sabato, Agosto 15

Recovery Fund, all’alba di una nuova Unione Europea? “Emissione di debito comune e reperimento di risorse proprie anche attraverso imposizioni fiscali comunitarie da parte della Commissione sono gli elementi che potrebbero promuovere una maggiore integrazione”. “È cruciale adesso avviare una vera e propria fase costituente a livello UE per rafforzare le istituzioni sovranazionali e il metodo comunitario“. Intervista a Nicoletta Pirozzi (IAI)

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Dopo quasi 5 giorni di estenuanti trattative al Consiglio europeo, ieri mattina, alle 5:31, i 27 Paesi membri dell’UE hanno raggiunto l’accordo sul Recovery Fund, altrimenti noto come Next Generation EU, quarto pilastro dopo MES, SURE e BEI su cui poggia la risposta europea alla pandemia di COVID-19.

“E’ stato un vertice le cui conclusioni sono storiche”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron al termine del Consiglio europeo, aggiungendo che “in due mesi siamo riusciti a far diventare realtà un piano di rilancio. Questa lunga trattativa è stata caratterizzata da difficoltà, opposizioni e visioni diverse dell’Europa”.

Angela Merkel si è detta “molto contenta” dell’accordo raggiunto, affermando anche di essere “sollevata” del fatto che i leader europei siano arrivati ad una intesa,un “buon segnale” all’Europa.

 “Il vertice infinito è finito con un’intesa”. Quella sul piano NextGenerationEu “è la più importante decisione economica dall’introduzione dell’euro”, ha rimarcato in un tweet il commissario Ue per l’Economia Paolo Gentiloni. “Per la Commissione che ha proposto il piano, comincia la sfida più difficile. L’Europa è più forte delle proprie divisioni”.

“L’Europa ce l’ha fatta”, “sono stati giorni difficili per i cittadini europei, ma quello che abbiamo raggiunto è un ottimo accordo, solido ed è quello giusto e che serve l’Europa”,è stato invece il commento del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, secondo il quale “abbiamo dimostrato unità, solidarietà e che tutti noi crediamo nel nostro futuro comune e questo significa che l’Ue è forte”. “Abbiamo negoziato sui fondi ma non si è parlato di soldi, ma di famiglie, lavoratori, del loro benessere”, ha precisato Michel, sottolineando che l’accordo raggiunto “verrà visto come un momento di svolta nella storia dell’Europa, sarà la prima volta che il nostro bilancio sarà collegato agli obiettivi climatici, che lo stato di diritto diventa un criterio decisivo, e che tutti abbiamo deciso di rafforzare le nostre economie con un piano di rilancio”.
La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha commentato l’esito positivo dei lunghi negoziati culminati oggi in un’intesa. “Abbiamo ancora molto lavoro di fronte a noi, ma questa notte ha segnato un grande passo verso la ripresa” economica dell’eurozona, ha dichiarato von der Leyen nel corso di una conferenza stampa, dopo l’annuncio dell’accordo tra i capi di Stato e di governo dell’Ue. La presidente della Commissione Ue ha affermato che “quattro lunghi giorni e notti, e oltre 90 ore di negoziati” sono stati “fruttuosi”,
Tuttavia sono stati molto faticosi, gravati dal forte scontro tra Paesi del Nord, cosiddetti ‘frugali, capitanati dall’Olanda, e i mediterranei, tra cui Italia e Spagna, sostenuti da Germania e Francia. Il Recovery Fund è rimasto del valore complessivo della proposta originaria della Commissione, ovvero 750 miliardi di euro, ma è stata modificata la suddivisione tra sovvenzione e prestiti a favore di questi ultimi: i sussidi (grants) saranno 390 miliardi di euro (da 500) e i prestiti (loans) 360 miliardi di euro (da 250). L’Italia, in questo nuovo assetto, ha guadagnato circa 36 miliardi di prestiti in più: si porta a casa, infatti, circa 208,8 miliardi di euro di cui 81,4 di contributi a fondo perduto (solo 400 milioni in meno rispetto alla proposta della Commissione) e 127,4 di prestiti (rispetto a 90,9). 
La gamba più importante del Recovery Fund è il Fondo per la ripresa e la resilienza con 672,5 miliardi. I soldi saranno distribuiti ai vari Paesi tra il 2021 e il 2023: stando al punto A15 delle conclusioni, il 70% dei soldi dovrà essere impegnato dall’Europa nel biennio 2021-2022, mentre il restante 30% deve essere impegnato entro la fine del 2023.

Per poter accedere ai fondi, gli altri Stati membri dovranno presentare ad ottobre alla Commissione un piano nazionale di ripresa e resilienza che nel dettaglio dovrà descrivere come ogni singolo Paese intende usare i fondi.

Ma cosa non può mancare nei piani di ricostruzione? Essi devono essere redatti tenendo presenti le Raccomandazioni Ue per ogni Paese pubblicate negli ultimi anni e puntare al rafforzamento della crescita, in modo coerente alla transizione verde e digitale dell’economia, come afferma Il punto A1 delle conclusioni. 

I fondi saranno erogati solo al raggiungimento di obiettivi misurabili concordati anticipatamente nel piano. La valutazione del raggiungimento di tali obiettivi sarà affidata al Comitato economico e finanziario (Cef), gli sherpa dell’Ecofin. Toccherà al Consiglio, su indicazione della Commissione che ha tempo due mesi, decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione Ue) se approvare il piano.

Qui, «in via eccezionale», se qualche Paese riterrà che sussistano dei problemi, potrà chiedere che la questione finisca sul tavolo del Consiglio Europeo, attivando il cosiddetto ‘freno d’emergenza’ voluto dai ‘frugali’, prima che venga presa qualsiasi decisione. L’Italia, d’altro canto, ha ottenuto la rimozione delle decisioni all’unanimità e il rischio che un singolo Paese potesse mettere il veto il piano nazionale di un’altro Stato. Inoltre, per bloccare l’erogazione del Recovery Fund è necessari il  voto contrario di 13 su 27 Paesi, purché questi rappresentino almeno il 35% della popolazione europea. La parola finale spetta comunque alla Commissione e tutta la procedura non potrà superare i tre mesi di tempo. 

Nella valutazione complessiva dei Piani, non saranno tralasciati i parametri della solidità di bilancio, ma, stando ai Trattati, non ci sono obblighi di riforme se non quelle coerenti con l’agenda UE. Ciò nonostante, per chi denuncia il rischio di nuova ‘austerity’, è opportuno sottolineare che le raccomandazioni non vogliono  imporre ‘rigore’, ma non possono non considerare, dato l’impegno comune, le criticità di ogni Paese e tentare di indirizzare ciascuno verso una loro risoluzione.

Condizionalità che doveva essere inclusa nell’accordo, ma che poi, sebbene non sia stata cancellata, è stata fortemente diluita, riguardava il rispetto dello Stato di diritto. Una vittoria per i Paesi del Blocco di Visegrad, in particolare per il Premier ungherese, Viktor Orbán, che era arrivato a criticare aspramente l’Olanda. Un alleato dell’Ungheria, la Polonia, ha potuto cantare vittoria per l’eliminazione della condizionalità ambientale, legata alla progressiva riduzione della dipendenza dal carbone.

Il criterio guida per l’assegnazione delle quote dei soldi che saranno erogati nel 2021 e nel 2022 è quello della disoccupazione relativa al periodo 2015-2019. Nel 2023 il parametro diventerà la perdita del PIL nel 2020 e quella cumulativa, sempre del Pil, nel 2020-2021.

Inoltre, la parte dei soldi presi a prestito dovrà essere  rimborsata a partire dal 2027 in modo graduale  fino al 31 dicembre 2058. Per quanto concerne la porzione di soldi a fondo perduto, tutti i  Paesi dovranno  partecipare al rimborso comunitario relativo al Fondo. Due i meccanismi: le tasse, come quella sul carbone o sulla plastica, e i contributi che ogni Paese dà al bilancio pluriennale 2021-2027 su cui è stato trovato l’accordo. Costituito da 1.074 miliardi di euro, esso garantisce i titoli di debito pubblico comune- per la prima volta nella storia dell’Europa- finalizzati a raccogliere le risorse sui mercati.

Nell’alveo di una trattativa doppia, il Recovery ha imposto la riduzione di alcuni programmi del bilancio. Programmi i cui budget, cumulativamente, arrivati a 77,5 miliardi di euro (rispetto ai 190 miliardi pensati dalla Commissione) con l’azzeramento della dotazione di Eu4Healt, il nuovo programma europeo per la sanità, il forte ridimensionamento del Just Transition Fund e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale.  Il nuovo bilancio Ue per entrare in vigore deve però essere prima approvato dal Parlamento europeo e serve la ratifica anche dei parlamenti nazionali. E su questo, probabilmente, ci si possono attendere sorprese.
Emissione di debito comune, primordiali sprazzi di fiscalità comunitaria attuata dalla Commissione per reperire risorse, sono chiaramente una novità nella direzione di una maggiore integrazione che neanche la ferrea opposizione dei ‘frugali’ ha potuto bloccare. Gli stessi ‘frugali, però, hanno potuto incassare un altro punto a loro favore, con il mantenimento e rafforzamento dei ‘rebates’ e degli sconti sul bilancio.
E l’Italia? “Siamo soddisfatti. Il risultato positivo però non appartiene a chi vi parla, e nemmeno alle forze di governo. Appartiene all’Italia intera“, sono state le parole del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in Senato per l’informativa post-Consiglio, definito “un vertice straordinario anche in termini di complessità. L’intesa raggiunta rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale che ci spinge ad affermare che l’Ue è stata all’altezza della sua storia. Il risultato raggiunto sul Recovery Fund, frutto di una decisione di portata storica, non era affatto scontato a marzo”,
Tutti i leader hanno rivendicato un proprio successo diplomatico, ma è veramente così che stanno le cose? Come valutare l’accordo sul Recovery Fund? E sul bilancio pluriennale? Come escono le istituzioni europee da queste trattative? Come cambia il futuro dell’Europa? Lo abbiamo chiesto a Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma ‘Ue, politica e istituzioni’ dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)

 

Per pochi minuti, l’ultimo Consiglio europeo straordinario non ha battuto il record del Consiglio di Nizza del 2000. È probabilmente il pregio-difetto del multipolarismo, <<così sotto pressione negli ultimi tempi>>, come ha tenuto a sottolineare Angela Merkel. Era prevedibile oltre che previsto che le trattative per il Recovery Fund fossero così lunghe e faticose?

Sì, un po’ tutti gli analisti avevano previsto un vertice molto complicato e, di conseguenza, molto lungo anche perché ben prima del vertice erano chiare le opposte posizioni. Non ci si aspettava che si arrivasse alla mattina del quinto giorno. Ci sono stati ben pochi precedenti, come quello di Nizza del 2000, ma è chiaro che la posta in gioco era veramente alta ed anche la fase che l’UE sta vivendo. 

Quello avvenuto negli ultimi giorni è stato il primo Consiglio ‘fisico’ dallo scoppio della pandemia di coronavirus. La vicinanza fisica ha aiutato i leaders nelle trattative?

Penso proprio di sì perché quando parliamo di consessi multilaterali e quando ci sono in ballo negoziati molto difficili, quello che si ottiene con il rapporto diretto, soprattutto con tutte le discussioni che vengono fatte a margine del vertice, davvero dà il valore aggiunto. Se si fosse tenuto online, non si sarebbero potuti organizzare incontri al latere, o comunque sarebbe stato molto più complicato farlo, non ci si sarebbe potuti sedere a cena per continuare la discussione e anche durante la notte sarebbe stato più complicato. Per questo penso abbia fatto la differenza.

Tutte le trattative in sede di Consiglio possono essere lette alla luce del braccio di ferro tra Paesi rigoristi del Nord e Paesi Mediterranei. L’accordo sul Recovery Fund, da questo punto di vista, è stato raggiunto dopo laboriosi negoziati su diversi capitoli del dossier: primo tra tutti, la consistenza del Next Generation EU. I Paesi ‘frugali’, Olanda in testa, si sono adoperati per ottenere una riduzione dei contributi a fondo perduto (passati da 500 della proposta della Commissione agli attuali 390 miliardi di euro) ed un aumento dei prestiti (passati da 250 a 360 miliardi di euro). Tale risultato è dunque una vittoria per i Paesi ‘frugali’?

Direi di sì perché eravamo partiti da quota 500 miliardi di euro di sussidi e 250 di prestiti. Questo era stato ridotto dalla proposta del Presidente del Consiglio europeo Michel e, durante il Consiglio, si è arrivati sotto quota 400, che era la linea rossa che molti Paesi – Germania, Francia, ma anche Italia – avevano tracciato per quanto riguarda il livello dei sussidi. Invece, grazie ad un negoziato molto duro, i Paesi ‘frugali’ come l’Olanda sono riusciti a passare a 390 miliardi di euro di sussidi, comunque una quota molto ridotta rispetto alle aspettative. Anche per l’Italia, stando alle cifre che circolano, non è andata così male perché si parla di 82 miliardi di euro di sussidi e un aumento dei prestiti che raggiungono quota 127 miliardi di euro. Dal nostro punto di vista nazionale, non è quindi andata così male però come pacchetto complessivo, soprattutto come significato del piano ‘Next Generation EU’ che avrebbe dovuto dare una percentuale molto più alta di contributi a fondo perduto, è stata sicuramente una vittoria dei ‘frugali’. 

Per quanto concerne la governance del Recovery Fund, anche su questo capitolo, forse più che su altri, lo scontro, in particolare tra Italia e Olanda, si è fatto molto duro: il tentativo italiano di eliminare i veti contro quello opposto olandese di rendere molto stringente il controllo del Consiglio e quindi anche di un singolo Stato sull’erogazione verso un altro Stato membro. Molta polemica si è poi scatenata sull’avverbio ‘decisively’ che l’Olanda voleva fosse attribuito alle discussioni in sede di Consiglio. Il risultato ottenuto consente tanto all’Italia quanto all’Olanda di rivendicare un proprio successo. Tuttavia, chi è, se c’è, il vero vincitore di questo capitolo della più ampia trattativa sul Recovery Fund?

Sulla governance si è arrivati ad un compromesso, visto che si partiva da posizioni veramente molto lontane: da una parte l’Italia, ma anche la Germania e la Francia, che volevano il ruolo primario affidato alla Commissione europea e cioè che fosse questa a decidere l’allocazione degli stanziamenti; dall’altra parte l’Olanda che premeva addirittura per un voto all’unanimità all’interno del Consiglio. Alla fine è stato molto difficile incontrarsi proprio a metà strada, prevedendo un ruolo molto forte del Consiglio a cui viene assegnato il compito di decidere a maggioranza qualificata sulla proposta della Commissione. C’è poi il cosiddetto ‘freno di emergenza’ che è stato inserito nelle conclusioni e che prevede che uno Stato membro possa deferire la questione al Consiglio europeo che dovrà occuparsene. La Commissione non potrà decidere fino a quando il Consiglio europeo non si sarà espresso anche se tutto ciò non deve superare i tre mesi di tempo. Veramente si è cercato di trovare la quadra tra posizioni molto distinte. Sottolineo anche che questo sarà un terreno di scontro con il Parlamento europeo adesso che toccherà al Parlamento e al Consiglio trovare l’accordo sul prossimo Bilancio pluriennale visto che questa procedura non prevede un ruolo per l’Europarlamento il quale, invece, vorrà dire la sua. Per questo ci sarà uno scontro anche sulla base legale individuata dal Consiglio europeo per il meccanismo di governance.

Non c’è potere di veto perché c’è una maggioranza qualificata: viene quindi spuntata l’arma dei ‘frugali’ che, da soli, non possono bloccare l’erogazione, ma devono formare un’alleanza più ampia, che rappresenti almeno il 35% della popolazione europea.

Esatto, non possono bloccarla, ma possono attivare questo ‘freno di emergenza’ che, ovviamente, ha un costo politico. La procedura è stata fatta volontariamente pesante così da scongiurare qualsiasi tipo di scenario, però è una possibilità che esiste. 

Il sistema di controllo, così come disegnato, è efficiente dato che, d’altra parte, c’è poi il dibattito sulla legittimità?

È sicuramente un sistema che dà garanzie agli Stati membri visto che questi ultimi si stanno impegnando, per la prima volta, in un meccanismo di debito comune. E quindi la procedura può essere letta da questo punto di vista. E poi, personalmente, credo che la procedura, a livello sopranazionale, secondo il meccanismo della comitologia e quindi con il ruolo fondamentale giocato dalla Commissione europea con i comitati tecnici, sarebbe stato quello migliore, tra l’altro quello previsto originariamente. Però mi rendo conto che nelle condizioni in cui si era arrivati, questo rappresenta un buon compromesso. 

In sede di conferenza stampa, la Presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen, ha ricordato che il Recovery Fund, è <<volontario>> e chi vi accede <<deve adeguarsi al Semestre UE è alle raccomandazioni>> per ogni Paese. I più critici verso l’accordo, nelle ultime ore, hanno paragonato le condizionalità del Recovery Fund a quelle del MES. Posto che le condizionalità sono sempre necessarie per controllare il rispetto degli impegni presi con la presentazione dei Piani di ricostruzione, è un paragone che regge? Quali sono le condizionalità per accedere al Next Generation EU?

Sulla base delle conclusioni del Consiglio, vi sono delle condizionalità che riguardano la performance dei Paesi sulla base delle regole del Semestre europeo, quindi, a livello economico, di sostenibilità, di resilienza. E poi ci sono alcune condizionalità spefiche che riguardano gli obiettivi del Recovery Fund e che hanno a che fare con il cambiamento climatico e con la digitalizzazione, che sono i due ambiti individuati come prioritari anche dopo la crisi del Coronavirus. 

Attenzione alla sostenibilità vuol dire, come sostengono gli scettici, pressione per riforme tese a rigore o ‘austerity’?

Ovviamente i piani di ripresa che presentano gli Stati membri devono essere credibili e devono contenere riforme che vengono giudicate dalla Commissione efficaci e sostenibili nel lungo periodo. Si farà una valutazione da parte della Commissione perché questi elementi vengano rispettati dai Piani nazionali che è, dunque, importante preparare bene.

Anche perché i tempi di presentazione, prevista per l’autunno, sono stretti. La solidità di bilancio è, quindi, un parametro anche adesso che il Patto di stabilità è sospeso?

Certo, ovviamente per il momento il Patto di Stabilità è stato sospeso e modificato anche per far fronte alla pandemia. La solidità di bilancio rimarrà, tuttavia, un parametro. 

Nel corso della trattativa, era emersa una condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto, molto avversata dal Blocco di Visegrad tanto da spingere il Premier ungherese, Viktor Orbán, a criticare aspramente l’Olanda. La sua forte diluizione, anche se non totale cancellazione, è una vittoria di Orbán e dei suoi alleati dell’Europa centro-orientale, oltre che un’abdicazione dell’UE rispetto ad alcuni valori che dovrebbero essere fondanti?

Lo Stato di diritto è fondamentale soprattutto per salvaguardare il progetto europeo nel suo insieme. Per molti quello che è stato inserito nelle conclusioni del Consiglio, è un passo indietro rispetto alla volontà di condizionare il ricevimento di fondi all’interno del prossimo Bilancio pluriennale al rispetto dello Stato di diritto: nelle conclusioni, infatti, noi troviamo il riferimento al rispetto dello Stato di diritto e si trova scritto che il Consiglio europeo se ne occuperà il prima possibile. Quindi il riferimento c’è, ma non è stato previsto un meccanismo stringente per legare il rispetto dello Stato di diritto all’erogazione dei fondi. È vero che ci sono altri meccanismi per questo, tra cui l’articolo 7 del Trattato, ma, come sappiamo, è necessario il voto all’unanimità è questo lo rende molto difficile da attuare, anche se la Presidenza tedesca si è molto impegnata in questo senso. Credo che anche su questo ci sarà un forte scontro con il Parlamento europeo, che su questo aspetto avrà un posizione più rigida, più decisa. 

Secondo quali parametri dovrebbe funzionare  sistema di allocazione del Recovery Fund?

Fino al 2022, l’allocazione si basa su tre criteri: GDP per capita, disoccupazione 2015-2019 e popolazione (questo era il vecchio criterio già proposto dalla Commissione a maggio).
Per il 2023 si baserà su crollo del PIL reale nel periodo 2020-2022 (nuovo metodo introdotto con l’accordo). In pratica 70% del totale è con il vecchio metodo, 30% con il nuovo.

Per quanto riguarda i ‘rebates’ e gli sconti, anche su questo dossier i Paesi ‘frugali’ hanno rivendicato una vittoria. Il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è rallegrato di averli addirittura raddoppiati. Nello specifico, all’Austria sono andati 565 milioni di euro annui di rimborsi, alla Danimarca 322 milioni, all’Olanda 1,921 miliardi e alla Svezia 1,069 miliardi. Invariati invece i 3,67 miliardi per la Germania. Si può parlare effettivamente di un altro punto messo a segno dai Paesi del Nord? È che segnale lancia il mantenimento e rafforzamento degli sconti?

Sì, anche questo devo dire che è stato un punto a favore dei Paesi ‘frugali’ perché, tra i vari elementi del compromesso finale, c’è stato l’aumento dei ‘rebates’ cioè degli sconti che vengono fatti ai contributori netti del bilancio dell’Unione Europea attraverso i quali sono stati molto avvantaggiati, appunto, i Paesi del Nord. Questo significa che tali risorse saranno tolte dall’ammontare complessivo del bilancio UE. E questa è forse la nota più dolente perché, soprattutto per rispondere alla crisi, si era puntato ad un bilancio molto ambizioso, anche a livello di ammontare complessivo, mentre dalle conclusioni del Consiglio emerge una proposta di bilancio pluriennale di 1.074 miliardi di euro, quindi fortemente ridotto rispetto alle intenzioni iniziali. Ciò vuol dire che saranno penalizzati alcuni programmi, da sempre bandiera dell’Unione Europea, in particolare quelli che hanno a che fare con la ricerca, con l’innovazione, in parte con il cambiamento climatico e con la salute. 

Sono ‘perdite’ accettabili, vista la posta in gioco?

Il fatto che il negoziato si è molto concentrato con il Next Generation EU e quindi il bilancio pluriennale è stato un po’ sacrificato sull’altare dell’accordo necessario per il Recovery Fund.

La Commissione europea emetterà titoli di debito comune. Con quali modalità, a partire dal 2027, avverrà il rimborso del denaro ricevuto dal Recovery Fund?

La Commissione emette debito comune, ma il fatto è che, ed è per questo che era molto importante decidere sull’equilibrio tra sussidi e prestiti, i secondi dovranno essere in ogni caso ripagati dagli Stati membri mentre, per quanto concerne i primi, essi saranno coperti dalla Commissione europea attraverso un sistema di rimborsi di lungo periodo e dovrebbe includere la ricerca di nuove risorse proprie, si è parlato di ‘web tax’, ‘carbon tax’ e ‘plastic tax’. 

Tornando al bilancio, la difesa europea sarà un’altra volta tra i settori più sacrificati?

La difesa è sicuramente uno di questi settori. Abbiamo visto che, sulla base della precisione che era stata fatta, la difesa doveva essere una delle iniziative di maggior rilievo nei prossimi anni. Invece il Fondo europeo per la difesa è stato ridotto a soli 7 miliardi di euro, cifra non sufficiente per essere al passo con le ambizioni che l’Unione Europea in questo settore si era posta. Poi penso di includere il comparto della ricerca, che ha subito un taglio considerevole, ma su cui facevano affidamento soprattutto quei Paesi che spendono di meno in questo ambito. Speriamo che sarà compensato dai singoli piani nazionali. 

Forse, tutto sommato, è stato un bene che, a causa della complessità delle trattative, i Paesi europei non sono arrivati ad un accordo sul bilancio pluriennale nel Febbraio scorso, prima dello scoppio della pandemia. 

Diciamo che questa pandemia ha posto l’Unione Europea di fronte alle proprie fragilità per cui alcuni settori erano stati un po’ trascurati o comunque non avevano le risorse adeguate per fare il salto di qualità. La pandemia ha un po’ aperto gli occhi a tutti. Adesso, il risultato uscito dal vertice non è così entusiasmante come ci si aspettava a livello di prossimo bilancio, tuttavia credo che alcune correzioni saranno possibili in fase di negoziato. 

Come si accennava poco fa, per la prima volta il bilancio dell’UE è in deficit e che, quindi, la Commissione è chiamata ad emettere titoli di debito comune. Questo, unito alla necessità per la Commissione di reperire risorse proprie anche attraverso un’embrionale fiscalità comune, segna un passo in avanti verso l’integrazione europea?

Sì, devo dire che questi sembrano essere gli aspetti più innovativi del compromesso raggiunto. Questo era presente tanto nella proposta franco-tedesca quanto in quella della Commissione europea. Durante la pandemia, molti Paesi hanno spinto per la creazione di ‘eurobond’ o ‘coronabond’, ma questo è stato impossibile, dal punto di vista politico, per le resistenze di alcuni Paesi. Il Next Generation EU, di fatto, sdogana il debito comune a livello europeo. Quindi penso che questo possa essere un punto di partenza per le riforme strutturali, di lungo periodo della governance economica europea che andranno fatte nei prossimi anni.

A questo riguardo, l’ex Presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, ha sottolineato che <<dopo l’euro, questa volta c’è la costruzione di una struttura di difesa, la Commissione inizia finalmente a fare politica economica che va oltre alla moneta comune>>. È d’accordo?

Sì, devo dire che questa caratteristica, insieme a quella della ricerca delle risorse proprie, sono gli elementi più innovativi dell’accordo raggiunto. 

Ciò detto, da questo Consiglio europeo, l’Unione esce, come sostiene il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, più unita e più forte o, al contrario, più divisa, con Stati membri più diffidenti gli uni nei confronti degli altri?

Diciamo che questo Consiglio europeo ha mostrato quelle che sono le distanze, anche molto profonde, tra i diversi membri dell’UE. E anche se alla fine è stato trovato un buon accordo, che viene incontro alle esigenze di tutti, è chiaro che ci sono Paesi più disposti di altri ad andare avanti nel processo di integrazione. Ecco perché io credo che, già da Settembre, vada fatta una riflessione molto ragionata sul futuro dell’UE e, secondo me, dovrà proseguire attraverso formule di integrazione differenziata, facendo andare avanti quei Paesi più favorevoli ad una maggiore integrazione e che poi potranno essere seguiti dai meno convinti. Una differenziazione nell’integrazione che, a questo punto, mi sembra necessaria in alcuni settori.

Questo discorso si lega, però, a quello istituzionale: anche in questa trattativa, è apparsa evidente la forte sperequazione tra il ruolo ancora preponderante del Consiglio, emblema degli egoismi nazionali interessati ad un’integrazione ‘à la carte’, rispetto a quello della Commissione, il progetto comune. 

Per questo motivo sono vari mesi che insisto sulla necessità di avviare una vera e propria fase costituente a livello di Unione Europea. È vero che questo Consiglio europeo è stato per certi versi ‘storico’ perché si dà uno strumento molto efficace per reagire in modo immediato alla crisi, tuttavia quando parliamo di medio-lungo termine, quello che dobbiamo cercare di fare è rafforzare le istituzioni sovranazionali e il metodo comunitario. Per farlo, è necessario fare delle riforme che includono, ad un certo punto, anche la riforma dei Trattati. 

A questo riguardo, le ultime estenuanti trattative, la fine del ‘dogma’ dell’unanimità, utilizzato per proteggere, ma anche limitare la sovranità nazionale, si avvicina o si allontana?

Quello che vedo è un ampliamento dei settori di applicazione della maggioranza qualificata. Se ne parla da tempo, soprattutto in alcuni settori come la politica estera, la sicurezza e la difesa. Quindi penso che questa sia una delle riforme da mettere in cantiere prossimamente a livello europeo.

Sarà proprio in sede di Consiglio, peraltro coinvolto anche nella procedura di governance del Recovery Fund, che, nei prossimi mesi, verranno esacerbate le tensioni tra i vari Paesi. 

Il problema è che il metodo intergovernativo e le istituzioni intergovernative funzionano fino ad un certo punto: quando gli interessi degli Stati sono molto divergenti, è chiaro che o intervengono istituzioni sovranazionali che sono di garanzia oppure il processo rischia di bloccarsi. Come dimostrano le trattative di questi giorni, lasciare troppo spazio alle istituzioni intergovernative non porta a decisioni che siano le migliori per tutti mentre gli strumenti più innovativi per rispondere alla crisi sono arrivati dalle istituzioni sovranazionali, dalla Banca Centrale europea e dalla Commissione europea.

E quale valutazione dà del lavoro di mediazione del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michael, da molti criticato per la forte accondiscendenza verso i Paesi ‘frugali’?

Michel è un liberale, molto vicino a Macron e credo che dall’inizio si è allineato alla visione che Francia e Germania avevano portato avanti. Credo che abbia fatto da perno, insieme alla Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen. È vero che la proposta che aveva presentato alla vigilia del Consiglio europeo ha spiazzato molti e, sicuramente, non corrispondeva alle aspettative di quelli che hanno un approccio federale rispetto al futuro dell’UE. Ma è pur sempre il Presidente del Consiglio europeo, che è l’organo intergovernativo per eccellenza e quindi deve provare a trovare la quadra. 

Come giudica il ruolo della Germania, Presidente di turno dell’UE, con Angela Merkel che sembra aver ribaltato il paradigma, convertendosi al tentativo di coniugare il rigore con la solidarietà?

Credo che la Germania sia stata fondamentale nella trattativa. Il ruolo di Angela Merkel è stato centrale sia perché, insieme alla Francia, ha, di fatto, messo le carte sul tavolo con la proposta franco-tedesca che ha un po’ dettato la linea anche le proposte successive, sia perché ha cercato di mediare tra interessi diversi, mantenendo la barra dritta, rispetto alla posizione ufficiale che aveva preso con la Francia. Quindi penso che la Merkel abbia preso le distanze dai Paesi ‘frugali’ con i quali in passato era stata molto allineata, ed abbia condotto un processo ambizioso di riforma. 

Questo cambio di ‘paradigma’ della Germania rimarrà un’eccezione?

Questo dipenderà molto anche da chi prenderà il testimone di Angela Merkel che, sulla base delle sue intenzioni, tra poco lascerà la Cancelleria. Penso anche che quello di questi giorni sia stato un po’ il suo lascito politico all’Europa, ma ovviamente il futuro dipenderà da chi la sostituirà.

Per l’opinione pubblica tedesca quello raggiunto è un accordo, in fondo, accettabile anche se, stando ai calcoli, 500 euro spetteranno ad ogni italiano mentre ogni tedesco ne verserà 840?

Non conosco le reazioni dell’opinione pubblica tedesca dopo l’accordo, ma credo che Angela Merkel potrà presentarlo sotto una luce positiva: innanzitutto, perché la Germania è riuscita a portare a casa un accordo a livello europeo; perché la Germania ne esce bene dal punto di vista economico e finanziario futuro. Per questi motivi, non credo ci saranno risvolti negativi particolarmente pesanti per la Merkel.

E la Francia? Macron ha subito parlato di <<accordo storico>> mentre Marine Le Pen l’ha criticato, definendolo lesivo dell’interesse nazionale francese. Il Presidente francese, che nel corso dei negoziati, ha più volte alzato la voce con i Paesi ‘frugali’, ha giocato bene le sue carte, anche in coppia con la Germania?

Macron ha per certi versi trainato, soprattutto all’inizio con la proposta franco-tedesca, in quanto molto delle idee di fondo richiamavano l’idea di Europa di Macron. Poi, stando alle cronache, è stato particolarmente duro rispetto ai ‘frugali’ quindi è come se con la Merkel abbiano un po’ giocato due parti in commedia. 

Il ‘poliziotto buono’ è il ‘poliziotto cattivo?

Esatto. Quindi penso che il ruolo della Francia sia stato fondamentale in tutto questo. È vero che Macron deve dare conto ad un’opinione pubblica nazionale che, negli ultimi mesi, non è stata molto tenera con lui.

Come hanno dimostrato le ultime elezioni amministrative, che gli hanno inferto un duro colpo.

Esatto, e poi c’è l’opposizione ostinata di Le Pen. 

L’asse franco-tedesco esce, in quest’ottica, rafforzato dal tour de force a Bruxelles? Senza l’una o l’altra, nessuno dei due avrebbe potuto ottenere un risultato simile a quello ottenuto.

Secondo me sì, nonostante molti sostenessero che l’asse franco-tedesco si fosse appannato. 

«Un buon risultato che salvaguarda gli interessi olandesi e renderà l’Europa più forte e più resiliente» ha scritto su Twitter Mark Rutte, il Premier olandese, che ha fatto, con gli altri ‘frugali’, la parte del cattivo, del falco. Quello al Consiglio europeo è un successo che Rutte può spendere con l’opinione pubblica olandese? E cosa ha spinto, alla fine, i Paesi rigoristi ad accettare un compromesso? A parte, forse, la presa di coscienza che nessuno era salvo se anche un solo Paese non superava la crisi e i diversi punti incassati negli altri capitoli della trattativa, molte ricostruzioni maliziose pongono l’accento anche sulle concessioni europee in tema di aggi sui dazi doganali, vista l’abbondanza olandese di porti.

Per quanto riguarda l’Olanda, il Premier Rutte deve affrontare le elezioni a breve e deve affrontare un’opposizione abbastanza radicale da parte del sovranista Wilders. È chiaro, quindi, che avrebbe comunque dovuto mostrare il lato più duro durante questo Consiglio europeo per poi provare a capitalizzarlo a livello elettorale. L’Olanda ha ottenuto parecchio, sotto forma di aumento di percentuale sui dazi, di sconti, di ribilanciamento tra prestiti e sussidi e Rutte, in questo senso, avrà del materiale da utilizzare in Patria. In generale, credo che il ruolo dei ‘frugali’, all’interno di questo Consiglio europeo, sia stato molto negativo in quanto, da una parte, hanno un po’ assunto il ruolo che fino a poco tempo fa era della Gran Bretagna, con un peso politico diverso e con una Germania molto più reticente ad appoggiarli rispetto al passato. Quindi, hanno ottenuto qualcosa a livello numerico, ma non sono riusciti a fermare il processo di integrazione che, proprio per le motivazioni cui si accennava prima, è comunque andata avanti. 

Cosa dire, invece, del ruolo di Spagna, Paese mediterraneo, e Austria, Paese ‘frugale’ uscito con un’immagine molto negativa dal Consiglio (basti pensare al duro scontro tra Kurz e Macron)?

Per l’Austria valgono molte delle considerazioni fatte per l’Olanda. Tuttavia, sia Spagna che Austria possono essere definiti due tasselli importanti di questa trattativa.

E l’Italia? Con 209 miliardi, non gli è andata poi tanto male visto che diventa percettore netto. Protagonista assoluta di questo Consiglio, è riuscita a raggiungere quasi tutti gli obiettivi che si era prefissata. 

Era un negoziato duro, ma penso che questa volta l’Italia fosse dalla parte giusta per le proposte che avanzava e che erano molto in linea con quelle franco-tedesche. Anche per questo l’Italia è rimasta molto agganciata alla coppia Francia-Germania. Ovviamente la posizione negoziale italiana era molto debole perché eravamo quelli che chiedevano, in maniera diretta, i soldi e, soprattutto, considerate le carte non in regola, e cioè senza un piano di ripresa dettagliato. Quindi gli elementi di debolezza c’erano e, nonostante questo, penso che la strategia negoziale italiana sia stata molto efficace, così come il team negoziale, composto da persone come Amendola, Massari ed altri che hanno molta esperienza con i negoziati multilaterali a Bruxelles. Un giudizio, dunque, molto positivo su come ci siamo comportati in questo Consiglio europeo.

È una vittoria del Premier Conte, forse, finora, per certi versi, sottovalutato?

Secondo me è una vittoria del governo. Sicuramente Conte ha svolto una parte molto importante e credo che ne beneficierà a livello politico se, e questo è fondamentale, si riuscirà a preparare un piano di ripresa che sia convincente.

E perché in Italia, l’opposizione è divisa sul risultato del Consiglio? Da una parte la Lega che, a parte l’europarlamentare Gianna Gancia, parla di <<fregatura grossa come una casa>>, dall’altra Forza Italia e Fratelli d’Italia che, sebbene con sfumature e gradazioni diverse, riconoscono il buon lavoro fatto. 

La Lega segue una strategia politica molto chiara: le posizioni degli altri sono quelle di forze politiche responsabili che hanno a cuore il futuro del Paese e che hanno ben presente come funzionano le cose in Europa e in Italia, probabilmente la Lega no. 

L’approvazione del Recovery Fund è, come sostiene Romano Prodi, una <<botta>> per i sovranisti che, sempre più divisi a livello europeo – il sovranista olandese Wilders, per esempio, critica il Premier Rutte per il regalo fatto all’Italia – si ritrovano con le armi spuntate? Viene fuori tutta la debolezza del sovranismo?

Certo, di fronte ad una risposta europea così forte è credibile e che va incontro alle esigenze dei cittadini, è chiaro che i sovranisti hanno molto meno presa e il fronte sovranista necessariamente si spacca. Ma questo succede sempre quando si adottano a Bruxelles decisioni comuni sui vari temi. 

Le prime erogazioni inizieranno nella primavera 2021. In compenso, come ha rivendicato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, è stata inserita la possibilità di farsi rimborsare “anche le spese fatte a partire da febbraio di quest’anno, purché coerenti con il programma generale”. I tempi lunghi rischiano di giocare a favore dei sovranisti europei? 

Molto dipenderà dal comportamento del governo nei prossimi mesi. Il Next Generation EU inizierà l’anno prossimo e non è stato creato un meccanismo ponte per il 2020, anche se questa è una delle proposte del Parlamento europeo. Sicuramente aiuterebbe a silenziare la retorica sovranista. A questo punto l’Italia così come gli altri Paesi devono fare delle scelte politiche importanti, dal MES agli investimenti per coprire questo periodo di buco fino all’attivazione del Recovery Fund. 

L’euroscetticismo nei cittadini europei è destinato a ridursi nei prossimi mesi? Tutto dipenderà da quello che decideranno i singoli governi nazionali?

Nei mesi della pandemia, l’euroscetticismo in Italia è molto cresciuto. Sicuramente i risultati positivi incassati a Bruxelles in questi giorni faranno la differenza, ma ovviamente i cittadini vorranno vedere anche le ricadute nelle loro vite quotidiane. Il governo dovrà fare scelte coraggiose e questo vale per tutti i Paesi, soprattutto quelli più colpiti dalla pandemia. 

La Commissione dovrà reperire risorse proprie. Nel braccio di ferro con Rutte, Conte, così come ieri il Ministro per gli affari europei, Vincenzo Amendola, ha denunciato il dumping fiscale messo in atto da alcuni Paesi tra cui l’Olanda. Su questo tema, si proverà a cambiare qualcosa nei prossimi mesi o è stata solo leva di trattativa?

Non so nel breve periodo, sicuramente è un problema che c’è è che rientra anche nell’agenda del Parlamento europeo, quindi penso che sarà un tema di cui sentiremo parlare.

Ottenuto il Recovery Fund, il MES scompare dai radar dei Paesi europei, compresa l’Italia? 

Il MES non esce dai radar, ma rimane un’opzione anche per il governo italiano. Ovviamente, politicamente, è complicato per il dibattito che si è fatto su tale strumento, ma rimane sul tavolo anche per coprire il buco che ci separa dal l’erogazione del Recovery Fund.

Anche i tempi di utilizzo sono piuttosto stringenti, visto che il 70% delle risorse dovrà essere impiegato tra il 2021 e il 2023. In Italia, è allo studio una task-force che prepari il piano di ripresa da presentare entro l’autunno. I Paesi europei, Italia compresa, sono pronti a spendere in modo consapevole queste risorse?

Non credo, la capacità di investimento in Europa è molto diversificata e quindi ci sono Paesi che sono in grado di programmare e spendere meglio di altri. Proprio per questo, guardando soprattutto all’Italia, sarà necessaria una pianificazione strategica e spendere bene i soldi, meglio di quanto fatto fino ad oggi. 

E all’Europarlamento, oltre che nei singoli Parlamenti nazionali, bisogna aspettarsi sorprese?

È possibile, soprattutto a livello di Parlamento europeo, che ci sarà un’opposizione molto dura sui vari capitoli del Quadro pluriennale e non è escluso che l’Europarlamento decida di non votare a favore. Dovremmo seguire i negoziati nei prossimi mesi. 

Le leaders donne, da queste trattative, sembrano uscire meglio, dimostrando maggiore equilibrio e pragmatismo dei colleghi uomini. Che ne pensa?

Sicuramente il ruolo delle leader donne, di spicco come Von der Leyen o Merkel, ma anche la Premier belga, è stato fondamentale. 

L’ex Premier italiano, Enrico Letta, ha sottolineato ieri che un cambio di passo importante c’è sicuramente stato in Europa, visto che se per la crisi del 2008 erano stati necessari ben quattro anni per arrivare al Whatever it takes, questa volta sono bastati quattro mesi. Cosa aspettarsi dai prossimi mesi, per quel concerne il futuro dell’Unione?

Il ruolo degli Stati nazionali sarà ancora preponderante anche se, da una parte, la natura della crisi che affrontiamo ha dimostrato che nessun Paese da solo può farcela e, dall’altra, il meccanismo inaugurato sembra andare verso maggiore unità politica. Francia e Germania sembrano saldi alla guida dell’Unione con Italia e Spagna che sembrano rimanere più vicini possibili alla coppia. E poi Paesi che si pongono in posizioni alternative, frugali, da un lato, è Blocco di Visegrad, dall’altro. 

C’è qualcosa che l’ha stupita di questo Consiglio?

Non mi aspettavo una opposizione così dura da parte dell’Olanda e degli altri ‘frugali’, soprattutto perché tre dei governi di questi Paesi appartengono alla famiglia politica dei ‘socialdemocratici’ e quindi mi aspettavo delle posizioni più in linea con Francia, Germania e mediterranei.

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