupefacenti, di esseri umani o di armi non ha, rispetto alla nostra rappresentazione, la stessa rilevanza: ciò che conta è la necessità di aumentare il proprio capitale in termini di capacità militare per compiere una serie di azioni.

 Nel Sahel, assistiamo al riposizionarsi, da Nord verso Sud, di Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), oltre a uno spostamento di baricentro – non così significativo, ma comunque influente – di Al Qaeda nella penisola araba e alla presenza di un attore significativo, Boko Haram, nella parte settentrionale e orientale della Nigeria, che comunque sta cercando di creare piccole influenze nei villaggi prossimi alla frontiera.

È una partita che si gioca tra le due entità più rilevanti del terrorismo contemporaneo di matrice jihadista, ossia Al Qaeda e quello che rimane dell’Islamic State (IS). Quest’ultimo corrisponde al riposizionamento del combattentismo in seguito a quella che chiamo ‘jihadspora’: cadute Raqqa e Mosul, i combattenti si disperdono senza fare ritorno nei Paesi di origine, ma riparando nei cosiddetti ‘manieri’ jihadisti, ossia le aree in cui è più facile riposizionarsi in termini militari e, soprattutto, di autosostentamento. I Sahel è uno dei luoghi più adatti a ricostituire una struttura come quella dell’IS, proprio per la permeabilità delle frontiere sud-maghrebine e centro-nord-saheliane: uno scenario in cui la presenza militare è fondamentale per governare la sicurezza delle frontiere.

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