lunedì, Dicembre 16

Raqqa presto liberata dall’IS. Poi?

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Le Forze Democratiche Siriane (SDF) e i loro partner hanno cominciato l’offensiva contro Raqqa, capitale dell’Isis in Siria dal 2014. Lo rende noto l’operazione Inherent resolve in un comunicato. «Le forze democratiche siriane e i loro partner della Coalizione Araba Siriana (SAC) hanno lanciato l’offensiva per cacciare Daesh dalla sua cosiddetta ‘capitale’ di Raqqa, nel nord della Siria, il 6 giugno», si legge nel testo. Quel che non è chiaro è il dopo, il cosa succederà alla città. Né, per altro, è da sottovalutare l’altro interrogativo, ovvero che ne sarà degli uomini dell’IS che erano a Raqqa?

«Le forze della Coalizione continueranno a sostenere la SAC e le SDF durante la loro offensiva a Raqqah come parte della loro missione di consulenza e assistenza, fornendo attrezzature, formazione, intelligence, supporto logistico, fuoco di precisione e consulenza sul campo di battaglia», prosegue il comunicato di Inherent resolve.

La città è da tempo bersaglio delle diverse parti coinvolte nel conflitto siriano: il Governo di Damasco, la Russia, la Turchia e la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Il 5 novembre scorso, le Forze democratiche siriane, alleanza arabo-curda sostenuta dagli Stati, hanno lanciato l’offensivaIra dell’Eufrateper riconquistare Raqqa. Si stima siano 300.000 i civili che hanno vissuto sotto l’amministrazione dell’Isis, tra cui 80.000 sfollati da altre zone del Paese, ma in migliaia hanno cominciato a lasciare la città con l’avvicinarsi delle forze arabo-curde.

Oltre 87mila persone hanno lasciato il mese scorso il governatorato di Raqqa, dove centinaia di migliaia di persone «sono esposte a combattimenti e raid aerei quotidiani». Lo ha riferito in una nota l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), nel giorno dell’inizio dell’offensiva della coalizione curdo-araba per liberare Raqqa dall’organizzazione jihadista.
Secondo l’Onu, in tutta la Siria a maggio si sono contati più di 160mila sfollati. Oltre agli 87.200 di Raqqa, circa 37mila persone hanno lasciato Aleppo e 33.400 Idlib. «Ci sono timori particolari per la situazione a Raqqa dove giungono notizie di gravi carenze di cibo e medicinali», ha denunciato l’Ocha.

Il comandante della Coalizione, il generale Steve Townsend, ha dichiarato che l’offensiva di Raqqa potrebbe essere lunga e difficile. Affermazione contraddetta da alcune fonti interne alla città. A Raqqa «l’organizzazione dello Stato islamico si è dileguata con la stessa velocità con cui vi è comparsa nel 2013», ha dichiarato all’agenzia ‘Aki-Adnkronos International’ l’attivista siriano Khalil al-Abdallah, che vive nella città siriana dove l’Is ha stabilito la sua roccaforte. Gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo dell’opposizione siriana con sede nel Regno Unito, hanno riferito che le Forze democratiche della Siria (Fds), appoggiate dalla Coalizione internazionale a guida Usa, sarebbero prossime a entrare a Raqqa dal lato orientale.

Per Abdallah «non vi è alcun bisogno di un tale sforzo militare»  -bombardamenti quotidiani sui quartieri della città, sia da parte della Coalizione che dell’artiglieria delle milizie curde che fanno parte delle Fds e che «causano ogni giorno decine di vittime civili». Considerazioni molto contrastanti quella del generale Townsend e quella dell’attivista Abdallah. Se quest’ultimo avesse ragione bisognerebbe chiedersi perché le forze di liberazione parlano di tempi lunghi e fanno intendere una battaglia difficile.

Una prima possibile risposta sul che ne sarà degli uomini del Califfo dopo la bonifica della città da parte delle forze di liberazione la offre l’attivista nella spiegazione del perché non c’è bisogno di grandi interventi militari per liberare la città. «In base ad accordi tra le Fsd e i miliziani dell’Is, questi ultimi sono potuti uscire da Raqqa con le loro armi leggere per dirigersi verso sud senza combattere». È quanto accaduto a Tabqa qualche tempo fa, spiega l’attivista, «e negli ultimi giorni nel Rif occidentale e meridionale di Raqqa». Abdallah conferma quanto già dichiarato all’inizio di giugno da un altro attivista di Raqqa, Ibrahim Abu Abdallah, che aveva riferito sempre ad ‘Aki-Adnkronos International’ di una «ritirata dei miliziani dell’Is e delle loro famiglie da Raqqa» grazie a un «accordo che prevede corridoi sicuri per farli uscire a gruppi dalla città», e questo già a partire dal mese di maggio.

Perduta Palmira, i combattenti di Daesh avevano ripiegando verso Raqqa e altri centri minori, ultimi baluardi dell’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Qui le forze di Daesh si erano attestate, erigendo dei centri di Comando all’interno dell’abitato e costituendo nelle sue periferie i campi di addestramento per i combattenti del Califfo. Fin da allora era chiaro che in questa città bagnata dal fiume Eufrate avrebbero organizzato l’ultima, disperata difesa del Califfato siriano. Raqqa, ha avuto una duplice veste nella strategia jihadista: considerata al contempo capitale e posto di Comando del Califfato. All’interno del centro abitato si potevano notare gli effetti dell’imposta legge islamica, la continua propaganda del Califfato, nonché nuclei di persone pesantemente armate che pattugliavano le strade. Già dalla ritirata a Raqqa gli Ufficiali del Califfo sapevano che la guerra non avrebbe mai potuta essere vinta da Daesh, che aveva in passato ottenuto qualche successo militare esclusivamente sfruttando il caos dilagante in Medio Oriente e la divisione politica fra gli Stati. Il loro piano è stato quello di rallentare, con ogni mezzo, le truppe vincitrici di Palmira (forze russo-siriane, milizie pasdaran iraniane ed hezbollah libanesi) al fine di guadagnare tempo e riorganizzarsi.  La strategia jihadista prevedeva allora il temporeggiamento finalizzato alla ristrutturazione politica dello Stato Islamico (che potrebbe risorgere come una piccola entità territoriale, oppure come un’organizzazione terroristica priva di territorio, perciò estremamente mobile e dinamica), la riorganizzazione militare (reclutamento di nuovi foreign fighters) e il ripristino delle linee di rifornimento di denaro e materie prime.

Poco più di un anno fa scrivevamo che un’azione coordinata contro Mosul e Raqqa darebbe al Califfato un colpo talmente violento da destabilizzarne irrimediabilmente la struttura, ponendo, così, fine al sedicente Stato Islamico e disperdendone le forze nella formazione di numerosi gruppi terroristici minori; la presa di Raqqa non costituirà la fine di una guerra, ma solo la sua trasformazione. Oggi Mosul sta per cadere, e la conquista di Raqqa è iniziata. Resta da capire dove si ritireranno gli uomini dello Stato Islamico che stanno lasciando la città, addirittura attraverso sicuri corridoi garantiti dai liberatori.

Allo stato attuale «le Fds sono in grado di assaltare Raqqa facilmente e senza resistenza», ha dichiarato l’attivista all’agenzia, e ricorda che «non si sono verificate violente battaglie, se non di rado con piccoli gruppi di miliziani che non erano riusciti ad uscire dalla città».
A proposito della fase che seguirà la liberazione di Raqqa, il generale Townsend, ha confermato che dopo la liberazione dallo Stato Islamico la città sarà consegnata a un corpo rappresentativo di civili locali.
Secondo l’attivista sentito da ‘Aki-Adnkronos International’,  vi sarebbe «un piano americano che mira a coinvolgere le tribù locali, i cui membri hanno costituito la spina dorsale dell’Is negli ultimi anni, per farle collaborare con le Fds, poi per sanzionare chi tra loro ha fatto parte dell’Is e infine per renderle partecipi nell’amministrazione della regione, anche armandoli con armi leggere», e tutto questo «sotto la guida dei curdi».

Abdallah prosegue sostenendo che «la stragrande maggioranza della popolazione di Raqqa e del suo Rif non accetterà un Governo o un’amministrazione curda nelle loro aree e convincerli di questo sarà molto complicato», ipotizzando che «gli Usa stanno facendo in modo di accentuare la competizione tra queste tribù attraverso le Fds, facilitandone così l’inserimento in un processo politico il cui esito a lungo termine resta ignoto».

C’è da considerare che all’interno delle Forze democratiche siriane ci sono anche le Unità di mobilitazione popolare (Ypg) che la Turchia considera una organizzazione terroristica vicina al Pkk. La Turchia «darà la risposta adeguata» a qualsiasi minaccia alla sua sicurezza proveniente da Raqqa, ha affermato il Primo Ministro turco Binali Yildirim. «Non permetteremo ad alcuno di minacciare la Turchia», ha detto Yildirim nel corso di riunione dei deputati dell’Akp ad Ankara. «Se viene minacciata la nostra sicurezza da Raqqa o da altre zone della regione, noi risponderemo subito». «La linea rossa posta dalla Turchia è chiara e non cambierà mai», ha dichiarato Yildirim.

Dunque, Raqqa, liberata dallo Stato Islamico, andrà incontro a un futuro che politicamente è tutto da definire e sul quale si appunteranno le attenzioni (e le lotte) di tutti coloro che direttamente o indirettamente hanno influito sulla sua liberazione (dai curdi alla Turchia, dalle forze siriane al governo siriano agli Stati Uniti); gli uomini del Califfo sono in fuga, ma non si sa dove si stanno dirigendo.

Gli analisti arabi si stanno chiedendo dove sia al-Baghdadi, il Califfo che ha sconvolto il mondo e sulla cui testa grava una taglia da 25 milioni di dollari. Non si puà escludere che sia ancora in Iraq o in Siria, ma c’è chi sostiene che avrebbe potuto mettersi al sicuro in Afghanistan, o nel Sinai egiziano, magari nell’Africa subsahariana sotto la protezione dei jihadisti di Boko Haram, non sono escluse nemmeno Libia e Yemen, dove ci sono aree libere da qualsiasi controllo statuale.

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