mercoledì, Luglio 24

Recessione in agguato, ombre sul 2019 Il Governo di maggioranza e di opposizione ora si trova nudo, i nodi vengono al pettine, ma la crisi di Governo sembra lontana, la tarantella di Salvini e Di Maio continuata

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Non siamo al redde rationem, ma le lancette dell’orologio si stanno comunque avvicinando allo showdown. Ci sono ancora un bel po’ di nominepesanti’, di potere vero, da spartirsi (affare di settimane), e soprattutto vedere l’esito delle prossime, e imminenti, elezioni per il Parlamento Europeo.
Non c’è leader europeo che possa dire avere buona salute, e per primi Emmanuel Macron, logorato dai gilet gialli; e Angela Merkel, sconfitta pesantemente alle ultime elezioni proprio in un feudo della sua Unione Cristiano-Democratica. Di Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo, o dei Paesi dell’Europa orientale, non mette conto parlare: politicamente ininfluenti, alcuni preda di pulsioni venate da un ‘sovranismo’ masochista e miope, nessuno può ambire a ruolo di Paese leader del continente europeo: il Regno Unito non meno della Polonia, la Francia non meno dell’Ungheria. Quanto all’Italia, al momento, a scandire il ritmo del gioco sembrano Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Sempre al momento sembra molto improbabile una resipiscenza del Partito Democratico e di Forza Italia. A costo di apparire tranchant: non c’è avvenire per il PD fino a quando non avrà risolto ilnodoMatteo Renzi. Quando si dice risolvere, si dice liberarsi dell’ingombro che il senatore di Rignano costituisce, una zavorra divisiva e respingente, che aliena consensi e fiducia. Per quel che riguarda Forza Italia, è ormai una maschera in tutto e per tutto simile al suo leader Silvio Berlusconi.

Ecco, dunque, la bizzarria tutta italiana, di un Governo di maggioranza e di opposizione al tempo stesso. Se ne è avuta plastica rappresentazione in una recente puntata di ‘Porta a porta’. Bruno Vespa intervista a ruota il Presidente del Consiglio Conte e il Ministro dell’Interno Salvini. Parla il primo, e via social ecco che il secondo gli replica in tempo reale. Poi il contrappasso: parla Salvini, e da palazzo Chigi si diffonde una diretta Facebook. Tema del ‘duello’ la vicenda dei 49 poveracci salvati dalla Sea Watch: sostiene una cosa; Salvini la contesta; poi le parti si rovesciano, in un gioco di parti che però del gioco non ha nulla. Non si sta giocando al poliziotto buono e a quello cattivo per incastrare il colpevole. I due dicono quello che pensano, anche se a volte danno l’impressione di non pensare a quello che dicono.
Poi, dopo un’ora di scaramuccia, tutti danno ad intendere che le cose finiscono a tarallucci e vino.

La tarantella va in scena praticamente ogni giorno. Nessuno e nulla autorizza a credere che Conte, Salvini e Di Maio apriranno una crisi di Governo destinata inevitabilmente a sfociare in elezioni anticipate. Non in tempi ravvicinati, almeno. Ma da qui alla fine di maggio sarà comunque un crescendo di urla e grida ad usum delphini. Legittimo chiedersi quanto durerà il posticcio collante raggiunto sulla riforma pensionistica e sul reddito di cittadinanza. Un continuo gioco di scacchi: la posizione ‘dura’ assunta sulla vicenda Sea Watch, rafforza Salvini; Di Maio non nasconde, confidando i suoi collaboratori stretti, il timore che parte dei voti raggranellati dal M5S possa confluire nella Lega. Conte ha voluto dare una dimostrazione di autonomia quando ha detto che se Salvini «chiude i porti, li riprenderemo in aereo». Ha quindi dovuto incassare la ‘legittima difesa’ e l’autonomia regionale così come sono invocate dalla Lega, e fare perfino concessioni sulla TAV. La Lega ha preso parte in modo ufficiale alla manifestazione pro-TAV e Di Maio non ha battuto ciglio; né poteva fare altrimenti.

Salvini assicura: «Governeremo fino al 2029». Dichiarazione che ha lo stesso sapore del ‘stai sereno’ di Renzi a Enrico Letta. Continueranno a ringhiare e a guardarsi in cagnesco, e ognuno cercherà di lasciare il cerino acceso nelle mani dell’altro, consapevole che non è ancora il tempo di spegnerlo. Ma l’imponderabile è sempre in agguato. Perché va peggio di quanto avevano previsto. Nessuno ormai si nasconde che la frenata congiunturale può trasformarsi in recessione. La crisi della produzione industriale annuncia tempesta. L’eventuale recessione riapre la partita con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e il rispetto dei parametri. Se il prodotto lordo non aumenta come ipotizza dal Governo saltano tutti i altri parametri: entrate fiscali ridotte (Iva e Irpef), aumento delle spese per gli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione. Bye bye deficit del 2,04 per cento rispetto al PIL e al contenimento del debito pubblico.

Il Governo ha impostato la manovra per il 2019 assumendo che la crescita sarebbe continuata anche se a passo ridotto, quindi aveva scelto non di agire dal lato dell’offerta, stimolando i fattori della produzione, ma di redistribuire il reddito a chi vuole uscire dalla produzione e chi non c’è ancora entrato.

Scolpisce l’Istat: «A novembre 2018 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dell’1,6 per cento rispetto a ottobre. Nella media del trimestre settembre–novembre 2018 il livello della produzione registra una flessione dello 0,1 per cento rispetto ai tre mesi precedenti. Corretto per gli effetti di calendario, a novembre 2018 l’indice è diminuito in termini tendenziali del 2,6 per cento (i giorni lavorativi sono stati 21 come a novembre 2017). Nella media dei primi undici mesi dell’anno la produzione è cresciuta dell’1,2 per cento rispetto all’anno precedente».
A preoccupare è la sequenza negativa che s’accumula mese dopo mese. Ciò riguarda l’insieme dell’economia: il PIL nel terzo trimestre scende dello 0,1 per cento. C’è il rischio che anche dicembre sia andato male: tre interi trimestri in discesa, recessione ‘tecnica’, e un’ombra oscura sul 2019.

Sempre l’Istat, nella sua ultima nota mensile, sottolinea che «a dicembre, l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha segnato un ulteriore calo diffuso a tutte le componenti: le aspettative per il futuro hanno registrato la diminuzione più sostenuta e le attese sulla disoccupazione sono aumentate. Nello stesso mese, anche la fiducia delle imprese è peggiorata in tutti i settori economici a esclusione del commercio al dettaglio. L’indicatore anticipatore ha segnato una nuova flessione, suggerendo il proseguimento dell’attuale fase di debolezza del ciclo economico italiano». Il 2018 anno in cui si ferma la ripresa economica italiana cominciata nel 2016; e la seconda metà dell’anno forse l’inizio di una nuova caduta.

Sarebbe opportuno correre ai ripari. La legge di bilancio è stata votata, come invertire il ciclo? A suo tempo, i più lungimiranti suggerirono di destinare la spesa in deficit agli investimenti e le poche risorse a disposizione dei lavoratori produttivi, riducendo imposte e oneri sociali. Un costo del lavoro inferiore, per dare respiro all’industria. Vuoi per miopia politica, vuoi per calcolo di corto respiro, la posizione improntata a realismo e incarnata da Conte-Tria-Moavero è stata sconfitta. Ora i nodi vengono al pettine.

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