domenica, Novembre 29

Recovery Fund: tutto nelle mani di Angela Merkel “La Germania, ancora una volta, sarà l’ago della bilancia: se possiamo riporre qualche speranza nella soluzione di questa impasse, questa sta proprio nel ruolo tedesco per il suo peso politico ed economico”. Intervista a Nicoletta Pirozzi (IAI)

0

Il destino del Recovery Fund è nelle mani di Angela Merkel. Questo perché, come del resto avevano minacciato, Ungheria e Polonia pochi giorni fa, in piena seconda ondata di COVID-19, hanno bloccato l’accordo sul Bilancio UE 2021-2027 da 1.086 miliardi di euro raggiunto la scorsa settimana tra Consiglio e Parlamento Ue, e sulle ‘risorse proprie’ necessarie per finanziarie il NextGenerationEu da 750 miliardi, la cui erogazione rischia di essere ritardata, nonostante la grande necessità che molti Paesi hanno per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia. Il motivo politico riguarderebbe l’intesa tra Consiglio e Parlamento europeo sul nuovo meccanismo che lega l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, nervo scoperto per Budapest e Varsavia, che ha portato all’avvio di procedimenti per alcune infrazioni agli standard fissati dalla UE – come denunciato da un recente rapporto presentato dalla Commissaria per i media e i diritti umani, Vera Jourová – che potrebbe far scattare un congelamento o un taglio dei fondi ai Paesi membri che lo violino. Cosa che Orban vorrebbe evitare, anche se, nella lettera che ha inviato la scorsa settimana all’Unione Europea, ha citato addirittura Lutero davanti alla Dieta di Worms, nel 1521, quando gli fu chiesto di abiurare la sua eresia: «Hier stehe ich, ich kann nicht anders», ‘qui sto io, non posso fare altrimenti’, della serie non posso essere punito perché ho promulgato una legge che discrimina le minoranze di genere o una legge elettorale per impedire all’opposizione di unirsi contro il partito di maggioranza Fidesz. Questo – ha dichiarato in diretta radiofonica venerdì il Premier magiaro – «trasformerebbe l’Unione Europea in una nuova Unione Sovietica».

«L’Ungheria» – ha chiarito Zoltan Kovacs, portavoce di Viktor Orban – «non può sostenere il piano nella sua forma attuale che lega i criteri dello Stato di diritto alle decisioni di bilancio. È il contrario delle conclusioni del Consiglio di luglio. Non è stata l’Ungheria a modificare la sua posizione, la nostra linea è stata chiara fin dall’inizio». «In gioco» – ha tenuto a precisare Zbigniew Ziobro, il Ministro della Giustizia polacco, sebbene non in sintonia con il Ministro dell’Economia, Jaroslaw Gowin – «è il futuro della Polonia. Dobbiamo bloccare questo disegno per limitare la sovranità polacca».

Ma procediamo con ordine. Il Coreper, l’organismo di cui fanno parte gli ambasciatori degli Stati presso l’Unione Europea, non ha raggiunto l’unanimità necessaria ad approvare l’ accordo sul Bilancio pluriennale e dare inizio alla procedura scritta per l’ok alla decisione sulle risorse proprie dell’Unione, imprescindibile per l’emissione da parte della Commissione europea di bond con cui finanziare i 750 miliardi del Recovery Fund. Ciò che è stato ottenuto dagli ambasciatori è stata l’intesa con il Parlamento Ue sul meccanismo della Rule of Law, per il quale bastava la maggioranza qualificata e quindi i no di Ungheria e Polonia sono stati del tutto ininfluenti.

«È importante rispettare i tempi di questa strategia (NextGenerationEU) e quindi il veto deciso da due dei quattro Paesi di Visegrád è un problema di cui bisognerà farsi carico, in particolare il Consiglio europeo e la presidenza tedesca, in maniera rapida e con determinazione. Perché non possiamo permetterci eccessivi ricatti» ha evidenziato il Commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni, il quale ha poi riconosciuto: «Un po’ di preoccupazione sui tempi ce l’ho, anche se resto fiducioso che questi veti vengano superati. Per motivi del resto evidenti, in quanto i due Paesi in questione, cioè Ungheria e Polonia, sono tra i più colpiti da questa seconda ondata e sono tra i massimi beneficiari (netti) in assoluto dei bilanci europei e del Next Generation EU». Impossibile dare torto al Commissario italiano: la Polonia con circa 64 miliardi si attesta, dopo Italia e Spagna, al terzo posto nella lista dei Paesi aiutati dal Recovery Fund mentre l’Ungheria si accinge a ricevere ben 7,5 miliardi di euro. Anche dal bilancio i due Paesi sono grandi beneficiari: ben 106 miliardi di euro per la Polonia e 49,3  per l’Ungheria. Da sempre i fondi coesione europei hanno aiutato i governi di questi Paesi ex comunisti a risollevare le proprie economie e a costruire il loro consenso oltre che la loro rete di potere fatta di oligarchi, ma anche di affari di famiglia come dimostrano le inchieste sull’uso del denaro europeo che coinvolgono il padre, il fratello, il genero e agli amici del Premier ungherese Orbán.

«Quel veto fa male prima di tutto a Ungheria e Polonia» ha confermato il Presidente della Commissione per le Politiche dell’Ue alla Camera, Sergio Battelli. Anche perché, da quando è iniziata a circolare l’ipotesi del veto, il costo del fiorino ha ricominciato a salire e, siccome l’Ungheria è gravata da un debito in valuta estera che eguaglia quasi il prodotto interno lordo, questo fa aumentare quanto dovuto a molti Paesi europei.

Sarebbe dunque un vero atto di autolesionismo, non facile da spiegare alle proprie opinioni pubbliche. «D’altra parte, se sostengono di essere pienamente in grado di rispettare lo stato di diritto non si capisce perché tutto questo dovrebbe essere vista come una minaccia», ha aggiunto Gentiloni. «Chiedo a tutti, nell’Ue, di essere responsabili, non è tempo di veti ma di agire velocemente ed in uno spirito di solidarietà. In caso di blocco, gli europei pagherebbero un prezzo alto. Restiamo impegnati a risolvere le questioni» pendenti «al più presto»: è stata la reazione del ministro degli Affari europei tedesco, Michael Roth, in autoisolamento per il coronavirus, prima della videoconferenza Affari generali tenutasi ieri. D’altra parte, «la realtà istituzionale è che tocca alla Germania, Presidente di turno dell’Ue, di trovare le soluzioni per una ratifica all’unanimità», ha detto il portavoce della Commissione, Eric Mamer.

La Germania ha diverse carte da giocare: non secondario è il legame economico con Polonia e Ungheria ed in particolare il ruolo ricoperto dai grandi investitori tedeschi che vengono facilitati da leggi accomodanti, per esempio, dal punto di  vista salariale. Ma centrale è il rapporto politico che tiene insieme Berlino con Varsavia e Budapest: la Germania ha sempre costituito un centro di gravità insostituibile per i Paesi dell’Est e non bisogna dimenticare che Fidesz, il partito di Viktor Orban, appartiene del PPE, il gruppo al Parlamento europeo con 187 eurodeputati dei Popolari.

In quest’ottica, dura è stata la reazione del Presidente dei Popolari europei ed esponente della CSU tedesca, Manfred Weber, «se» – ha scritto in un tweet – si rispetta lo Stato di diritto non c’è nulla da temere. Negare all’intera Europa i finanziamenti per la crisi nella peggiore crisi da decenni è irresponsabile». E poi: «Se Viktor Orbán e Jaroslaw Kaczynski vogliono interrompere l’uso di questi fondi per tutti, allora dovranno spiegarlo ai milioni di lavoratori e imprenditori, ai sindaci e agli studenti, ai ricercatori e agli agricoltori che contano sul sostegno di questi. fondi». Tuttavia Weber sarebbe portato a rimandare a Dicembre il voto finale nel tentativo di trovare una quadra, anche se «giudici indipendenti e media liberi sono alla base delle nostre democrazie e della nostra libertà. Non scenderemo a compromessi su questo».

Ancora più rigida la presa di posizione di Donald Tusk, capo del Partito popolare europeo ed ex Primo Ministro polacco, che ha chiesto che Viktor Orban, la cui adesione al PPE è al momento sospesa, venga espulso. «Chiunque sia contro il principio dello Stato di diritto è contro l’Europa. Mi aspetto una posizione chiara al riguardo. Gli oppositori dei nostri valori fondamentali non dovrebbero più essere protetti da nessuno» ha twittato Tusk. Sulla Rule of Law Orbàn si potrebbe anche giocare l’appartenenza o meno al PPE, al cui interno i problemi sono aumentati nelle ultime ore per la Germania. Oggi anche la Slovenia si è detta contraria all’accordo tra Parlamento e Consiglio sul meccanismo che lega l’esborso dei fondi al rispetto dello stato di diritto. In una lettera al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il Premier sloveno, Janez Jansa, ha spiegato che il meccanismo ideato non sarebbe in linea con l’accordo di luglio e che ai suoi occhi «solo un organo giudiziario indipendente può spiegare cosa è lo stato di diritto, non una maggioranza politica», insomma ‘due pesi e due misure’. Spiegazione che fa eco al tweet di Orban per cui «l’UE vuole usare il Recovery per ricattare chi si oppone all’immigrazione” e «non ci sarà accordo senza criteri oggettivi e la possibilità di fare ricorso».

Agitare, stuzzicare il sentimento nazionalista contro la dittatura di Bruxelles ha chiare finalità interne per Orbán. Ciò che stupisce, in negativo, è il supporto che riceve da leader di altri Paesi come l’italiana Giorgia Meloni, alla guida dell’ormai secondo partito di opposizione, Fratelli d’Italia, evidentemente con scarso riguardo all’interesse nazionale tanto sbandierato in pubblico: «I soliti noti dell’eurosistema, di cui ormai fa parte anche il M5S oltre al PD, vogliono vigliaccamente utilizzare i soldi del Recovery Fund per piegare quelle Nazioni, come Polonia e Ungheria, che vogliono difendere le radici classiche e cristiane d’Europa e i propri confini dall’immigrazione illegale di massa … Se non accettate la clausola dello stato di diritto (cioè cedere la propria sovranità all’eurosistema) niente soldi per combattere il Covid…Di chi è la colpa di questo stallo secondo voi? Di chi crede di poter comprare la libertà e la sovranità dei popoli europei o di chi le difende?», ha scritto su Facebook Meloni.

Ciononostante, alla videconferenza dei Ministri degli Affari europei di ieri, Ungheria e Polonia sono sembrate piuttosto all’angolo. «Lo stato di diritto non è un’ideologia», ha messo in chiaro il Ministro tedesco agli Affari europei, Michael Roth, aggiungendo: «La presidenza di turno tedesca si sforzerà di arrivare ad una buona soluzione, 24 ore al giorno, sette giorni a settimana. E ricordo che ci vuole l’intesa col Parlamento, non siamo soli». «Voglio esprimere la nostra più profonda frustrazione» – sono state le parole del Ministro Enzo Amendola, – «non c’è da temere lo stato di diritto: se tutti gli Stati lo rispettano, che problema c’è?”. Inoltre, «pianificare un Recovery, che entri in vigore dopo vari mesi dalla recessione che stiamo vivendo tutti, sarebbe molto grave. Sosteniamo il ruolo della presidenza tedesca, che ha il difficile compito di trovare una mediazione», ha continuato; poco prima della riunione aveva ricordato che si tratta di una «bozza aperta», in cui è possibile intervenire con delle modifiche: «La bozza» – ha specificato – «conferma la sussistenza del rule of law come condizione per accedere ai fondi, e allo stesso tempo prevede la possibilità di un freno di emergenza, nel caso in cui un paese considerasse questa procedura lesiva dei suoi diritti, per sollevare questo tema a livello di consiglio europeo».

Dello stesso tenore dell’intervento italiano sono stati gli interventi di altri quattro Ministri europei, tra i quali la finlandese Tytti Tuppurainen. Di contro, se la Ministra ungherese, Judit Varga, è convinta che il meccanismo che lega l’erogazione dei fondi allo rispetto dello stato di diritto sia un «modo per sanzionare un Paese su basi politiche. Non rispetta i trattati e non rispetta l’accordo di luglio. Come possiamo sostenere una proposta simile? Non c’è più tempo per giochi ideologici”, la Polonia, per bocca del Ministro Konrad Szymanski, ha ribadito l’esigenza di trovare un accordo, ma che «la mancanza di certezza giuridica» rimane il problema da risolvere.

Non mancano suggerimenti di escamotage per ovviare all’ostacolo del veto di Polonia e Ungheria: ad esempio, gli altri Paesi potrebbero estrapolare  il Recovery fund dal Bilancio europeo facendolo diventare un trattato intergovernativo ad hoc. Si tratterebbe di uno Special Purpose Vehicle che, al posto della Commissione, sarebbe deputato a fare debito sui mercati per finanziare il Recovery fund. In questo modo, però, Ungheria e Polonia non riuscirebbero a bloccare il Recovery fund, ma non riceverebbero neanche un euro per loro. E questo non eliminerebbe comunque le condizionalità sullo Stato di diritto per accedere ai soldi del Bilancio europeo. 

Il Parlamento europeo, in una nota, ha fatto sapere che «gli accordi raggiunti (sia sul quadro finanziario pluriennale Ue che sullo stato di diritto) sono chiusi e non possono in alcun modo essere riaperti. Nessuna ulteriore concessione sarà fatta da parte nostra. Chiediamo al Consiglio di adottare il pacchetto e avviare il processo di ratifica il prima possibile». L’Europarlamento ha, inoltre, esortato i Parlamenti nazionali ad una rapida ratifica  Di certo, l’ipotesi di una chiusura formale dei procedimenti per alcune infrazioni agli standard europei non sembra sul tavolo.

Ieri il commissario Ue al Bilancio, Johannes Hahn, aveva evidenziato come ci «sono immense aspettative» sul pacchetto economico del Bilancio Ue e del Recovery Fund e che, in caso di fallimento, «ci sarebbe un impatto devastante sui nostri cittadini, le nostre economie e anche i nostri mercati», «avrebbe conseguenze politiche enormi per la nostra Unione e per ogni Stato membro. Incoraggio perciò chi ancora nutre riserve a ripensarci perché si tratta del futuro di tutti».

Se l’accordo sul Recovery fund ha trovato un accoglimento favorevole dai mercati, segnando una forte diminuzione dei differenziali di rendimento tra i titoli di Stato dei Paesi europei, uno stallo prolungato sullo stesso fondo rinfocolerebbe le tensioni sui mercati, rendendo necessari nuovi interventi della BCE. Ma nascerebbero problemi anche per la manovra  finanziaria di Paesi come l’Italia – il DDL è oggi arrivato alla Camera dopo la firma del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – che stanno redigendo le proprie leggi di bilancio considerando anche i soldi che potrebbero arrivare già nel 2021 (8 miliardi di euro a fondo perduto per l’Italia): la versione finale della Manovra, costituita da 229 articoli e approvata dall’UE, prevede un Fondo presso il Mef per anticipare i fondi del Programma Next Generation Eu, il Fondo di rotazione per l’attuazione del Next Generation Ee – Italia. La dotazione sarebbe di 34,775 miliardi per il 2021, 41,3 miliardi per il 2022 e 44,573 miliardi per il 2023: in totale nel triennio 120,648 miliardi di euro. Quindi, come ha chiarito Bruxelles, qualora venisse meno il Recovery, verrebbero meno le coperture.

Questo spiega ancora meglio l’appello alla responsabilità del Commissario Gentiloni oltreche le parole del Ministro dell’economia italiano, Roberto Gualtieri, a detta del quale l’atteggiamento di Ungheria e Polonia «è profondamente sbagliato anche perché è improprio. Rifarsi su procedura che riguarda la messa a disposizione delle risorse di tutti i paesi è sbagliatissimo, non penso questi paesi potranno troppo a lungo bloccare il negoziato. Sono settimane decisive». Lo stesso Gualtieri ha, però, riaffermato che, nonostante tutto questo, l’accordo politico delle forze della maggioranza sul ricorso al MES sanitario continua a non esserci, l’opposto di quanto auspicato dal Presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, sostenitore finanche in una riconversione dello cosiddetto ‘fondo salva-Stati’ in uno strumento comunitario e non più dei governi.

«La Commissione continua a considerare che entrambe le questioni siano importanti, sia l’attuazione di Bilancio e Recovery, che il rispetto per lo Stato di diritto» è tornato a rimarcare il Vicepresidente dell’Esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis. Cosa può fare la Commissione? Riuscirà la Germania a salvare il NextGenerationEu, trovando un compromesso? Cosa succederà domani, al Consiglio europeo in videoconferenza dei Capi di Stato e di governo, sul quale quale c’è molto scetticismo che si riesca già a trovare già una quadra? Si riuscirà ad evitare l’esercizio provvisorio? Ha risposto a queste domande Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma ‘Ue, politica e istituzioni’ dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 

Nella riunione degli ambasciatori, Ungheria e Polonia hanno posto il veto al bilancio pluriennale, bloccando di fatto il Recovery Fund. Come ha sostenuto il Commissario europeo all’economia, Paolo Gentiloni, nel corso di un’audizione alle Commissioni finanze della Camera, i due Paesi «sono tra i più colpiti da questa seconda ondata e sono tra i massimi beneficiari in assoluto dei bilanci europei e del Next Generation EU. D’altra parte, se sostengono di essere pienamente in grado di rispettare lo stato di diritto non si capisce perché tutto questo dovrebbe essere vista come una minaccia». Qual è lo scopo della mossa di questi due Paesi, peraltro neanche tanto inaspettata? Cosa vogliono ottenere? C’è chi parla di bluff.

Vedo che Polonia Ungheria stiano giocando una partita molto pericolosa in questo momento perché, come ricordava, sono tra i maggiori beneficiari anche dei fondi che saranno allocati attraverso il Bilancio pluriennale e il NextGenerationEU, ma lo sono stati storicamente anche dei fondi strutturali che hanno risollevato le loro economie e rafforzato il consenso dei loro governi. Sicuramente ci sono tutta una serie di motivazioni politiche interne che spingono i due governi a portare avanti questa partita. Tra l’altro, bisogna sottolineare che in questa posizione estrema che hanno deciso di prendere in questo frangente sono stati abbandonati dai loro tradizionali alleati del Gruppo di Visegrad, Slovacchia e Repubblica Ceca. Credo sia stato un tentativo di alzare la posta in gioco nella speranza che governi europei, pressati dalla necessità di avere i fondi anche in tempi brevi, in un momento critico come questo della seconda ondata della pandemia, potessero eventualmente annacquare il meccanismo previsto sullo ‘stato di diritto’ che è considerato ideologicamente contrario a Ungheria e Polonia. E penso che stavolta abbiano fatto male i loro conti poiché non vedo questa disponibilità da parte degli altri leader europei.

«Non ci possiamo permettere ricatti», ha affermato Gentiloni. Quindi, questa volta, su un tema così fondamentale, non si transigerà?
Io credo che i leader non possano transigere. Qui non parliamo di elementi negoziabili, ma di valori fondanti sui quali è costruito il progetto europeo e che i Paesi, tra cui anche Polonia e Ungheria, nel momento in cui hanno chiesto di accedere ai fondi UE, hanno dovuto sottoscrivere.
Non sono mancati, in questi giorni,  suggerimenti di natura tecnico-istituzionale per ovviare all’ostacolo costituito dal veto di Polonia e Ungheria. Tra questi, quello di estrapolare il Recovery Fund dal Bilancio europeo, facendolo diventare un accordo intergovernativo ad hoc. La ritiene una strada efficace e percorribile?
Secondo me, questa è un’opzione molto complicata, perfino pericolosa non tanto nell’immediato quanto nel futuro dell’Europa, in quanto è una soluzione tecnica che sottende delle scelte politico-istituzionali ben precise: si era trovato l’accordo per collegare il NextGenerationEu al bilancio pluriennale e fare una mossa del genere significherebbe tornare indietro. In più si ricondurrebbe il NextGenerationEu in un alveo puramente intergovernativo. E questo è un problema per le prospettive future di integrazione. Magari nell’immediato ci consentirebbe di superare l’impasse e permetterebbe di accelerare il processo di allocazione dei fondi, ma nel futuro creerebbe grandi complicazioni.
Tra l’altro, accelererebbe il processo fino ad un certo punto in quanto si tratterebbe di una via piuttosto tortuosa che finirebbe, comunque, anche se non di molto, per ritardare l’accesso ai fondi.
Certo, anche perché il carattere innovativo del NextGenerationEu, che ci aveva portato a fare valutazioni piuttosto ottimistiche sul futuro, era che si collocava nel pieno del metodo comunitario e poneva le basi per un’integrazione, fra l’altro in materia di governance economica e fiscale. Se scegliamo l’altra strada, viene meno tutta questa impalcatura.
Dal punto di vista politico-istituzionale, dunque, non vede altre soluzioni disponibili?
Si potrebbe pensare ad una cooperazione rafforzata a 25 che, quindi, si collochi comunque all’interno dei trattati. Anche qui, però, ci sarebbero molti aspetti da chiarire.
Sarebbe all’incirca la proposta del Presidente francese Macron. Inoltre, le trattative si sospetterebbero di nuovo sul doppio binario dell’Europarlamento e del Consiglio.
Esattamente, questa sarebbe una norma non aggirabile, che richiederebbe una modifica dei trattati. Per questo penso che la strada che è stata presa, cioè quella diplomatica dura da parte degli altri Paesi dell’Unione Europea, sia la più ragionevole, anche se si tratta di uno scontro abbastanza esiziale per l’UE.
E la Commissione quali strumenti tecnici avrebbe a sua disposizione? Il Commissario al bilancio, l’austriaco Johannes Hahn, rivolgendosi ai governi di Budapest e Varsavia, di un «meccanismo di garanzia» nell’applicazione obiettiva del parametro dello stato di diritto. Basterebbe a portare Orban e Morawiecki a più miti consigli?
Difficile dirlo perché al momento mi sembra che la loro posizione sia fortemente ideologica. Polonia e Ungheria avevano inizialmente accettato la formulazione che era stata decisa al Consiglio europeo di luglio e che aveva portato all’approvazione provvisoria anche del pacchetto NextGenerationEu perché era volutamente vaga; nel momento in cui si sono definiti i meccanismi, è comparsa la loro posizione contraria. Quindi, sinceramente, potrebbe essere un escamotage, ma la loro posizione è di tipo politico-ideologico.
«La realtà istituzionale è che tocca alla Germania, presidente di turno dell’Ue, di trovare le soluzioni per una ratifica all’unanimità», ha detto il portavoce della Commissione, Eric Mamer. Il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Mass si è detto convinto che «si riuscirà a trovare una soluzione». In molti hanno rimarcato il ruolo centrale che avrà nello sblocco dell’impasse la Germania, attuale Presidente del semestre europeo e legata a Polonia e Ungheria da storici legami economici e politici (Orban è esponente del PPE come Angela Merkel). Sono queste queste le leve di cui dispone la Cancelliera per convincere i ‘dissidenti’? 
La Germania, ancora una volta, sarà l’ago della bilancia: se possiamo riporre qualche speranza nella soluzione di questa impasse, questa sta proprio nel ruolo tedesco per il suo peso politico ed economico. Del resto, la Germania non solo detiene al momento la Presidenza di turno dell’Unione Europea, ma è stata anche la forza fondamentale dietro il compromesso sulla Rule of Law che è stato definito pochi giorni fa. Ci sono una serie di certezze legate anche alla politica interna tedesca nel senso che la Merkel è legata alle forze politiche della CDU/CSU che condividono anche la famiglia politica del PPE e lì c’è l’annosa questione della posizione del partito rispetto a Orban, che è stato sospeso, ma non ancora espulso.
A tal proposito, Donald Tusk, ex primo ministro polacco e capo del Partito popolare europeo, è stato piuttosto duro in tweet: «Chiunque sia contro il principio dello Stato di diritto è contro l’Europa. Mi aspetto una posizione chiara al riguardo. Gli oppositori dei nostri valori fondamentali non dovrebbero più essere protetti da nessuno». «Negare a tutta Europa aiuti di emergenza nella peggiore crisi da decenni a questa parte è irresponsabile», ha dichiarato il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, esponente della CSU.
La Germania è poi sempre stato il punto di riferimento di questi Paesi. Per questo sono abbastanza ottimista sul ruolo tedesco.
Nelle ultime ore anche la Slovenia si è detta contraria all’accordo tra Parlamento e Consiglio sul meccanismo che lega l’esborso dei fondi al rispetto dello stato di diritto. In una lettera al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il Premier sloveno, Janez Jansa, ha spiegato che il meccanismo ideato non sarebbe in linea con l’accordo di luglio e che ai suoi occhi «solo un organo giudiziario indipendente può spiegare cosa è lo stato di diritto, non una maggioranza politica», insomma ‘due pesi e due misure’. Spiegazione che fa eco al tweet di Orban per cui «l’UE vuole usare il Recovery per ricattare chi si oppone all’immigrazione». Perché la Slovenia, che, però, lunedì, non si è opposta in sede di approvazione, al meccanismo della Rule of Law, sembra cambiare idea? E la Germania riuscirà a convincere un altro membro PPE, che sembra sempre più diviso?
Il leader sloveno Janša ha sposato una posizione ideologica vicina a quella dell’alleato Orban e questo l’ha spinto a unirsi a Polonia e Ungheria nell’opposizione al meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto, che peraltro aveva criticato già in precedenza. Credo esistano anche timori da parte slovena di essere oggetto di misure sanzionatorie legate al mancato rispetto dello stato di diritto. Anche sulla Slovenia potrà incidere il ruolo di pressione di Angela Merkel, anche se la posizione slovena conferma che Orban non è un problema isolato all’interno della Partito Popolare Europeo. Inoltre, alla Slovenia toccherà la presidenza del Consiglio dell’UE il prossimo gennaio e la sua posizione pone una pesante ipoteca sulle difficili scelte che l’Unione sarà chiamata a fare in risposta alla crisi sanitaria, economica e sociale in corso.
Fino a quando potranno resistere i Paesi contrari? E fino a che punto potranno spingersi? Andranno avanti ad oltranza?
Andare avanti ad oltranza è difficile viste le tappe che abbiamo di fronte: domani ci sarà una riunione dei leader, un appuntamento fondamentale per ascoltare le varie posizioni in campo. E poi avremo un ultimo Consiglio europeo a Dicembre, alla fine della Presidenza tedesca. La Germania aveva fatto della battaglia sullo Stato di diritto una delle priorità della sua Presidenza e quindi credo che investirà tutto il suo capitale politico per arrivare ad una soluzione anche perché poi ci sono le scadenze per il Bilancio pluriennale e per lo stanziamento dei fondi del NextGenerationEu. Credo che la finestra diplomatica è destinata a chiudersi al massimo entro dicembre.
Il tempo poi non è certo alleato rispetto a delle opinioni pubbliche europee che attendono risposte alla crisi economica connesse alla pandemia. L’Italia in queste ore si prepara a varare un nuovo scostamento di bilancio e una manovra economica imponente. «Come tutti gli altri Paesi profondamente colpiti dall’emergenza generata dal COVID-19, ha bisogno di risposte rapide alla crisi sanitaria ed economica. Non possiamo permetterci il lusso di continuare a rimandare» ha messo in chiaro il Presidente della Commissione per le Politiche dell’Ue alla Camera, Sergio Battelli. La necessità di Paesi come l’Italia, la Francia o la Spagna, di accedere al più presto ai fondi del NextGenerationEu non finirebbe per favorire la posizione ungherese?
Non credo, nel senso che gli altri leader europei hanno una forte pressione interna ad ottenere il risultato promesso e, direi, sbandierato di fronte alle opinioni pubbliche di tutta Europa, quindi investiranno anche loro tutto il capitale politico per arrivare ad una soluzione. Questo potrebbe far passare una rinnovata unità europea nella difesa dei valori fondamentali dei trattati, anche perché questa battaglia, a differenza dei negoziati sui meccanismi del NextGenerationEu, i Paesi mediterranei sono alleati dei Paesi frugali che vedono nella ‘Rule of law’ una condizione imprescindibile per il nuovo bilancio comunitario e per l’accesso ai fondi del NextGenerationEu.
Il 17 Marzo 2021, l’Olanda va ad elezioni. Danimarca e Svezia sono governate da esecutivi di minoranza che non controllano parlamenti piuttosto perplessi dal Recovery Fund. Dilatando i tempi di approvazione definitiva, è possibile che i Paesi frugali ne approfittino per tornare sui loro passi, senza dimenticare l’enorme incognita costituita dalla successiva ratifica nei singoli parlamenti nazionali?
Sicuramente il processo di ratifica sarà anche quello molto complicato. Non credo che un ritardo spingerebbe l’Olanda a rivedere le proprie posizioni, anche perché l’appuntamento cruciale è quello delle elezioni ed è il motivo per cui c’è stata una posizione così netta da parte del governo olandese nella prima parte dei negoziati. Una volta superate quelle elezioni, credo ci saranno anche meno resistenze.
Di sicuro, sullo Stato di diritto l’Olanda non transigerà.
Assolutamente sì. Anzi, era una delle condizioni per il via libera olandese.
Nel caso si riuscisse a convincere l’Ungheria per i motivi poco fa ricordati, sarebbe consequenziale la persuasione della Polonia?
Io credo di sì perché, a quel punto, la posizione di isolamento sarebbe ancora più estrema e non penso che il governo polacco riuscirebbe a sostenerla politicamente. La Germania sarà determinante in entrambi i casi. 
Anche perché le curve dei contagi e dei morti hanno cominciato a salire anche nei due Paesi che hanno posto e poi, nel 2023 in Polonia, nel 2022 in Ungheria, ci saranno elezioni, ragion per cui sarà difficile presentarsi di fronte all’opinione pubblica dopo aver perso l’occasione del NextGenerationEu. 
Esatto e questo lo sanno bene. Ecco perché non so fino a che punto potranno portare avanti le posizioni di intransigenza.
Di certo la sconfitta di Trump non aiuta i sovranisti, compresi Orban e Morawiecki?
La sconfitta di Trump è stata una batosta per tutti i populisti. È venuta meno una sponda di riferimento ideologico e normativo e ora ne vedremo le ripercussioni.
«I soliti noti dell’eurosistema, di cui ormai fa parte anche il M5S oltre al PD, vogliono vigliaccamente utilizzare i soldi del Recovery Fund per piegare quelle Nazioni, come Polonia e Ungheria, che vogliono difendere le radici classiche e cristiane d’Europa e i propri confini dall’immigrazione illegale di massa … Se non accettate la clausola dello stato di diritto (cioè cedere la propria sovranità all’eurosistema) niente soldi per combattere il Covid. Quanto fa schifo questo ricatto? Al momento Polonia e Ungheria … non si sono piegati e hanno posto il veto sul bilancio UE. Di chi è la colpa di questo stallo secondo voi? Di chi crede di poter comprare la libertà e la sovranità dei popoli europei o di chi le difende? », ha scritto su Facebook la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Da questo punto di vista, nemmeno parte dell’opposizione nostrana, Salvini e Meloni, fa una bella figura nel continuare a mostrare sostegno a chi ostacola il Recovery Fund, fondamentale per l’Italia?
Credo che questa sia l’ennesima conferma che le alleanze che il precedente governo, ma anche gli attuali partiti di opposizione, avevano visto come alternative a quelle tradizionali in Europa, e parlo in primo luogo dei Paesi di Visegrad, portano avanti degli interessi strategici nettamente opposti a quelli del nostro Paese e che sicuramente non rappresentano un’opzione valida per il futuro dell’Italia in Europa.
Cosa pensa avverrà al Consiglio europeo in  videoconferenza di domani? C’è grande scetticismo, ma in molti sostengono che l’accordo deve essere trovato subito, altrimenti a dicembre sarà troppo tardi. È d’accordo?
 
Penso che cercheranno di trovare una soluzione a questa partita che è fondamentale per l’Unione Europea. Si tratterà di nuovo di una riunione da remoto e, quindi, questo rende tutto molto più complicato. Tuttavia, credo che domani avremo delle indicazioni circa le posizioni e le linee rosse.
Esclude che si arrivi all’esercizio provvisorio nel 2021?
Non lo escludo perché la situazione è al momento molto fluida.
Sarebbe la prima volta nella storia. Cosa comporterebbe e quale segnale politico lancerebbe?
Lancerebbe un segnale politico molto negativo, al di là delle difficoltà di tipo tecnico-operativo. Parleremmo di un’Unione Europea non in grado di avere una chiarezza sugli obiettivi e di costruire un consenso tale da poter assicurare ai cittadini un percorso normale del Bilancio europeo anche in un frangente così complicato come quello che stiamo vivendo. Però credo che da parte tedesca si farà di tutto per arrivare ad un accordo entro Dicembre.
E questo sarà apprezzato dall’opinione pubblica tedesca?
Penso di sì, anche perché leggevo alcuni recenti sondaggi che mettevano in luce come i cittadini europei abbiano visto accresciuto il ruolo della Germania in Europa. Quindi credo ci sia una maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica tedesca del ruolo fondamentale che la Germania sta giocando in questo frangente.
In una nota diffusa oggi al termine della conferenza dei presidenti nella quale si specifica che «gli accordi raggiunti sono chiusi e non possono in alcun modo essere riaperti. Nessuna ulteriore concessione sarà fatta da parte nostra. Chiediamo al Consiglio di adottare il pacchetto e avviare il processo di ratifica il prima possibile». Si può mettere definitivamente da parte, a questo punto, l’ipotesi, attribuita al Presidente del Consiglio UE Charles Michel, che si debbano riaprire i negoziati con il Parlamento europeo per fare qualche concessione a Polonia e Ungheria?
Per me questa è un’opzione molto remota anche perché il Parlamento europeo non intende riaprire questo capitolo. Sappiamo quanto è stato difficile ottenere il via libera, soprattutto sullo Stato di diritto, e non credo ci siano margini se non minimi. La situazione a cui siamo arrivati dimostra quanto sia stato sbagliato l’approccio adottato fino a questo momento: secondo me, una politica più rigorosa, portata avanti a suon di procedure di infrazione contro governi che palesemente violano principi basilari della membership europea, molto probabilmente avrebbe portato ad una situazione diversa, rendendo questi esecutivi più coscienti dei rischi di certi tipi di posizione assunte negli ultimi anni.
E poi, nell’ottica di un processo di riforme istituzionali da Lei più volte auspicato, mettere definitivamente in discussione il principio dell’unanimità di cui stiamo, purtroppo, vedendo gli effetti ‘perversi’.
Sicuramente è l’ennesima conferma della necessità di produrre meccanismi di decisione a maggioranza qualificata e forme di integrazione differenziata in quanto non è possibile continuare con questo esercizio del potere di veto al di fuori delle dinamiche di una corretta cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione Europea.
Potremmo dire che è tutto nelle mani di una donna, la Cancelliera Angela Merkel?
Sì, della sua credibilità politica e del peso del suo Paese.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore