martedì, Luglio 16

Rapporti Usa-Iran: quale futuro con Trump

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Con le nomine di Michael T. Flynn alla Sicurezza Nazionale, di Mike Pompeo alla Cia e di James Mattis al Pentagono il nuovo governo che Trump si appresta ad ufficializzare sembra presentare fattori di forte discontinuità rispetto alla politica mediorientale portata avanti dall’amministrazione uscente. Nel giugno 2009, il presidente Barack Obama pronunciò il celebre discorso del Cairo, in cui annunciava un ‘nuovo inizio’ delle relazioni con il mondo musulmano. A partire dal dicembre 2010, la sua amministrazione assicurò pieno appoggio alle cosiddetta ‘primavere arabe’ sorte in Tunisia, Egitto, Libia e Siria contro i locali governi secolarizzati, sulle quali fin dai primi istanti avevano messo il cappello movimenti di ispirazione islamista come la Fratellanza Musulmana. Se in Tunisia ed Egitto le rivolte produssero risultati dirompenti in tempi piuttosto brevi, in Libia e Siria le cose sono andate in maniera molto differente. Per rovesciare il colonnello Muhammar Gheddafi fu necessario l’intervento armato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti e la successiva mobilitazione della Nato, mentre in Siria gli Usa e i loro alleati europei e alle monarchie sunnite del Golfo Persico hanno dovuto ricorrere al sostegno armato e finanziario ai gruppi jihadisti per tentare di assestare la spallata finale al governo di Bashar al-Assad.

Questa politica di sostegno più o meno indiretto a gruppi fondamentalisti affiliati ad al-Qaeda da cui è germinato lo ‘Stato Islamico’ ha trovato l’opposizione di svariati gallonati dell’esercito e di determinati settori dell’intelligence, i quali hanno dapprima tentato di sabotare la linea operativa della Casa Bianca allacciando contatti segreti con Mosca e Damasco, e successivamente, una volta preso atto dell’irremovibilità dell’amministrazione Obama, rassegnato le dimissioni. Tra essi spicca Michael T. Flynn, une generale con alle spalle due guerre (Afghanistan ed Iraq) ed anni di esperienza in materia di lotta al terrorismo che nel 2014 ha abbandonato la direzione della Defense Intelligence Agency (Dia) per effetto della sua forte contrarietà all’appoggio che Washington accordava alle forze jihadiste in funzione anti-assadista. Fu lui a riscrivere le regole per l’interrogazione dei sospetti in seguito all’emergere dello scandalo di Abu Ghraib ed anche, «a capire ben prima di altri che le informazioni importanti non sono quelle militari, su cui la Dia tendeva a concentrarsi, ma di natura politica […]. Il fatto, inoltre, che Flynn non abbia mai badato ai sillogismi del ‘politicamente corretto’ ampliarono il divario tra ‘politici’ dell’amministrazione ed operativi […]. Da direttore della Dia, Flynn aveva inoltre modo di valutare da sé il comportamento irresponsabile di Hillary Clinton come segretario di Stato. Il che spiega il suo passaggio dallo schieramento democratico a quello repubblicano e il supporto, dall’autunno 2015, a Donald Trump. Il rapporto di Flynn con l’ideologia neoconservatrice certamente è evoluto durante la carriera. Data la sua origine politica, si potrebbe pensare che abbia ceduto all’eccezionalismo americano. Ma è anche chiaro che nel corso degli anni sia approdato a una visione improntata al realismo; una conversione politica che lo spinge a voler fare della Russia un alleato, anche economico, nella lotta al terrorismo». Allo stesso tempo, però, Flynn ha rilevato come l’Iran, che a suo dire costringerebbe Israele a «vivere sotto la costante minaccia dell’annientamento» grazie all’arsenale atomico di cui Teheran starebbe cercando di dotarsi (sebbene Cia e Mossad abbiano ripetutamente sostenuto il contrario) assieme a missili balistici ed altri vettori di primo livello, sia in grado di mettere a repentaglio gli interessi Usa da una posizione di forza, godendo della protezione garantita dall’alleanza con Cina e Russia. Per l’ex direttore della Dia, l’Iran continua a rappresentare uno dei principali elementi di instabilità del Medio Oriente, che condivide con gli estremisti sunniti la maggior parte della responsabilità rispetto al caos scatenatosi tra Siria ed Iraq. Flynn è stato nominato da Trump come nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, un ruolo di massima importanza che gli permetterà di avere voce in capitolo in materia di lotta al terrorismo e politica estera.

Un altro eminente esponente della fazione anti-musulmana interna all’amministrazione Trump è Mike Pompeo, ex ufficiale dell’esercito diplomatosi a West Point prima di scendere in politica come rappresentante repubblicano del Kansas. Ritenuto unanimemente un esperto di intelligence, Pompeo è stato un acceso sostenitore dell’applicazione delle sanzioni contro l’Iran e uno strenuo oppositore dell’accordo sul nucleare iraniano, che in un tweet ha dichiarato di «non vedere l’ora di smantellare» considerando l’Iran il «principale sponsor del terrorismo». Prese di posizione che rischiano di mandare in frantumi la fragile intesa con Teheran sulla quale Obama ha speso parte non irrilevante del capitale politico a disposizione, specialmente se pronunciate dal nuovo direttore della Cia. Secondo alcuni osservatori, esternazioni del genere hanno tuttavia il merito di manifestare apertamente l’approccio del nuovo governo nei confronti della Repubblica Islamica, permettendo alle autorità iraniane di muoversi per tempo onde evitare spiacevoli inconvenienti.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza James Mattis, il generale a riposo chiamato da Trump a ricoprire l’incarico di segretario alla Difesa. Si tratta di un personaggio molto interessante, che ha in casa propria una libreria composta da almeno 7.000 volumi e che porta sempre con sé le Meditazioni di Marco Aurelio. Descritto da chi lo conosce come un uomo alquanto riflessivo ma allo stesso tempo assai esigente quando indossa l’uniforme, Mattis ha speso una vita nel corpo dei marines, prendendo parte alla Guerra del Golfo e alle campagne militari in Afghanistan del 2001 e in Iraq del 2003. Molto rispettato dai suoi sottoposti che gli affibbiarono il nomignolo di Mad Dog (‘cane pazzo) per il suo coraggio e la sua ostinazione, Mattis è considerato un falco sulla questione del nucleare iraniano e un convinto sostenitore della necessità di adottare un approccio più aggressivo con Teheran. Posizioni che sono probabilmente alla base della decisione dell’amministrazione Obama di rimuoverlo dalla direzione del Comando Centrale (Centcom), che abbraccia Medio Oriente e Asia centrale. Allo stesso tempo, però, Mad Dog ha espresso forti critiche all’appoggio incondizionato che gli Stati Uniti accordano a Israele, sottolineando che, come gestore del Centcom, aveva dovuto pagare un prezzo molto alto in termini di sicurezza a causa del fatto che in tutto il mondo musulmano gli Usa vengono considerati totalmente sbilanciati a favore dello Stato ebraico. «Ciò – ha dichiarato Mattis – influenza tutti gli arabi moderati che vogliono schierarsi al nostro fianco, perché non possono sposare apertamente la causa di chi manca di rispetto ai palestinesi».  E non ha mancato di apostrofare senza mezzi termini gli israeliani: «gli insediamenti delle colonie nei territori occupati stanno rendendo impossibile la soluzione a due Stati.  Finirete per realizzare l’apartheid». Molti ufficiali statunitensi sono convinti che Mattis saprà allentare la presa dei neoconservatori sulla politica estera Usa ed anche a spezzare la deprecabile tendenza dei gallonati dell’esercito ad entrare a far parte dei consigli d’amministrazione delle aziende operanti nel settore della difesa per fare lobbying al Congresso e alla Casa Bianca in cambio di stipendi da capogiro. In termini pratici, le pressioni esercitate dal complesso militar-industriale sull’apparato dirigenziale di Washington si traducono in guerre, operazioni segrete e incremento dell’esposizione imperiale statunitense.

La posizioni anti-iraniane espresse da Flynn, Pompeo e Mattis risultano evidentemente discordanti rispetto alla linea operativa annunciata da Trump nel suo discorso di Cincinnati, durante il quale ha affermato che «distruggeremo l’Isis. Ma allo stesso tempo, perseguiremo una politica estera nuova tenendo conto degli errori commessi in passato. Smetteremo  di rovesciare governi di Stati esteri […]. Il nostro obiettivo è la stabilità, non il caos. È giunto il momento di pensare a ricostruire il nostro Paese». L’inserimento nella grande equazione strategica della Russia, che Trump considera un punto fermo della sua visione di politica estera, rappresenta tuttavia una consistente forma di tutela per Teheran, che contando sull’appoggio di Mosca avrà modo di temperare la vocazione anti-iraniana che ispira la fronda interna al nuovo governo e a frenare eventuali pericolose prese di posizione in tal senso. Per tener fede alle promesse elettorali rinnovate anche in seguito all’8 novembre, il nuovo presidente, appena confermato dal voto dei grandi elettori, sarà chiamato a mediare tra le varie correnti interne alla propria amministrazione evitando che una parte prenda il sopravvento sulle altre.

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