giovedì, Ottobre 1

Recovery Fund: ‘condizioni dure’, e c’è il perché Un quadro politico melmoso e incerto, infido e disseminato da una quantità di trabocchetti, assommato al vizio italiano del promettere ma non fare, fanno si che i ‘frugali’ ci dicano papale papale che non si fidano degli italiani

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Il leader olandese Mark Rutte? Certo che è antipatico; definito il frontman dei ‘frugali’, è un vero e proprio mastino. Il suo NO senza ‘se’ e senza ‘ma’ al Recovery Fund (il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia dei Paesi dell’Unione Europea dopo la crisi Covid-19) èancheideologico, ma soprattutto pratico: a marzo 2021 nel suo Paese si eleggeranno i membri della Camera dei rappresentanti. Rutte è alla guida di una eterogenea coalizione: Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia; Appello Cristiano Democratico; Democratici 66; Christian Union. Insieme una maggioranza di 76 seggi, su 150 alla Camera dei rappresentanti; e al Senato 38 seggi su 75.

Non è per comprendere le ragioni degli ‘altri’; è però un fatto che Rutte deve fare i conti con un temibile avversario, l’eurofobio Geert Wilders, la cui parola d’ordine è: ‘Non un centesimo all’Italia’.
Gli altri Paesifrugali’ sono Austria, Danimarca, Svezia. La Finlandia più sì che no.
Il primo ministro austriaco è il cancelliere Sebastian Kurz, del Partito Popolare, con forti connotazioni conservatrici; la prima ministra danese è Mette Frederiksen, del partito socialdemocratico (che però nei fatti è sostanzialmente conservatore); il premier della Svezia è Stefan Löfven, socialdemocratico. Sanna Marin, primo ministro finlandese, che ufficialmente non fa parte del quartetto, ma è fianco, è lei pure socialdemocratica. Come si vede, uno schieramento ideologicamente composito. In questo caso, le tradizionali categorie di progressista e conservatore lasciano il tempo che trovano. Più corretto parlare di Paesi ‘mediterranei’ e Paesi ‘del Nord’.
Il termine per la prima volta lo si legge sul ‘Financial Times’, nel febbraio scorso: i quattro leader inviano una ‘lettera’ al giornale, spiegano che quel ‘frugal’ va inteso come ‘parsimonioso’. Sempre il ‘Financial Times li accusa di intralciare la ripresa dell’Europa. Robert Roettgen, Ministro tedesco all’ambiente, da molti indicato come il successore di Angela Merkel, accusa Rutte e compagni di miopia e grettezza. Sostiene che sono privi di ‘visione’, che il loro ‘fare’ si tradurrà inevitabilmente in uno scardinamento irreversibile di quel poco di Unione Europea esistente.
Hanno ragione; e c’è da augurarsi che alla fine la coppia Merkel-von der Leyen, sostenuta dalla Francia e dagli altri Paesi, sappia trovare la quadra, il modo per uscire dallo stallo.

Il problema è che Rutte e compagni chiedono in cambio del denaro del Recovery Fund delle ‘garanzie’. Lo dicono chiaro e tondo: ‘condizioni dure’, è l’espressione usata. Traduzione: riforme concrete, non generiche promesse. Riforme strutturali, che riguardino l’istruzione, la ricerca, i trasporti, le infrastrutture, le comunicazioni, la giustizia. Saranno anche richieste strumentali, ma sono comunque le riforme di cui il Paese ha necessità. Riforme di cui tanto si parla nei mille comitati di lavoro che durante il Covid-19 si sono approntati, ma di cui ancora non si vede neppure il solco. In una parola, i frugalici dicono papale papale che non si fidano degli italiani.

Hanno torto? Bisogna pure spiegare, ai ‘frugali’ o ‘nordici’ che dir si voglia, che in Italia si varano bonus per andare in vacanza (con procedure burocratiche logoranti e diaboliche); che si finanziano i monopattini; che si distribuiscono ‘mance’ a pioggia.
Non sono i soli, a non fidarsi. La ‘notizia’ è che
tra marzo e giugno (quattro mesi appena) almeno 150 miliardi di euro hanno lasciato l’Italia. Per andare dove? Versoportipiù sicuri, in prevalenza tedeschi. Il saldo debitorio Target2 di Banca Italia ha raggiunto il record negativo di -536,2 miliardi. Nei due mesi di lockdown, la liquidità in ‘ingresso’ per l’economia italiana è stata davvero poca: circa 12,3 miliardi di euro dalla monetizzazione di una piccola parte delle attività finanziarie del settore privato all’estero. Il sistema finanziario tedesco, al contrario, ha capitalizzato il suo essere ‘porto sicuro’, e ha così attratto liquidità dall’Italia e dagli altri Paesi dell’Unione.

Per tornare al Recovery Fund, e le riforme richieste: occorre programmarle; preparare i singoli piani d’investimento del denaro concesso; vanno predisposti dossier analitici, minuziosi; calendarizzati, con procedure tracciate. La Commissione UE, ma anche i singoli Stati, faranno azione occhiuta, e chiederanno conto che si riferisca come si spende il denaro. Un iter piuttosto complesso e dai tempi lunghi; se si considerano i riti bizantini della nostra politica e della nostra burocrazia forse non è il caso di coltivare salvifiche illusioni.

Non manca molto all’autunno, e tra un paio di mesi i nodi verranno inevitabilmente al pettine; le criticità finanziarie si sommeranno a quelle sociali, e non sarà possibile eluderle. Ancor meno servirà la politica dello struzzo fin qui seguita. Dati i tempi e i metodi, non è saggio illudersi che sia in arrivo una massa di denaro sufficiente a tamponare l’urgenza che i nostri storici problemi richiede.
Si ragiona di questo, nei palazzi del Potere romano, nelle segreterie di partito? Molto poco. La preoccupazione dei vari leader è data, piuttosto, dai risultati dei sondaggi demoscopici; che valgono quello che valgono, ma sono comunque indicativi di stati d’animo e ‘umori’ di un’opinione pubblica sempre più delusa e frustrata, spesso irosa, inquieta e preoccupata per l’oggi e il domani.
Proiezioni dell’agenzia ‘
Dire’ e dell’Istituto Tecné accreditano a Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni, qualcosa come circa il 16 per cento di consenso: una decina di punti in più rispetto solo un anno fa, guadagnato a spese della Lega. Un travaso di voti, insomma. La Lega di Matteo Salvini si attesta comunque sul 25 per cento; sommato all’8 per cento circa di Forza Italia una solida maggioranza.
Stabile il centro-sinistra in tutte le sue varie componenti. Il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha un bel dire che nonostante un paio di scissioni patite il suo partito tiene e si candida a essere maggioranza. Fatto è che la sinistra nel suo complesso e nelle sue varie declinazioni, fatica a raggiungere il 30 per cento di consenso; deve per forza fare fronte comune con il Movimento 4 Stelle, più dilaniato e contraddittorio di sempre. Soprattutto non riesce a recuperare quelle ampie fasce di elettorato che ha ‘disertato’ la sinistra e si è rifugiato nell’astensione.
Le
regionali d’autunno, e il voto in città come Torino e Roma da questo punto di vista saranno un test indicativo. La previsione la si prenda con tutto il beneficio di inventario, ma al momento tutto fa pensare che il Veneto e la Liguria resterà saldamente nel centro-destra. Toscana e Campania nel centro-sinistra. Marche e Puglia passeranno al centro-destra. In quanto a Roma e Torino c’è la grossa incognita dei candidati. Chiara Appendino e Virginia Raggi (entrambe M5S), meritatamente dovrebbero tornarsene a casa. Ma con chi sostituirle è davvero un’incognita.

Un quadro politico melmoso e incerto, infido e disseminato da una quantità di trabocchetti. L’Aja e Vienna, Copenaghen e Stoccolma sono lontane. Ma non al punto da impedire a Rutte e soci di vedere come vanno le cose nel nostro Paese; ed ecco perché, per quanto strumentalmente, pongono ‘condizioni dure’ e si fidano poco o nulla.
Questa la situazione, questi i fatti.

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