venerdì, Settembre 25

Rating: il gioco delle perle di vetro field_506ffb1d3dbe2

0

monete_cioccolato

Il 2013 è stato difficile in molti modi, anche se secondo alcuni la crisi finanziaria che ha colpito il nord del pianeta starebbe per esaurirsi. In attesa dei primi risultati del 2014, sui quali metteremo alla prova le affermazioni di leader politici e statistici (Enrico Letta asserisce che il 2014 vedrà la ripresa, mentre più prudentemente Jean-Paul Fitoussi afferma che potremo forse assistere a qualche segno di risalita solo alla fine del prossimo anno) abbiamo chiesto all’avvocato Nicola Walter Palmieri di parlarci del suo ultimo libro, Guerre della finanza, edito da CEDAM.

Il volume – ultimo di quattro libri appartenenti a un ciclo di studi sull’attuale crisi finanziaria – può essere considerato una storia del capitalismo, attraverso «l’uso razionale delle risorse, da un diffuso miglioramento del livello di vita e da una estensione dei diritti civili e politici» (dall’ampia prefazione di Giorgio Galli). 

Una storia le cui radici affondano nella società statunitense: qui il capitalismo moderno ha avuto origine e sviluppo e da qui «si è propagata la crisi finanziaria recente, che non è ancora passata, e che invece continua a propagarsi in tutto il mondo.»

L’analisi parte dalle radici della crisi finanziaria che stiamo attraversando, cioè dagli Stati Uniti degli anni 2005-2006, dove la sfrenata concessione di mutui subprime (senza garanzie reali) poteva far presagire la catastrofe, perlomeno a chi fosse in grado di leggerne i segni preventivi. Dalla cronaca di una crisi annunciata emerge così il profilo del futuro problema dei mutui non rimborsati, dello Stato che espropria i loro beni e delle banche che attraverso i loro ‘giochi delle perle di vetro’ intessono rapporti interessati e ben poco etici.

Dalla prima parte del volume prende l’avvio una stringente analisi delle condizioni della crisi e delle possibili soluzioni. Il ritorno allo standard dell’oro, il divieto dei depositi frazionari, la costituzione di riserve di salvaguardia presso gli operatori finanziari e la ridefinizione del compito delle banche commerciali, infine un più attento monitoraggio delle attività delle banche d’affari e il divieto di impiegare denaro ‘immaginario’. Il punto forte del lavoro sostiene che le agenzie di rating debbano perdere il ruolo di benchmark degli investimenti. Un’inversione di rotta radicale, questa è la proposta, tocca tutti i punti sensibili della fase storica attuale. Qui abbiamo presentato l’analisi della parte storica, di seguito indichiamo le soluzioni proposte nel libro.

Avvocato Palmieri, come si può arrestare la crisi in corso?

Nel mio libro faccio delle proposte difficili da realizzare, ma bisogna provocare delle reazioni, ogni tanto. Una prima proposta è ‘mettere ordine nelle banche’. A fine 1999 è decaduta la distinzione tra banche di investimento e banche commerciali: gli effetti sono stati gravissimi. Le banche di investimento (istituti di credito che non basano la loro operatività sui depositi, ma offrono servizi e speculano nel mercato a livello di rischio elevato)  guadagnano e perdono, fanno speculazione. Potremmo definirli le banche-casinò. Le banche commerciali sono invece quelle nelle quali si fanno i normali depositi di conto corrente. Con il decadere di questa distinzione è partita una delle cause più importanti del tracollo dei cosiddetti subprime.

La liberalizzazione tra banche d’affari e commerciali ha infatti cancellato sia il controllo, sia la disciplina all’interno del mondo bancario. La parola ‘controllo’ è bandita come un termine ‘antiquato’, la scuola moderna economica sostiene che non ci debbano essere controlli di Stato sull’economia. Apparentemente dovrebbe infatti aggiustarsi da sé, l’economia, ma questo non accade. Si dice anche che il mondo dovrebbe operare in libera competitività, ma anche questo non è vero: il mondo non è libero.

È facile da dimostrare: se una banca centrale fissa il tasso di interesse a 0,5 o 0,25% comprendiamo facilmente come l’operazione sia artificiale: questo non è il vero tasso di interesse, ma una scelta collegata a una specifica agenda. Il tasso di interesse non lo fa dunque la libera competitività, ma lo Stato. Eppure è curioso che nonostante le banche centrali non siano lo Stato, lo Stato le protegge. Così, tramite i tassi di interesse, cancellano la vera competitività. E quando lo Stato interviene, come ha fatto negli Stati Uniti, per evitare il fallimento delle banche, ancora una volta un principio del libero mercato resat disatteso: non c’è meritocrazia, né selezione positiva. 

Nel mondo dell’economia di mercato dovrebbe prevalere chi sa fare mercato e chi non è capace dovrebbe soccombere agli altri operatori, ai migliori. Pensiamo al caso celebre di General Motors: anziché lasciarla fallire il governo ha dato miliardi di dollari permettendo all’azienda di vivacchiare. Ma non è più competitiva.

La più grande quantità di aiuti di Stato – che non dovevano essere concessi – sono però stati dati alle banche. Lehman Brothers non ha ricevuto nulla ed è fallita, come meritava. Perché Lehman è fallita e altre banche no? Semplicemente perché al tempo del fallimento di Lehman Brothers il ministro delle finanze (Treasury Secretary) statunitense era un certo Henry (Hank) Merritt Paulson, ex amministratore delegato della banca d’affari Goldman Sachs. Quest’ultima era la principale concorrente di Lehman Brothers.

Quali sono le sono le sue proposte per arrestare il declino?

Negli anni Sessanta, quando ho cominciato a lavorare a Milano, ci davano lo stipendio in una busta. Dentro c’erano biglietti da venti lire e il capo del personale ci stringeva anche la mano per ringraziarci del buon lavoro fatto. Oggi i cittadini italiani non possono invece scegliere di non servirsi delle banche, sono obbligati. Dal 2011 la legge ‘Salva Italia’ ha anche determinato che ogni cittadino possa pagare non più di 1000 euro in contanti.

Diciamolo in modo chiaro: uno lavora un mese per avere il suo denaro e non lo può ricevere in contanti, quasi fosse un mascalzone. Ci sono, in Italia come dovunque, corrotti e persone che fanno cattivo uso delle libertà concesse dalla legge, ma in gran parte gli italiani sono gente per bene.

Siamo costretti a gestire il nostro denaro con le banche. Non riceviamo interessi, in compenso la banca utilizza il nostro denaro per fare i suoi affari. Chi si oppone si sente rispondere che ha firmato ‘un modulo’, ma ovviamente le condizioni non si contrattano: o firmi o non ricevi il servizio. 

In sintesi, la banca lavora con il mio denaro, non mi dà nulla, magari lo perde e mi restituisce al massimo 100.000 euro anche se ne perde di più. La mia proposta è di fare un nuovo tipo di banca, la banca dell’uomo ‘normale’. Ovviamente le banche d’affari e di investimento continuerebbero a garantire il sostentamento del sistema economico concedendo credito preventivo e con l’emissione del denaro ‘immaginario’ (non legato ad alcuna riserva aurea). 

Partiamo dunque dal fatto che servono banche ‘a misura umana’, banche-agenti utili per pagare le bollette e alle quali pagheremmo i servizi (le paghiamo comunque anche adesso), non ne riceveremmo interessi, ma non potrebbero rischiare il nostro denaro.

In queste banche ipotetiche il denaro perderebbe di valore per via dell’inflazione, che si potrebbe coprire con piccolissimi investimenti.
Apriamo una parentesi: si dice che l’inflazione è sotto controllo, ma nel paniere usato per calcolarla non sono inclusi elementi come il costo dell’energia o quello degli alimenti. Se le cose essenziali mancano è facile dire che tutto è a posto e a poco mi vale considerare il costo del legno pregiato per gli archetti di violino, ovviamente non è determinante per il denaro nelle tasche del normale cittadino. Il risultato dell’attivazione di simili banche ‘a misura d’uomo’ sarebbe evidente: sarebbe vietato il deposito frazionario (ricevo 100 e investo 90, tenendo solo 10 a disposizione), con la riduzione dei rischi.

La questione del merito delle imprese è altrettanto centrale tra le sue proposte

Le banche commerciali dovrebbero operare nel mercato come imprese normali, su regole meritocratiche, e non dovrebbe essere in alcun caso previsto un ‘salvataggio statale’ per loro. Dovrebbero valere i presupposti di mercato, che valgono per qualunque altra impresa. Per restare nella questione dei meriti e dei contenuti, io direi di abolire le società di rating. Non servono a niente e – almeno da noi – dovrebbero essere relegate a normali società di consulenza, incaricate di dare pareri non vincolanti che non dovrebbero avere un valore determinante o di legge come è oggi per le valutazioni delle tre principali società di rating in America (e conseguentemente anche da noi). Chiunque faccia un investimento in banca, cioè gli investitori, dovrebbe semplicemente leggere o farsi leggere i documenti delle società. 

In merito alle pensioni?

I fondi pensione costituiti dai privati, come è negli Stati Uniti – dove oltre alla social security ci sono le pensioni aggiuntive – devono essere coperti con accantonamenti effettivi e reali, a copertura prudenziale delle pensioni future. Una parte di questo denaro andrebbe investito in modo che si aggiunga al capitale per far fronte all’inflazione. Molti fondi pensione statali sono invece formati da semplici scritture contabili dove il denaro non c’è: se ne è fatto uso per finanziare altre spese, magari militari, totalmente diverse dalle esigenze pensionistiche. Chi -come me- propone oggi questi accantonamenti ‘reali’ e ‘realistici’ viene tacciato di essere antiquato perché ‘il denaro deve lavorare’. Il concetto risale a Keynes che diceva anche cose corrette, ma in questo caso no. Il suo concetto era che ogni dollaro risparmiato veniva tolto alla produttività finanziaria. Ma noi sappiamo che uno Stato dove le persone hanno un debito finanziario familiare del 130% rispetto al loro introito medio non può andare avanti molto a lungo. Il risparmio ha senso.

Passiamo alla sua proposta successiva

Sarebbe opportuno obbligare gli operatori finanziari a costituire fondi di sicurezza e riorientare l’economia di mercato a regole meritocratiche. Una conclusione intermedia può essere: scegliamo se vogliamo vivere in una società basata su economie di mercato o su economie controllate? Abbiamo potuto vedere come i Paesi che hanno tentato la via dello Stato accentratore non sono andati molto lontano. Però ancora non si è vista una vera e propria economia di mercato. Abbiamo economie che nel momento della crisi diventano controllate dallo Stato (che se ne assume gli oneri), mentre appena si esce dalla crisi tornano pienamente private (i profitti vanno alle oligarchie di mercato). Si tratta di una soluzione di comodo, che non può durare. 

Chiudiamo con il denaro immaginario

Questo è fondamentale: bisogna vietare le operazioni di denaro che non sia legato a valori reali. I tassi di interesse devono restare nelle regole del mercato, bisogna incrementare gli scambi in beni e ‘commodities’. Gli Stati Uniti hanno debiti enormi, che ammontano a circa 17mila miliardi. Simili cifre non potranno mai rientrare. Si fa fronte a questo debito con artifici e giochi finanziari, per esempio tenendo basso il tasso di interesse per non corrispondere pagamenti a chi li deve ricevere. Meccanismi sbagliati.

È almeno dal 1971 – dopo il Nixon shock – che l’oro non fa più da garanzia al denaro: è diventato virtuale, cartaceo, ha pochissima riserva vera e quindi si tratta di denaro ‘a rischio’. Dopo l’oro, il dollaro è la valuta di riferimento, da molti anni, da quando la riserva mondiale di petrolio è stato prezzato in dollari. Questa fase è durata 40 anni. Oggi molte nazioni, vedendo il declino della valuta americana, se ne vogliono allontanare e cercano di utilizzare valute alternative. Non ce ne sono tante: si può usare l’euro, lo yuan, il bitcoin, il Paypal, basta aggirare la dipendenza dai dollari -perché continuano a diminuire di valore. 

Sono attualmente in corso trattative tra grandi Stati per allontanarsi dal dollaro e usare altre valute per i loro scambi, anche tramite commodities essenziali come il petrolio. Trattative bilaterali -ad esempio- tra la Cina e altre grandi nazioni come l’Iran vedono scambi tra petrolio e merce. In questo modo non passa nulla attraverso le banche e si aggirano le sanzioni, specie americane, contro gli stati ‘segnalati’. Se una banca trasgredisse il divieto, uscirebbe dal circuito delle banche con conseguenze molto gravi. 

Uno degli scopi delle valute alternative è evitare tutto questo. L’America intanto combatte per conservare la posizione di Paese con valuta-riserva mondiale, che comporta molti vantaggi. Ma penso che nel giro di pochi anni -se non capita qualcosa di molto importante e nuovo- il dollaro declinerà sempre di più fino a perdere la sua posizione di privilegio.

Si prospetta una fase nella quale gli Stati Uniti cercheranno di riprendere il controllo?

Citiamo in merito un solo esempio: la  Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA). Si tratta di una norma sottoscritta da numerosi Stati (ovviamente anche dall’Italia) che prevede dal 2014 l’obbligo di comunicare agli Stati Uniti i conti correnti bancari e i saldi dei correntisti americani anche con doppia cittadinanza. I proventi fiscali di questa operazione di controllo non supereranno gli 800 milioni di dollari l’anno, ma i costi a carico delle banche del mondo per adempiere a FATCA ammontano a 8 miliardi l’anno. Lo definirei un ‘accanimento burocratico’ il cui unico scopo è distogliere l’attenzione dai problemi veri.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore