martedì, Marzo 26

Razzismo e calcio: una storia (anche italiana) La foto degli ultras della Lazio di Anna Frank con la maglia della Roma ha destato non poco scalpore ed è solo l’ultimo di casi più o meno eclatanti

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Quella del razzismo nello sport italiano rimane una piaga difficile da estirpare. Il fotomontaggio che è girato questa domenica nella curva della Lazio, non nuova a queste vere e proprie provocazioni, e ieri sui social, raffigurante Anna Frank con la maglia della Roma, talvolta accompagnata dalla didascalia ‘romanista ebreo’, ha destato non poco scalpore ed è solo l’ultimo di casi più o meno eclatanti di discriminazione negli ambienti di certo mondo ultras, in particolare, e del calcio, in generale.

Non è certo la prima volta che nel calcio ritroviamo episodi di razzismo. Volendo fare un salto indietro nel tempo, possiamo ricordare un caso per lunghi anni dimenticato e solo di recente tornato all’attenzione di tutti grazie al lavoro di Matteo Marani, attuale vicedirettore di Sky Sport: è il caso di Árpád Weisz. Erano gli anni venti-trenta del Novecento e Árpád era un ex calciatore ebreo-ungherese che si era stabilito in Italia, dove allenava con ottimi risultati: vinse uno scudetto con l’Inter (a quei tempi rinominata dai fascisti Ambrosiana, per sottolineare le origini milanesi più che lo spirito ‘internazionale’ con cui fu fondata la squadra nerazzurra) e due scudetti con il Bologna. Rivoluzionario del gioco del calcio, sembrava essere destinato a entrare nella leggenda di questo sport, finché le leggi razziali promulgate in Italia nel 1938 sull’esempio nazista non lo costrinsero ad abbandonare prima il lavoro, poi il Paese. Si rifugiò a Parigi e poi in Olanda, dove allenò con successo la piccola squadra del Dordrecht, ma l’arrivo dei nazisti gli troncò la carriera, gli affetti (moglie e figli vennero uccisi ad Auschwitz) e la vita, dopo undici mesi di lavori forzati, nel gennaio del 1944.

Certo ora la situazione è molto diversa: quello di oggi non è più un razzismo ‘istituzionale’, si manifesta sotto forma di cori razzisti, ‘buu’ (che talvolta si tramutano in versi scimmieschi) rivolti ai giocatori di colore, manifesti e striscioni insultanti accompagnati da simboli dell’estremismo politico di destra e, in qualche occasione, abbiamo anche casi di insulti fra gli addetti ai lavori, in campo, in poco edificanti momenti ripresi dalle telecamere. Un caso che ha fatto il giro del mondo – e il mondo dei social in questo si rivela un’arma decisiva nella lotta ai alla discriminazione razziale – è di pochi anni fa quando, nel 2013, durante un’amichevole fra Milan e Pro Patria, i tifosi della squadra di Busto Arsizio hanno bersagliato il ghanese Kevin Prince Boateng con versi, schiamazzi e cori di chiaro stampo razzista: il giocatore si è così rifiutato di giocare la partita e la sua resistenza lo ha fatto assurgere a simbolo nella lotta al razzismo: la UEFA lo ha fatto diventare uno dei suoi testimonial nella campagna ‘No To Racism’.

Ma quanto è diffuso il fenomeno in Italia? Ecco un dato che fa riflettere: nel quinquennio 2011-2016, l’ORAC (Osservatorio del Razzismo nel Calcio) ha raccolto 249 casi di razzismo negli stadi, una cinquantina all’anno, volendo fare una media. Questi, chiaramente, sono quelli segnalati, perché è costume, in molti casi tacere di molti altri, ridotti spesso a goliardia, sfottò, o semplicemente non segnalati per evitare ritorsioni da parte dei responsabili di questi comportamenti discriminatori.

A fronte di tutto questo, c’è tutta una serie di norme volte a scongiurare o perlomeno a punire questi fenomeni. Le normative riguardano il piano della giustizia sportiva e quello della giustizia ordinaria. La FIGC, per quanto riguarda quella sportiva, recepisce le normative della UEFA, ma si limita a colpire intere tifoserie e le loro società, invitate in questo modo a collaborare per debellare il fenomeno. Si può partire dalla diffida di una curva, a pene di tipo pecuniario, fino alla squalifica di una o più curve, fino alla chiusura dell’intero stadio, costringendo la squadra dei tifosi colpevoli a giocare a porte chiuse, senza pubblico. Nei casi più estremi è facoltà del direttore di gara quella di sospendere l’incontro per qualche minuto, fino a sospendere e rinviare il match, se non assegnare la vittoria a tavolino, ma questa circostanza non si è mai verificata nei campi professionistici italiani. Da un punto di vista formale, sarebbero previste addirittura le penalizzazione in classifica, fino all’estromissione di questa dalla competizione, ma questi ultimi due provvedimenti verosimilmente non saranno mai presi.

La società, da parte sua, deve dimostrarsi pronta a scoraggiare questi fenomeni, ad esempio facendo annunciare allo speaker dello stadio un messaggio che ricorda i provvedimenti a cui si va incontro se questi comportamenti vengono perpetuati, o annunciando comunque pubblicamente la propria condanna verso questi. Questo genere di provvedimenti, però, rischia di essere uno strumento di ricatto in mano alle frange estremiste delle curve che, qualora volessero attuare una protesta contro la società, intonano cori razzisti allo scopo di fare squalificare lo stadio. I tesserati, invece, possono andare incontro a giornate di squalifica (una decina in casi gravi per i calciatori, o quattro mesi di inibizione per i dirigenti sportivi e per i rappresentanti della società), oltre alle consuete pene pecuniarie.

Dal punto di vista della giustizia ordinaria, una legislazione sistematica in merito è piuttosto recente: la prima norma volta a fornire un quadro legislativo di riferimento risale al 1993, quando con la Legge n. 205 del 25/6/1993 si promuovevano norme volte a contrastare l’incitamento all’odio nel corso di eventi e competizioni sportive, prevedendo sanzioni verso coloro colpevoli di aver tenuto atteggiamenti discriminatori. Invece, il provvedimento più efficace, introdotto solo con il Decreto-Legge n. 119 del 22/08/2014, è quello del DASPO, che, come si sa, prevede l’allontanamento degli stadi a tempo determinato o indeterminato di persone specifiche colpevoli di questi atteggiamenti, individuate dalle forze dell’ordine anche grazie alla collaborazione delle società sportive interessate, incrociando i dati relativi ai biglietti (che da qualche anno sono nominativi), le immagini delle telecamere e le segnalazioni del personale dello stadio.

Nonostante questi provvedimenti, tuttavia, appare chiaro che la strada per combattere questi atti di razzismo è ancora lunga, ma il percorso sembra sempre più segnato verso un pattern ben preciso, come sta mostrando l’esempio del DASPO. Ma va fatta una precisazione fondamentale: l’individuazione dei singoli responsabili, l’allontanamento dai luoghi di aggregazione sportiva e una maggior sensibilizzazione nei confronti di queste tematiche sono ancora poco sufficienti al debellamento del fenomeno, ma saranno del tutto inutili se non verranno accompagnate da una nuova cultura sportiva e sociale, che si deve coltivare a scuola, a lavoro e, perché no, già allo stadio.

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