lunedì, Settembre 23

Rapporto Clingendael: ‘Effects EU policies Multilateral Damage’ Prima parte del Rapporto del Clingendael Institute, mai pubblicato in Italia e ben conosciuto a Bruxelles e ai media europei

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Il rapporto, intitolato ‘Effects EU policies Multilateral Damage’, descrive nei minimi dettagli le responsabilità dell’Unione Europea nei crimini contro l’umanità commessi dalle milizie libiche e dal regime islamico sudanese, alleati di Bruxelles nella ‘crociata’ contro l’emigrazione dall’Africa verso l’Europa, gli «effetti delle politiche migratorie dell’UE e l’esternalizzazione del controllo delle frontiere dell’UE sulle rotte migratorie del Sahara e sulle pratiche nelle regioni di confine che collegano il Niger, il Ciad, il Sudan e la Libia».  

Il Governo italiano e Bruxelles sono a conoscenza di questo rapporto Effects EU policies Multilateral Damage’, e così pure i media nazionali, ma, stranamente, non è mai stato tradotto e pubblicato.

L’Indro’ offre ai suoi Lettori la traduzione, in due uscite (la prima oggi, questa a seguire), del rapporto riguardante la complicità europea nei crimini commessi in Sudan.


1° capitolo Controllo dei confine del Sudan. Un partner improponibile

Nel novembre 2014, l’Unione Europea lancia il Processo di Khartoum, con l’obiettivo di combattere l’immigrazione illegale dalla regione del Corno d’Africa, incluso il Sudan.
Nel 2016 l’Unione Europea crea l’iniziativa High-Level Dialogue on Migration (Dialogo di alto livello sulla migrazione) con il Sudan e altri 16 Paesi africani. Questa iniziativa è stata associata dallo stanziamento di 40 milioni di euro per il programma Better Migration Management (Migliore Gestione della Migrazione), concentrato sul rafforzamento della istituzioni governative nel gestire i flussi migratori clandestini, l’armonizzazione delle politiche e delle leggi sul traffico di esseri umani e il rafforzamento della protezione delle vittime di questo traffico internazionale.

Il programma è gestito ed attuato da un Consorzio di diversi enti statali degli Stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’agenzia tedesca della cooperazione internazionale GIZ e i Ministeri degli Interni di Italia, Gran Bretagna e Francia. Un consorzio simile guidato da una compagnia semi-privata, con partecipazione maggioritaria del Ministero degli Interni francese, Civipol, riceve 5 milioni di euro per creare il primo centro operazionale dei flussi migratori a Khartoum, denominato ROCK (roccia). In centro è destinato ad essere utilizzato dalle polizie europee, sudanese e quelle del Corno d’Africa per uno scambio di intelligence e monitoraggio flussi migratori. Il centro è diventato attivo alla fine del 2018.

Nell’aprile del 2016 la Commissione dell’Unione Europea adotta delle misure speciali contro i flussi migratori dal Corno d’Africa, per un finanziamento totale di 100 milioni di euro, che verrà affiancato, nell’ottobre 2017, da un finanziamento di 60 milioni di euro, in supporto e assistenza umanitaria delle persone sfollate, migranti, rifugiati e comunità locali ospitanti. Entrambi gli interventi sono concentrati sul Sudan, e mirati sopratutto verso i flussi migratori, anche se al loro interno sono stati inseriti alcuni programmi classici di sviluppo. Secondo un meno ufficiale redatto dalla Unione Europea: «Il Governo sudanese necessita di soldi. I fondi stanziati possono sembrare poca cosa dinnanzi alle spese affrontate dal Sudan per la sicurezza, ma è sempre un aiuto che evita di spendere fondi destinati alla difesa. L’economia del Sudan è talmente in crisi che non possono rifiutare questi fondi»

Nel 2016 i media tedeschi e britannici ottengono dei documenti confidenziali che rivelano l’intenzione dell’Unione Europea a stanziare considerevoli fondi per sostenere l’addestramento della Polizia di frontiera sudanese e i centri di detenzioni istituiti nelle regioni est del Paese. Non fu mai chiarito se questi fondi rientravano nel programma ‘Misure Speciali’ varato nello stesso anno o se fossero fondi esterni.

Diversi Stati membri della EU, inclusi Gran Bretagna, Italia e Germania, si sono impegnati con il Sudan in accordi bilaterali sul contenimento dei flussi migratori. I Ministri degli Interni di Italia e Sudan hanno firmato un Memorandum of Understandig direttamente collegato al Processo di Khartoum, e incentrato sulla gestione delle frontiere, flussi migratori, rimpatrio di migranti sudanesi residenti in Italia (spesso dei dissidenti politici). Anche Gran Bretagna e Germania iniziarono dei dialoghi ‘strategici’ sui flussi migratori con il governo sudanese.

La cooperazione collegato al Processo di Khartoum tra Unione Europea e Sudan hanno generato vari dibattiti in Europa. Uno delle principali critiche è stata espressa da Rosalind Marsden, ex Rappresentante Speciale EU per il Sudan. Marsden ha evidenziato l’incongruità tra il considerare il Sudan come principale partner europeo per il controllo dei flussi migratori nel Corno d’Africa e il fatto che il regime di Khartoum è internazionalmente riconosciuto come uno dei principali fattori per l’aumento di rifugiati nella regione a causa dei vari conflitti interni. Questi rifugiatati, partendo dal Darfur, si dirigono in Libia per tentare di raggiungere le coste europee. Il giudizio finale è negativo. L’Unione Europea, secondo Marsden, compierebbe sforzi non sufficienti e adeguati per risolvere le cause della migrazione dal Darfur e altre aree del Sudan. Cause insite nella politica del Governo sudanese di persecuzione di vari gruppi etnici.

Il Sudan è il principale Paese di transito per i migranti nel Corno d’Africa e il terzo Paese africano ospitante rifugiati, sia nazionali che di Paesi confinanti. Si stima la presenza di circa 800.000 rifugiati. Il Sudan è anche il secondo Paese africano con maggior numero di rifugiati interni a causa di conflitti armati: 3,2 milioni di persone. (il primo Paese è la Repubblica Democratica del Congo e il terzo l’Etiopia NDT). Occorre anche considerare i 600.000 rifugiati sudanesi ospitati in Ciad e Sud Sudan. La crescita esponenziale di rifugiati e sfollati interni sudanesi è iniziata 15 anni fa, ed è strettamente collegata con i conflitti nel Darfur, Sud Kordofan e Blue Nile State dove il Governo applica una violenta strategia anti insurrezionale.

Questi continui conflitti, affiancati alla mancanza di democrazia, sono tra le principali cause di migrazione sudanese verso l’Europa, iniziata nel 2013, quando una moltitudine di rifugiati sudanesi (stimata sulle 60.000 persone) entrarono in Libia, dall’Egitto, diretti verso l’Europa. Il numero di rifugiati sudanesi che tentano di raggiungere l’Europa è aumentato tra il 2014 e il 2016. Nella sola Italia il numero di rifugiati sudanesi si è triplicato, arrivando a raggiungere le 9.300 persone. Il riconoscimento di asilo politico e la loro protezione sono normalmente rispettati in Europa.

La Francia, la prima destinazione europea dei rifugiati sudanesi, nel 2017 ha concesso più permessi di soggiorno legati all’asilo politico ai profughi provenienti dal Sudan, rispetto a quelli provenienti dalla Siria o dall’Iraq. In Francia, il 75% dei migranti sudanesi ottiene lo statuto di rifugiato, la protezione delle autorità e l’assistenza sociale.

 

2° capitolo Le rotte migratorie dal Sudan alla Libia

Le rotte migratorie sudanesi si sono molto differenziate negli anni. I migranti eritrei storicamente utilizzano il corridoio est del Sudan per raggiungere l’Egitto, raggiunto dai migranti sudanesi attraverso il corridoio nord del Sudan. Nei ultimi anni la frontiera con la Libia è diventata la principale rotta migratoria per i cittadini, sudanesi, etiopi, somali e di altri Paesi africani. Si accede a questa rotta attraverso il tratto Khartoum-Dongola, che attraversa nord ovest del Sudan fino ad arrivare alla città libica di frontiera Kufra.

Gli accordi tra Unione Europea e Sudan sono stati siglati per chiudere queste rotte migratorie. Secondo i dati ufficiali della UE, le autorità sudanesi, dal 2012, hanno arrestato 1.200 aspiranti migranti. Alcuni arresti sono stati eseguiti dalle forze regolari: Esercito, Polizia e Polizia di frontiera, ma la maggioranza di essi sono opera della Rapid Support Forces (RSF) e della National Intelligence Security Service (NISS), le forze d’élite del regime sudanese considerate dalla Unione Europea come partner di primo piano.

Le RSF sono state formate nel 2013, raggruppando varie milizie arabe Janjaweed, responsabili del genocidio in Darfur, come ringraziamento per aver contenuto la ribellione del gruppo armato Movimento per la Giustizia e l’Equità – JEM, causando la morte di 400.000 sudanesi darfurini di origine africana e costringendo altri 3 milioni a diventare profughi. (Secondo l’ultimo censimento del 2004 in Darfur vivono 9,2 milioni di persone NDT). Le RSF hanno ricevuto il compito di combattere altri gruppi armati e di controllare la sicurezza nazionale per prevenire insurrezioni popolari. Per assolvere a questi compiti le sue unità sono ben equipaggiate, armate, addestrate e pagate. Dal 2016 le RSF sono sotto il diretto controllo del Presidente Omar Al Bashir e impiegate anche nel controllo dei flussi migratori in stretta collaborazione con l’Unione Europea. Il loro leader è Mohamed Hamdan Dogalo, nome di battaglia Hemedti o Hemetti, comandante delle milizie Janjaweed e responsabili di numerosi crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile nel Darfur. (Hemetti fa attualmente parte della giunta militare temporaneamente al potere dopo l’arresto del dittatore Omar Al Bashir in qualità di Vice Presidente NDT).

Nel 2016 le RSF vengono incluse nei progetti di controllo migratorio dell’Unione Europea e ricevono ingenti fondi da Bruxelles per dispiegarsi nel nord est del Sudan per controllare le frontiere con Libia ed Egitto e impedire le infiltrazioni di migranti e rifugiati africani. Le RSF sarebbero composte da 23.000 uomini per la maggior parte miliziani responsabili del genocidio in Darfur. Dal 2018 le RSF hanno ricevuto il compito di controllare anche le frontiere con il Ciad e l’Eritrea.

L’utilizzo delle RSF crea una serie di problematiche etiche e morali per l’Unione Europea in quanto, seppur presentate come unità speciali delle forze armate regolari del Sudan, sono in realtà delle milizie al servizio del regime islamico, abituate a commettere gravi abusi contro i diritti umani  –torture, stupri. Inoltre si sospetta che Hemetti, con la complicità dello stesso Governo sudanese, abbia avviato, dal 2017, un florido business legato al traffico di esseri umani dal Darfur alla Libia. Le RSF ricevono i finanziamenti europei per bloccare e non per favorire i flussi migratori della regione.

Fin dall’agosto del 2016, Hemetti ha dichiarato di aver arrestato oltre 20.000 migranti, confiscando 321 veicoli appartenenti ai trafficanti di esseri umani. Cifra considerata dagli esperti internazionali come una esagerazione fatta con l’obiettivo di presentare risultati eclatanti dal suo benefattore: l’Unione Europea. Le cifre più realistiche del gennaio 2017 valutavano a 1.500 migranti intercettati dalle RSF lungo il confine con la Libia.

Trafficanti di esseri umani intervistati per questo studio, affermano che le RSF interferiscono nelle loro attività solo per pretendere ingenti somme di denaro per continuare ad agire indisturbati o per entrare a loro volta direttamente nell’affare. «Quando le RSF ci intercettano con migranti a bordo si limitano a confiscare i veicoli e non arrestano nè noi nè i migranti perché abbiamo già pagato le dovute tasse. Una minima parte dei veicoli confiscati viene riconsegnata ai legittimi proprietari. La maggioranza viene usata in supporto alle attività di traffico di esseri umani compiute in modo autonomo dalle stesse RSF», ci testimonia un trafficante di esseri umani protetto dall’anonimato.

I migranti intervistati per questo studio, compresi quelli arrestati dalle RSF, affermano che queste unità speciali sono molto pericolose. Sono stati documentati centinaia di violazioni dei diritti umani e di abusi perpetuati dalle RSF contro i migranti intercettati. Nel 2016, Y.A. un rifugiato sudanese proveniente dalla Nuba Mountains, ha dovuto pagare 1.000 dollari americani per raggiungere Tripoli dal Nord Darfur. Mentre era su una camionetta con altri dieci migranti etiopi ed eritrei è stato intercettato dalle RSF. Dopo l’arresto ha subito delle torture al fine di fornire informazioni sui trafficanti di esseri umani. Dopo gli interrogatori le RSF gli hanno chiesto di contattare la famiglia per pagare il riscatto. In caso contrario Y.A. avrebbe subito altre torture. Lo minacciarono anche di morte. Y.A. riuscì a pagare il riscatto dopo due mesi dall’arresto. Liberato riuscì a raggiungere Tripoli e successivamente l’Europa. Y.A. non conosce la sorte degli altri compagni di viaggio, e teme per il loro destino, visto che la maggioranza di essi non era in grado di pagare il riscatto richiesto.

 

3° capitolo Il dispiegamento delle unità Rapid Support Forces nell’est del Sudan

Nei primi mesi del 2018, le Rapid Support Forces sono state dispiegate nelle zone est del Sudan, ai confini con l’Eritrea. Secondo le informazioni fornite dal Governo sudanese, circa un quarto di migranti arrestati tra gennaio e febbraio 2018 provenivano da questa frontiera e sono stati intercettati dalla RSF. Questi dati erano tesi a presentare ai Donor europei un quadro di massima efficacia di queste forze speciali nel controllo e contenimento dei flussi migratori dal Corno d’Africa.

Come nel caso delle unità RSF dislocate al confine con la Libia, anche quelle al confine con l’Eritrea sembrano rispondere ad altre priorità e agende politiche militari. Prima tra tutte impedire l’infiltrazione di gruppi armati sudanesi provenienti dall’Eritrea.
Dal 2006, Eritrea ed Egitto hanno offerto a vari gruppi armati sudanesi basi militari sul loro territorio. Tra essi vi sono i Free Lions (Leoni Liberi NDT), un movimento formato principalmente da sudanesi arabi del clan Rashaida, che hanno le loro basi operative in Eritrea. Si sospetta che i Free Lions siano collusi con il traffico di migranti eritrei in complicità con le polizie di frontiere del Sudan e dell’Eritrea. Il traffico da loro gestito di esseri umani è notevolmente diminuito dopo l’intervento delle RSF, supportate dai fondi europei per le politiche di controllo dei flussi migratori ma, stranamente, non è diminuito il flusso di clandestini che dall’Eritrea entrano in Sudan diretti in Libia, Egitto ed Europa. Questo significa che qualche altro attore ha preso la gestione del traffico, quasi persa dai Free Lions.

Dall’impiego delle RSF per il controllo delle frontiere sudanesi si sta assistendo ad un doppio gioco di queste unità speciali. Da una parte, vengono finanziate dall’Unione Europea per combattere l’immigrazione clandestina. Dall’altra, stanno acquisendo gradualmente un monopolio nel traffico di esseri umani controllando il corridoio di accesso eritreo e i corridoi di uscita per la Libia e l’Egitto.
Gli arresti di trafficanti e migranti avviene sporadicamente e solo per necessità di rispettare (parzialmente) il mandato ricevuto dalla UE per non far diminuire o bloccare l’afflusso di fondi europei. «Ufficialmente abbiamo l’ordine di condurre i migranti clandestini alla frontiera più vicina del loro Paese d’origine. Al contrario la maggior parte dei immigrati intercettati vengono trasferiti a Khartoum per dimostrare ai nostri superiori che stiano compiendo bene il mandato affidatoci. Non siamo autorizzati ad accettare soldi dai immigrati o di favorirli nel loro viaggio verso la Libia, ma la realtà è molto diversa da quello che il Governo fa credere all’Unione Europea» , dichiara un ufficiale delle RSF durante un’intervista condotta per questo studio.

Diversi trafficanti e immigrati ci hanno confermato che le unità della Rapid Support Forces applicano tasse di circolazione per far passare i veicoli dei trafficanti pieni di clandestini. Se queste tasse non vengono pagate, i veicoli vengono intercettati, sequestrati e conducenti assieme ai clandestini arrestati.
Riportiamo la testimonianza di un trafficante di esseri umani che identifichiamo con le iniziali di A.A. La testimonianza è relativa alla sua fuga in Libia avvenuta nel 2016 dopo essere stato accusato dal Governo sudanese di supportare i ribelli costringendolo a fuggire in Libia. «Stavo viaggiando a bordo di un pickup assieme a 20 migranti sudanesi provenienti dal Darfur. Stavamo percorrendo l’asse stradale di El-Fasher quando, all’altezza di Tina, siamo stati intercettati dalle unità delle RSF. Ero spaventatissimo. Su di me pendeva due mandati di arresto. Uno per supporto ai ribelli e l’altro per traffico di esseri umani. Sicuramente la mia foto era stata distribuita alle forze dell’ordine sudanesi e quindi anche alle RSF con l’obiettivo di facilitare il mio riconoscimento.
Fummo portati presso la località di Am Boru dove le RSF avevano installato una base temporanea. Nella base vi erano altri tre veicoli pieni di immigrati precedentemente intercettati. Interrogato dagli ufficiali delle RSF, ho tentato di far credere che mi recassi in Ciad per cerare dell’oro, visto che le strade per Libia e Ciad si dividono dopo 30 km da Tina. La stessa versione è stata fornita dagli immigrati che viaggiavano assieme a me. Gli ufficiali non hanno creduto alla nostra versione e hanno chiaramente informato di conoscere la nostra destinazione: la Libia. Hanno anche informato il sottoscritto di conoscere la mia identità e i relativi mandati di arresto, minacciandomi di adempiere il loro dovere. L’arresto e la prigione sono stati evitati pagando una tassa complessiva di 750 euro in cambio del nulla osta delle RSF a proseguire il viaggio.
Il nostro veicolo fu intercettato nuovamente presso la città di Kornoy e di nuovo abbiamo pagato 750 Euro alle RSF per poter proseguire il viaggio verso Tripoli. Giunti al confine con la Libia abbiamo dovuto pagare altri soldi sia alle RSF sia alle milizie libiche che potevano impedirci di proseguire una volta entrati in territorio libico».

Il trafficante ci ha informati che esiste una collaborazione molto amichevole e proficua tra i trafficanti e le unità RSF. «Le RSF ci conoscono uno ad uno e supportano le nostre attività in cambio della divisione di parte dei nostri guadagni. A volte offriamo a loro la possibilità di usare gratuitamente i nostri veicoli per le loro attività di traffico di migranti al posto di pagare in contanti. Una cosa è certa: se non esiste questo tipo di collaborazione ed amicizia diventa difficile per un trafficante continuare le sue attività ai confini con Egitto e Libia».

Come evidenzia questa testimonianza, oltre a pretendere parte dei profitti, le RSF spesso entrano in prima persona nel traffico di esseri umani. Dal 2016, circa il 40 % degli immigrati sono entrati in Libia o Egitto trasportati da camion militari protetti dalle RSF.
Vi proponiamo la testimonianza di un immigrato dal Darfur di 28 anni: A.O. «Stavo aspettando per andare in Libia presso la località di Mujuar nel Nord Darfur. Con altri 9 immigrati aspettavo presso il mercato locale quando fummo fermati da soldati delle RSF che ci offrirono il trasporto fino ai confini con la Libia sui loro camion ad un prezzo maggiorato di solo 30$ rispetto a quello pattuito con il trafficante locale. Accettammo immediatamente, comprendendo che viaggiare su camion dell’Esercito significava evitarci fastidi e corruzione lungo il percorso. Io montai su un pickup delle RSF, sedendomi vicino alla mitragliatrice pesante installata. Il veicolo portava la targa Al Quds il nome arabo delle RSF. Nessuno ci ha disturbato durante il tragitto. Arrivati alla frontiere libica abbiamo ringraziato i soldati sudanesi offrendo loro una mancia extra di 20 euro a persona»

Già nel luglio 2016 le RSF si erano pesantemente infiltrate nel traffico di esseri umani per Libia e per l’Egitto divenendo temibili concorrenti dei veri trafficanti di cui le RSF ricevono i fondi europei per arrestarli.
Dal 2017 in poi le RSF e i trafficanti decidono in comune accordi chi è incaricato di trasportare gli immigrati ai confini con i due Paesi. I clandestini iniziano a privilegiare i trasporti offerti dalle RSF per ovvie ragioni, anche se costano di media il 30% in più del prezzo offerto dagli altri trafficanti.

Normalmente il trasporto assicurato dalle RSF avviene in condizioni umane. Pochi passeggeri a cui viene offerto anche qualche cosa da mangiare e dell’acqua da bere. Le attività di traffico di esseri umani gestire dalle RSF inizialmente erano rivolte solo a immigrati sudanesi provenienti dal Darfur, ma già nel 2017 i convogli militari offrivano questo servizio a immigrati eritrei, etiopi e di altri Paesi africani quali Gambia, Guinea Equatoriale, Nigeria, Senegal, Somalia. Normalmente i veicoli RSF si posizionano nei centri di raccolta conosciuti presso i mercati di piccole città o villaggi, scardinando il monopolio una volta detenuto dai trafficanti ‘civili’. I principali punti di raccolta sono ubicati presso le cittadine di Um-el-Araneb, Malha, Mujuar. Il prezzo richiesto varia dai 600 ai 800 euro a persona. Dal 2018 i servizi di trasporto delle RSF sono stati estesi anche per gli immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh.
In alcuni casi le RSF intercettano immigrati e trafficanti nel momento della partenza dai punti di raccolta. Fanno scendere i passeggeri, recuperano i soldi già pagati ai trafficanti e fingono di arrestarli. Ogni clandestino subisce un finto interrogatorio, con lo scopo di proporre l’attraversata su camion militari con un prezzo maggiorato del 30%. «I miliziani delle RSF ti fanno entrare nella loro tenda per interrogarti. Al contrario ti offrono la possibilità di continuare il viaggio sui loro mezzi. Non puoi rifiutare, altrimenti ti arrestano e di spediscono a Khartoum. Comunque è doveroso sottolineare che la maggior parte dei miliziani si comporta onestamente. Non ti chiedono di pagare un nuovo biglietto, ma di aggiungere soldi al prezzo già pagato ai trafficanti da loro sequestrato»,  testimonia un rifugiato nigeriano.

I servizi offerti dalle RSF si sono diversificati nel 2018, arrivando a garantire la scorta armata ai convogli dei trafficanti che dovrebbero arrestare.
Purtroppo esistono anche delle speculazioni e degli inganni contro gli immigrati. Alcuni di essi dopo il dovuto pagamento vengono arrestati e portati a Khartoum. Oppure viene loro chiesto di contattare le famiglie per pagare un riscatto, che varia dai 1.700 ai 2.300 euro a persona. Questi inganni non sono comunque una prassi, ma dipendono dalla disonestà del comandante RSF dell’area. Di solito gli ufficiali sono corretti, perché intendono mantenere vivo il traffico e non vogliono costringere immigrati e trafficanti a scegliere rotte alternative. Al contrario le classiche rotte migratorie dal Sudan alla Libia e all’Egitto sono diventate le più facili e sicure proprio grazie alla collaborazione tra RSF e trafficanti.
Sempre nel 2018 le RSF hanno istituito un servizio VIP. Per 13.000 dollari il clandestino viene trasportato direttamente all’aeroporto di Tripoli da aerei militari sudanesi che decollano dalle basi militari vicino a Khartoum. Per giungere in Europa l’immigrato VIP deve pagare altri 2.000 euro.

Si stima che i servizi offerti dalle RSF nel Darfur, Dongola e Khartoum abbiano favorito, dal 2016 ad oggi, il passaggio sicuro di almeno 30.000 immigrati. Un numero che offre l’idea della cifra d’affari che le RSF gestiscono, oltre a ricevere i finanziamenti europei. Dal 2018 questi servizi sono attuati senza discrezione. Convogli di camion militari con dentro 100 persone a veicolo passano dalle note rotte di migrazione scortati dai reparti RSF.

Diversi soldati delle RSF intervistati per questo studio confermano queste attività illecite. «Il traffico di esseri umani è molto conveniente. Ci arricchiamo velocemente. Non vedo nulla di male in tutto ciò. Se non lo facciamo noi lo farà qualcheduno altro. Quindi perché non approfittarne? Inoltre provvediamo agli immigrati trasporti confortevoli e sicuri», rivela la testimonianza di un miliziano RSF.

Il traffico gestito da questo reparto d’élite, su cui è incentrata la politica di contenimento flussi migratori dell’Unione Europea, è stato confermato da delle indagini condotte dal ‘The New York Times’ che ha intervistato separatamente circa 20 trafficanti di esseri umani impegnati nel Sudan. Tutti hanno confermato che devono fare i conti con la concorrenza delle RSF. Per evitarla occorre associarsi a queste unità d’élite nel traffico di esseri umani.

Sporadicamente scoppiano dei conflitti tra RSF e il servizio di sicurezza dei trafficanti che sfociano in scontri armati e vengono catalogati come parte integrante delle attività di intercettazione alle frontiere per evitare eventuali inchieste. Dal 2018, le RSF hanno aggiunto un altro servizio, rivolto agli stessi trafficanti. Ora possono denunciare, pagando, i concorrenti. Ci penseranno le RSF a bloccare le loro attività contrarie agli interessi dei trafficanti a loro associati. Ormai è diventata prassi comune per i trafficanti di dividere i loro profitti con le RSF per evitare qualsiasi sorta di problemi.

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