mercoledì, Novembre 25

Rapporto Antigone: carceri al collasso

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Come si dice: le chiacchiere stanno a zero; le cifre, i numeri, sono un fatto: nel solo 2017 la popolazione carceraria è cresciuta di 2.967 unità; in tutto i detenuti sono 56.817. Con questo ritmo, nel 2020 si torna ai numeri che portarono la Corte europea dei diritti umani a condannare l’Italia; e tre anni volano. Le cause di questa situazione? Le solite: processi troppo lunghi; custodia cautelare anche quando se ne potrebbe fare a meno; celle che troppe volte esistono solo sulla carta e nelle piantine; basso il ricorso alle misure alternative che abbattono la recidiva. L’SOS lo lancia Antigone Onlus, che da ormai vent’anni periodicamente monitora la situazione nelle nostre carceri.

Il quadro che emerge dal Pre-Rapporto 2017 è terrificante; la durata dei processi innanzitutto: in dieci anni sono cresciuti da 1,44 milioni a 1,54. I processi in primo grado nel 18,9 per cento dei casi superano il limite della ‘durata ragionevole’ di tre anni. La durata media del processo in primo grado con rito collegiale è 707 giorni, 901 in secondo grado. I 25 mila casi di ingiusta detenzione degli ultimi 25 anni sono costati allo Stato 630 milioni di risarcimenti. I detenuti, come abbiamo detto, sono 56.817, con un tasso di sovraffollamento del 113,3 per cento. Gli stranieri – il 34,1 per cento dei detenuti – sono comunque calati del 3,3 per cento dal 2007, nonostante l’aumento dei residenti.

Secondo Antigone ben 15.236 detenuti – il 26,8 per cento – potrebbero usufruire delle misure alternative perché devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni. Tra i 42.109 condannati in misura alternativa alla detenzione, 13.972 sono in affidamento in prova al servizio sociale, 10.341 ai domiciliari, 9.768 alla messa alla prova, solo 808 in semilibertà. Pochi i detenuti tossicodipendenti affidati in prova ai servizi: solo 1.611 su una popolazione stimata di circa 15 mila.

Se la media del sovraffollamento è del 113,2 per cento, singoli carceri sono già oltre i livelli di guardia. Busto Arsizio è al 174,2 per cento, e i detenuti in attesa di giudizio stanno assieme ai condannati definitivi. Como arriva al 186,6 per cento e crescono gli atti di autolesionismo. Anche i dati relativi alla capienza regolamentare vanno presi con beneficio d’inventario. A Nuoro, per esempio, tre bracci dell’istituto sono inutilizzabili; a Livorno un padiglione è chiuso dal 2016, e due dal 2011; a Civitavecchia due perché mai ristrutturati.

Intanto si continua a morire, soprattutto per suicidio. Domenica scorsa nell’istituto anconetano di Montacuto, un detenuto tunisino non definitivo di 33 anni (per la sentenza di primo grado avrebbe finito di scontare la pena nel 2020) si è ucciso inalandosi il gas utilizzato per l’accensione del fornello presente nella cella. Sempre domenica un recluso italiano di 44 anni dello stesso carcere, è morto all’ospedale regionale di Torrette dopo che giorni fa si erano aggravate le sue condizioni di salute e per questo trasferito d’urgenza all’ospedale. Condannato per spaccio di stupefacenti, avrebbe finito di scontare la pena l’anno prossimo. Dall’inizio dell’anno si registrano 32 suicidi per un totale di 68 morti.

Una situazione di cronico sfacelo che al di là dei risvolti umani e morali, ha anche pesanti riflessi economici. Per esempio l’ingiusta detenzione cautelare, ha coinvolto, dal 1002, almeno 25mila persone (almeno questi sono i casi riconosciuti), per un costo complessivo di 630 milioni di euro.

Alla fine dello scorso marzo, i processi penali pendenti erano 1.547.630. Di questi, 358.432 hanno superato la ragionevole durata, per come essa viene quantificata dalla cosiddetta legge Pinto che impone risarcimenti monetari nel caso, appunto, di procedimenti penali dalla durata irragionevole.

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