giovedì, Ottobre 29

Recovery Fund e bilancio: l’Europa su un filo di lama Tenuto fermo il timone sulla prevalenza della Commissione, tutto ora dipende, dagli Stati beneficiari degli aiuti e dalla Commissione che deve controllare che gli Stati rispettino gli impegni. Se noi fossimo intelligenti e avessimo un Governo vero questo sarebbe il nostro momento

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Ieri, nel giorno del così detto Recovery Fund, concludevo il mio intervento con una frase critica sul modo in cui, specialmente taluni Paesi dell’est europeo, ‘difendevano’ l’Europa, dicendo che «la difendono in una chiave che è il contrario dell’‘Europa’ vera: fonte di sussidi e aiuti al commercio e sonnolenta sulle violazioni dei diritti dell’uomo». Ma tant’è, al momento ciò che conta è che la hanno ‘difesa’, di nuovo tra virgolette, ma ci torno subito.

Sgombriamo subito il campo dal solito insopportabile politichese dal quale siamo e saremo per giorni subissati, e sorvoliamo sulla piccineria dei nostri politicanti. Il Conte fiero di sé, che non trova niente di meglio da dire, acido, che così la si finisce di avere una ‘attenzione morbosa’ per il MES. Cui risponde subito piccato Nicola Zingaretti, che invece il MES va usato. Sorvolo sul fatto che è ovvio, tanto qui la politica è sempre e solo pregiudizi, partiti presi, egocentrismi … superficialità. Nella maggioranza, come nell’opposizione, spiazzata (specie Matteo Salvini) dal fatto che alla fine qualcosa si è ottenuto … eh sì, perché tutti i ragionamenti sono puntati su questo, che è (ecco perché Zingaretti ha ragione, anche se non lo sa!): quanto abbiamo avuto, abbiamobattutoi taccagni (e chiamateli frugali se vi fa piacere, ma, lo abbiamo visto, sono taccagni e basta … compresa la enfant prodige finlandese, oggetto di tante speranze), quanto è macho pochette, eccetera. I giornali ne sono pieni e ne saranno pieni ancora per un pò.
Come saranno pieni delle pretese, dell’arrembaggio: arrivano i soldi ragazzi, fatevi sotto. E quindi le partite Iva attraverso i commercialisti (partite Iva anche loro, sbaglio?) che si stracciano le vesti perché (udite, udite) devono pagare le tasse, i sindacati e sindacatini all’arrembaggio, gli albergatori e i ristoratori affamati di rimborsi per mancati guadagni presunti. Le ministre e le vice a caccia di quattrini: quella della pubblica istruzione alla ricerca del paio di miliardi per comprare i banchi semoventi -che sono una pazzia inutile, costeranno un patrimonio, arriveranno in ritardo e, fatti in fretta e malamente, in sei mesi saranno a pezzi: scommettiamo?- e la vice dell’economia che dice ai ristoratori che se non guadagnano abbastanza si cerchino un altro lavoro, e così via.
È la nostra politica
. Che non capisce che c’è una novità e una opportunità clamorose, ma si accinge a cercare (e temo forte che ci riuscirà) dibuttare tutto in vacca’, spendere a mani basse qua e là, nazionalizzare, per soddisfare le pulsioni erotiche di Giggino e del comico, tutto il nazionalizzabile oltre Autostrade, insomma darsi alla pazza gioia.
Sorvolo, infine, anche sulle solite puntuali pagelle assegnate ai partecipanti alla maratona ridicola di Bruxelles: chi è stato più bravo … e naturalmente Conte è al massimo, ma è solo un caso.
Chi ha vinto, titolano i giornali. Chi ha vinto non ha alcuna importanza: nessuno ha vinto, c’è chi ha perso, però, e non è Mark Rutte, che a modo suo porta a casa la sua libbra di carne, ma l’Europa. Forse, o forse no.

Il meccanismo che viene fuori dalla zuffa al mercato dei fagioli di Bruxelles è un tipico risultato di compromesso per contentare tutti, ma specialmente non fare perdere la faccia a nessuno. Anche se la solita ‘destra immanente’ (chiamiamola così) italiana, non manca di rilevare che Conte ha vinto, ma ha dovuto accettare limitazioni di sovranità. Sciocchezza suprema, fonte di superficialità e pregiudizio, ma specialmente di totale incomprensione di ciò che è accaduto. Provo, nel mio piccolo, a dire perché non è così e cosa ci si potrebbe (sottolineo ‘potrebbe’) aspettare domani.

L’Europa, intesa come idea di Europa, è su un filo di lama.
Da un lato è passata la linea di affidare alla Commissione -cioè, lo ripeto per la millesima volta, l’organismo amministrativo della UE non legato alle politiche degli Stati membri- la gestione del piano. Non solo, ma è passata una cosa anche più importante perché di prospettiva: l’aumento delle cosiddette risorse proprie della UE e la possibilità per la Commissione di cercarsene altre. Più se ne procura e più fa piacere ai taccagni! Più se ne procura e più diventa autonoma anche nelle sue scelte economiche, assomiglia insomma sempre più a un Governo. Ce ne vuole ancora, ma un passo in più è stato fatto.
Questo è un punto fondamentale, importantissimo. Perché nella zuffa invereconda tra sovranisti a Bruxelles (lo erano tutti, lì, con diversa consapevolezza, ma tutti) ci si sono strappati a vicenda miliardi di qua e miliardi di là, ma soavemente e senza insistere troppo, la coppia vincente (perché c’è, ed è una coppia, e non è mista, mi spiace per pochette) ha tenuto fermo il timone sulla prevalenza della Commissione, che sarà quella che si procura, eroga e verifica il corretto uso dei fondi. Ciò è merito solo della predetta coppia!
Attenti, sovranisti italioti preoccupati che le spese di Conte siano controllate dal ‘freno di emergenza’ rispetto al quale l’impavido pochette avrebbe ottenuto dopo una strenua battaglia che si decida a maggioranza qualificata! Come del resto è già previsto dai trattati. Quello è lo specchietto per le allodole, pochette incluso.

Cerco di spiegare meglio. La decisione del Consiglio Europeo (che è poi una raccomandazione perché non ha, in sé valore vincolante) affida alla Commissione il controllo, ma poi uno Stato può sollecitare il Consiglio Europeo perché decida ultimativamente se lo Stato interessato stia o meno rispettando gli impegni assunti e richiesti dalla Commissione. Qui, dunque, si ripropone la possibilità che non siano più e solo gli organismi ‘comuni’ della UE ad agire, ma una volta di più intervengano in prima persona gli Stati. Come, appunto, è accaduto per la riunione fiume dell’altro giorno.
Eccola la lama del rasoio!
Tutto ora dipende, non solo dagli Stati beneficiari degli aiuti perché rispettino le indicazioni della Commissione sui piani di utilizzo dei fondi stanziati dalla Commissione stessa (insomma, il piano di rinascita, i famosi 700 miliardi di euro), ma anche dalla Commissione che può, anzi, deve controllare se gli Stati rispettano gli impegni, e, in caso ciò non sia, può agire anche sospendendo l’erogazione. Lo dice anche Carlo Cottarelli, che certamente è più affidabile e ascoltato di me, anche se quell’aria funerea non gli giova, ma a lui almeno potete credere.

Il vero punto centrale è qui: non so quante volte negli ultimi sei mesi lo ho scritto e ripetuto! Il fatto che uno Stato possapiantare una granae chiedere al Consiglio Europeo di pronunciarsi è solo un modo per dare agli Stati la possibilità di -diciamo così- ‘rompere le scatolenon più di tanto.
Ciò che conta è la Commissione, che agisce sempre in collaborazione con il Parlamento. Quindi è l’organismo che offre (o se volete, dovrebbe offrire) il massimo delle garanzie: non a caso nella Commissione, in posizione eminente siede un italiano. Solo per dire che l’Italia da quel punto di vista può stare ragionevolmente tranquilla sul fatto checolpi bassinon ne vengano, a meno che … Appunto: a meno che i colpi bassi, da quei meravigliosi Tafazzi che siamo, ce li diamo noi, ad esempio buttando soldi a fiumi nella scempiaggine infantile dei banchisemovibili’, nella quota 100 e sue varianti, in redditi di cittadinanza, e, specialmente (e non a caso ve ne sono cenni nel documento adottato ieri) nella mancata riforma fiscale (che vuole solo dire fare pagare le tasse a tutti: l’esatto opposto di ciò che chiedono Salvini, Berlusconi e Meloni e … Giggino! Attenti), magari in un bel condono tombale fiscale ed edilizio (in Sicilia ne hanno appena fatto uno!), in una mancata velocizzazione della Pubblica Amministrazione (che vuol dire riforma, non ‘semplificazione’: semplificazione vuol dire imbroglio), nella giustizia che vuol dire velocizzazione dei processi e aumento dei magistrati, non fine della indipendenza della Magistratura.
Questa -se volete usare questo termine sbagliato- questa è la vera limitazione di sovranità conseguente alle decisioni prese. Solo che non è una limitazione di sovranità, è un mezzo per affidare sempre di più e meglio alla UE poteri e funzioni, e quindi non solo non riduce la ‘nostra’ sovranità, ma la amplia. Si potrebbe dire scherzosamente che potremo mettere bocca anche nelle decisioni di altri Stati.

Ma se le cose non vanno per il verso giusto, invece di caderedalla parte giusta della lama, si cadrebbe dall’altra parte: in un ritorno pressante degli Stati in quanto tali che ci picchierebbero a morte, diversamente dalla Commissione che dispone del bastone, certo, ma anche della carota.
Lo ripeto ancora una volta (anche se in relazione ad una persona che mi sta profondamente antipatica) è il capolavoro delle signore Angela Merkel e Ursula von der Leyen! Perché ora hanno loro tutto in mano e possono scegliere se spingere per una UE moderna e attiva e autonoma dagli Stati (sia pure con una prevalenza ovvia tedesca), o se spingere verso una semplice cooperazione economica, dove di nuovo la Germania avrebbe la maggior forza.

Se noi fossimo intelligenti e quindi avessimo un Governo degno di questo nome, questo sarebbe il nostro momento. Perché, presentato un progetto serio specie fiscale, preso il MES per rifare la sanità (e si deve fare, assolutamente), potremmoinfilarcia pieno titolo nel tavolo a due Germania-Francia, dove la Francia, molto più debole della Germania, avrebbe interesse a bilanciarne la forza.
Ma a Roma ci vorrebbero dei politici, questo è il guaio.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.