venerdì, Novembre 15

Razzismo in Italia: un virus mai sconfitto Tutto ciò che accade in questi giorni non e’ nuovo. Ad ondate, l’Italia ha vissuto nella rabbia e nella peste.

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Gino Strada, il fondatore di Emergency, l’associazione indipendente che offre cure medico-chirurgiche gratuite alle vittime delle guerre e della povertà, è un uomo che quando parla di diritti umani, solidarietà, migrazioni dovrebbe essere ascoltato con attenzione. Personalmente a me piace ascoltarlo anche quando parla di altri argomenti ed ammetto che spesso mi trovo in sintonia con le sue idee.

«Io non accetto che il governo del mio Paese, coscientemente e volontariamente mandi a morte delle persone. Perché lo fanno? Perché sono dei razzisti e dei fascisti». Qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, Gino Strada ha esposto la sua idea sull’azione di governo in tema di immigrazione ed ha espresso la convinzione (o forse più la speranza) che in realtà i numeri dei sondaggi che vedono, soprattutto la Lega, acquisire consensi, siano in realtà sovrastimati in quanto non crede che in pochi anni gli italiani abbiano cambiato genetica, diventando alla fine fascisti. Il fondatore di Emergency parte dalla convinzione che il popolo italiano non sia razzista.

Nell’ottobre 1860 Luigi Carlo Farini, inviato nel Sud Italia da Cavour poco prima dell’invasione, scriveva in una lettera al conte Camillo: «Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile». Nino Bixio, poco dopo l’ingresso delle truppe sabaude nel Regno delle Due Sicilie scriveva invece dalla Puglia, indirizzando una lettera alla moglie: «In questo paese i nemici o l’avversario si uccidono, ma non basta uccidere il nemico, bisogna  straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento … è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili». Per Massimo d’Azeglio, invece, già marchese, nonché pittore e scrittore, politico e patriota risorgimentale: «Unirsi ai napoletani e’ come andare a letto con un vaioloso»

Le frasi appena riportate, non erano isolate ed estemporanee esternazioni di esaltati generali o politici estremisti, ma opinioni diffuse nel regno sabaudo del tempo e che poggiavano su presunte e strampalate teorie alle quali, 150 anni fa si volle dare basi scientifiche e qualche anno fa invece a Torino dedicare addirittura un museo. Le teorie erano quelle dell’atavismo e di Cesare Lombroso che sosteneva che i comportamenti criminali fossero collegati ai tratti fisiologici delle persone. Così, in genere, i ladri avevano notevole mobilità della faccia e delle mani, folte e ravvicinate le sopracciglia, il naso torto o camuso, mentre gli stupratori avevano spesso orecchio ad ansa, l’occhio scintillante ed i capelli abbondanti. Lombroso, guidato da un determinismo quasi assoluto, aveva individuato molti dei tratti dell’’Uomo delinquente’ nella fisionomia degli abitanti del regno delle Due Sicilie, da poco invaso dalle truppe sabaude. Dall’uomo delinquente, all’idea che le diversità del Sud fossero un segno di inferiorità antropologica il passo fu breve. Un territorio in cui la lotta contro l’esercito sabaudo era vista come un problema di forma del cranio e di atavismo criminale e dove era naturale quindi proclamare prima lo stato d’assedio e subito dopo applicare la legge 15 agosto 1863, n. 1409, meglio nota come legge Pica, «per la repressione del brigantaggio nelle Provincie infette» (province infette!!). Il codice penale piemontese a dire il vero non prevedeva più da un paio di anni l’applicazione della pena di morte per i reati politici ed allora, con la legge Pica si declassificò il reato, non lotta politica di stampo legittimista, ma semplice brigantaggio, con tutte le conseguenze che ne seguirono: si diventava brigante con la semplice iscrizione in liste tenute dai consigli inquisitori e le pene inflitte andavano dall’incarcerazione senza alcun processo, ai lavori forzati a vita, alla fucilazione.

Poche in realtà le voci che si levarono contrarie, in sede di discussione ed approvazione della legge, nel nuovo parlamento unitario: d’Ondes Reggio definì i tribunali «mostruosi, perché mostruosi son quelli, nei quali negasi la difesa all’imputato, al calunniato, all’innocente» e Giuseppe Ferrari, tra i pochi, affermò: «Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».

Se questa è la base di partenza, non deve poi meravigliare che le avventure coloniali italiane in Africa furono avviate quasi subito dopo la proclamazione del nuovo regno e continuarono naturalmente con una violenza inaudita nel corso del ventennio fascista, come ci ricorda Angelo Del Boca (uno dei più importanti storici del colonialismo italiano).

In Italia, pochi conoscono il nome del monastero di Debre Libanos, ma è li che è avvenuto forse il più grande massacro di cristiani in Africa. Debre Libanos come ultimo atto della vendetta per l’attentato al viceré Graziani nel 1937 e che vide la città di Addis Abeba messa a ferro e a fuoco alla ricerca degli attentatori. A Debre Libanos, furono trucidate circa 2000 persone e sterminati tutti i monaci del monastero cristiano di rito copto. Debre Libanos non è che un episodio, un singolo episodio della violenza italiana in Africa che conta anche campi di concentramento e deportazioni. La deportazione della popolazione della Cirenaica, ordinata da Pietro Badoglio, nel 1930, fu una delle prime: lo stesso Badoglio non nascondeva la gravità del provvedimento, ma lo giustificava perche ormai la «via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Campi di concentramento, deportazioni, ma non solo. Furono usate armi chimiche, oramai quasi una prassi tra il 1935 e 1936: pirite (il gas mostarda), arsine (gas infiammabile ed altamente tossico composto dell’arsenico) ed ancora bombardamenti di ospedali di campo e fucilazioni sommarie. Graziani scriveva nel febbraio del 1937 testualmente: «Dal giorno 19 ad oggi sono state eseguite trecentoventiquattro esecuzioni sommarie…/… Senza naturalmente comprendere in questa cifra le repressioni dei giorni diciannove e venti febbraio. Ho inoltre provveduto a inviare nel campo di concentramento colà esistente fin dalla guerra numero millecento persone fra uomini, donne e ragazzi».

Tutta questa violenza non deve sorprendere: Graziani e Badoglio non sono altro che gli omologhi fascisti di Cialdini e Negri del Regio Esercito italiano che avevano nell’agosto 1861, il primo ordinato di mettere a ferro e fuoco Pontelandolfo e Casalduni ed il secondo eseguito gli ordini e trucidato i suoi abitanti. Negri in una lettera allo stesso Cialdini scriveva «Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora»

Non sorprende affatto quindi che il fascismo, come movimento politico, nasca e si rafforzi proprio in Italia nei primi anni venti. Non in Germania o in Spagna, ma in Italia, salvo poi contagiare altri Paesi: Portogallo, Spagna, naturalmente la Germania, l’Olanda di Mussert fondatore del partito Nazionalsocialista già nel 1931, la Norvegia di Quisling, fondatore del partito fascista qualche anno dopo e l’Ungheria, la Croazia, la Romania dove esistevano partiti fascisti ben prima che gli eserciti della Wermacht ci mettessero piede.

E’ vero che il fascismo fu figlio di un’Europa e di un’epoca in cui concetti come colonialismo, violenza, impero, superiorità della razza bianca erano quasi dei dogmi, ma il fascismo nacque in Italia. Trovò il terreno già preparato da altri movimenti culturali, come il decadentismo d’annunziano e il futurismo, si nutrì di arditismo e di ridicoli miti come quello dellavittoria mutilata al termine della prima guerra mondiale e con le categorie politiche dell’odio e del razzismo già presenti e che affondavano le radici in un antimeridionalismo di tipo razziale postunitario.

Terminata la seconda guerra mondiale, una volta passata la peste, terminato il contagio ed estirpato il virus, tutti i Paesi europei chiusero definitivamente la fase postbellica ponendo il partito fascista fuori legge e tutti i popoli europei si distaccarono da quelle ideologie, tutti meno l’Italia. E’ in Italia infatti, quando ancora i campi di concentramento non sono tutti smantellati e sono ancora vivi i fumi dei bombardamenti, che si creano i primi movimenti neofascisti. Viene fondato nel 1946 il Movimento Sociale Italiano di chiara ispirazione fascista che ottiene fin da subito seggi nel Parlamento e qualche decennio più tardi, quando in Europa si diffondeva il terrorismo rosso, in Italia oltre alla lotta armata di matrice comunista, si creano gruppi neofascisti eversivi come i Nuclei armati rivoluzionari, Ordine nuovo e Terza posizione, che inaugurano la ‘strategia della tensione’.

Tutto ciò che accade in questi giorni quindi non e’ nuovo. Ad ondate, l’Italia ha vissuto nella rabbia e nella peste. Il clima di intolleranza e la violenza, che spesso travalica i social per divenire fisica, non e’ nuova, è solo diversa e mitigata fortunatamente da decenni di democrazia e da confini fisici ed ideologici più ampi che coincidono con l’Europa. Il virus è sempre lì: le ferite cicatrizzate e il dolore svanito, ma la rabbia e la peste sono sempre lì.

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