lunedì, Novembre 18

Quelle rimesse che hanno fatto l’Italia Tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento le rimesse assumono un ruolo fondamentale nella storia economica italiana, agendo come una sorta di arma segreta della nostra industrializzazione

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Ieri abbiamo visto quanto le rimesse valgano in PIL per i Paesi in via di sviluppo e abbiamo accennato al valore che esse hanno per l’Italia ( 646 milioni di euro inviati in Italia da chi lavora all’estero, somma quasi triplicata in poco più di dieci anni: si può ritenere che le rimesse servano ad integrare il reddito di circa 50 mila famiglie italiane), ma parlando delle rimesse dei migranti verso il proprio Paese, non si può non ricordare l’importanza che questo fenomeno ha avuto nella storia d’Italia e nel suo sviluppo economico. Per analizzare come il fenomeno migratorio abbia inciso nella storia italiana, il riferimento deve essere agli anni tra il 1861 e il 1971, periodo caratterizzato costantemente da un saldo migratorio negativo. Lo storico della demografia Bellettini, sostiene che il numero di espatri per motivi di lavoro (sommando definitivi e temporanei) superano nel periodo i 25 milioni, mentre nella fase culminante che va dal 1871 1l  1914 lasciano l’Italia ogni anno il 2% della popolazione. Secondo Sori complessivamente almeno 9 milioni di persone non rientreranno più in patria. «La grande emigrazione svolge la sua parabola esattamente entro i cento anni nei quali si compie la transizione demografica italiana e, si pensa,  come una delle sue dirette conseguenze».

È proprio in questo periodo, e in particolare tra gli ultimi anni dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, che le rimesse assumono un ruolo fondamentale nella storia economica italiana, in particolare nella fase del decollo industriale durante l’età giolittiana. Si tratta di un momento molto delicato per un Paese che arriva in ritardo all’industrializzazione e ha bisogno spesso di importare merci  e capitali, ma non è ancora in grado di garantire esportazioni di pari valore, andando incontro ad un forte deficit della bilancia dei pagamenti.

Il ruolo fondamentale che hanno in questa fase le grandi migrazioni è ben sintetizzato da Castronovo: «Questo imponente fenomeno migratorio, oltre a funzionare come valvola di sfogo della crescente eccedenza di popolazione e delle tensioni sociali, contribuì in misura considerevole allo sviluppo dell’economia italiana agendo come una sorta di arma segreta della nostra industrializzazione. Da un lato perché le rimesse degli emigrati arrivarono a coprire in quegli anni più della metà della parte attiva della bilancia dei pagamenti e ciò consentì di far fronte all’importazione di materie prime e di beni capitali indispensabili alle sempre maggiori esigenze della produzione industriale. Dall’altro, perché le nostre numerose comunità di emigrati, una volta trapiantate nei Paesi di destinazione, aprirono o ampliarono i varchi dei mercati locali per le esportazioni italiane, da quelle alimentari a quelle tessili».

Sori rileva che le rimesse, pur avendo la maggiore importanza nella fase del decollo industriale,  assumono rilievo in altre fasi di crescita economica caratterizzate da deficit commerciale crescente, come per esempio negli anni fra il 1955 1 il 1963.

da Sori  Mercati e rimesse

La De Clementi indica per i primi 15 anni del Novecento un importo delle rimesse superiore al gettito annuo delle imposizioni dirette fiscali dello Stato italiano.

Ma chi sono questi migranti che inviano soldi in Italia? Tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento si afferma una figura di emigrante temporaneo, maschio giovane e di famiglia contadina, che lascia al paese una famiglia in precarie condizioni economiche. Questa condizione familiare e sociale determina una forte propensione al risparmio per aiutare i cari rimasti in Italia.

De Rosa ricorda che: «Giustino Fortunato, per esempio, per quanto riguarda l’Italia meridionale, rilevò che già a partire, grosso modo, dal 1865, quando cioè ‘la fame, [che]batteva [da tempo]al [suo]tugurio’, spinse il contadino della sua regione, la Basilicata, verso ‘l’emigrazione come ultimo rimedio disperato’, e vi spinse prima ‘i celibi e i vedovi, poi i padri di famiglia’, ‘frequenti furono gli invii [dai luoghi di migrazione ai familiari rimasti nel paese di origine]dei vaglia postali’». Lo stesso saggio di De Rosa richiama le leggi del 1901  per la protezione degli emigrati e la tutela del loro risparmio, oltre che della sua trasmissione in Italia, ricostruendo anche la genesi delle stesse.

Inizialmente le rimesse arrivavano in Italia tramite vaglia postali, ma le poste si trovavano solo nelle grandi città ed erano spesso assenti nei centri minerari e nelle farm in cui spesso lavoravano gli emigrati (bisogna anche considerare che gli impiegati parlavano inglese e questo era  un grave intralcio per persone che parlavano per lo più in dialetto). Dei 25-30 milioni di dollari che nel 1893 il Comitato per l’emigrazione del Senato americano riteneva si spedissero in Italia, solo pochi milioni passarono attraverso le Poste americane.

Per il grosso delle rimesse si utilizzavano altri canali: a volte le monete venivano chiuse nelle  buste delle lettere, ma per lo più si faceva ricorso a piccole banche italiane, spesso ai limiti della legalità, che garantivano (?) la trasmissione in patria. In realtà abusi e truffe erano numerosi e venivano denunciati  dal Department of Labor e dalla stampa statunitense. Spesso personaggi equivoci che si erano improvvisati banchieri prelevavano più di una provvigione, truffavano in vario modo e a volte sparivano con i soldi raccolti. Nel 1894 a Boston ben 4 banchieri si erano resi protagonisti di grosse truffe appropriandosi di cospicue somme di deposito da rimettere in Italia. Bisogna comunque sottolineare che non tutte le banche erano dedite a truffe, ve ne erano anche di serie. Ad esempio la filiale napoletana di una banca svizzera, la Meuricoffre e C., riceveva, in media, ogni anno, dai 30 ai 45 milioni di lire dalle sue filali statunitensi.

La legge del febbraio 1901 intervenne proprio per tutelare i risparmi degli emigrati e facilitare l’afflusso delle rimesse in Italia. Il Banco di Napoli fu incaricato di sostituire con propri servizi i cosiddetti banchieri italianiin tutti i centri in cui erano presenti comunità italiane (riducendo i costi di trasmissione) e di distribuire in Italia le rimesse che gli sarebbero pervenute.

L’intervento legislativo vuole certo proteggere i migranti e i loro risparmi, ma principalmente favorire l’arrivo delle rimesse, così importanti per l’economia italiana in quel momento.

Lo stesso De Rosa nel saggio citato ricorda le stime frutto di un’accurata indagine fatta in quegli anni dalla Banca d’Italia (con la direzione di Bonaldo Stringher) da cui si ricava che le rimesse in quegli anni superavano di molto i 400 milioni annui, a cui vanno aggiunti i biglietti di Stato e di banca italiani che gli emigrati inviavano nelle lettere ai loro familiari in Italia, per un totale complessivo di più di 500 milioni annui. Di questi almeno 350 milioni affluivano nelle regioni meridionali, che erano le protagoniste dell’emigrazione in quel periodo.

Ma che uso veniva fatto dei soldi che arrivavano in Italia? Ercole Sori ha ricostruito una scala di utilizzo nel percorso di emancipazione che le famiglie tentavano grazie alle rimesse (molti restavano però ai primi livelli).

  1. Arrestare la caduta. Non si trattava di tentare miglioramenti ma di pagare i debiti bloccando la caduta sociale. I debiti da pagare potevano essere quelli nei confronti dei proprietari terrieri o quelli contratti per finanziare l’emigrazione, spesso rivolgendosi a veri e propri usurai. Solo dopo questo si poteva tentare di uscire dalla situazione di sottoconsumo alimentare.
  2. Consolidare lo status. Vuol dire pagare puntualmente le imposte e acquistare una casa.
  3. Innalzare lo status. Si tratta di ampliare e differenziare i consumi alimentari, acquistare bestiame, ingrandire la proprietà terriera.
  4. Patologie.  Depositi delle rimesse presso le casse postali, in conto corrente o buoni fruttiferi; acquisti di titoli di debito pubblico o deposito presso le banche locali.

L’ultimo punto è quello che rende evidente l’uso diretto che lo Stato può fare delle rimesse. L’acquisto di titoli di debito permetteva allo Stato di finanziarsi, mentre le casse postali attraverso la Cassa depositi e prestiti funzionavano da ente finanziatore delle amministrazioni locali per i loro investimenti.

Ancora alla metà degli anni Settanta del Novecento da un’indagine fatta in 15 comuni delle province di Enna e Caltanisetta risulta che il 70% delle famiglie ha bilanci familiari che accolgono rimesse (è evidente che ha contribuito anche l’emigrazione interna del secondo dopoguerra verso il triangolo industriale).

Chi ha provato ad analizzare più da vicino i comportamenti dei migranti e delle loro famiglie e l’uso che veniva fatto delle rimesse è Andreina De Clementi che ha preso in esame una piccola comunità, il paese irpino di Guardia Lombardi, caratterizzato da una povertà diffusa e legato alla piccolissima proprietà terriera. Molti abitanti vivono in condizioni vicine alla sussistenza. Spesso sono costretti a vendere i loro piccoli appezzamenti, spesso con una particolare tipologia contrattuale, la vendita con diritto di ricompra, molto praticata nel periodo tra il 1888 e il 1900. La scelta successiva è quella dell’emigrazione in America. Altri per partire ricorrono a prestiti ad interessi annui garantiti da ipoteca sull’abitazione.

È evidente che siamo in presenza di progetti migratori non definitivi, miranti ad un ritorno in condizioni economiche più favorevoli. La prima preoccupazione è quella di inviare a casa i soldi necessari a ricomprare la terra o restituire i prestiti e liberare l’abitazione dall’ipoteca.

La vendita con diritto di ricompra era una trdizione guardianese, ma il riscatto era normalmente difficile, mentre con le migrazioni tutto si semplifica.

Per esempio, Giuseppe Castellano che aveva venduto un vigneto e un pagliaio, permette alla moglie, con le sue rimesse, di ricomprare il tutto nel giro di un anno. Antonio Marciano, sempre attraverso la moglie, può riscattare dopo due anni, con uno di anticipo, un fondo rustico con una casa colonica.

Analizzando numerosi casi concreti, la De Clementi ritiene che «queste transazioni suggeriscono due ordini di conclusioni: una parte delle rimesse andava a scongiurare l’alienazione dei beni di famiglia presso estranei; le giovani generazioni mobili adottavano questa soluzione per soccorrere i parenti, specie i genitori, in difficoltà”.

I salari americani, attraverso le rimesse, finivano nel mercato della terra o in quello edilizio. Comprare terreni o case a distanza non era facile, di questa incombenza erano in genere incaricate le mogli restate in paese. Senza dubbio «la mobilitazione collettiva genera una massa spettacolare di liquidità che apre Guardia al mercato».

La conclusione che possiamo trarre è che in passato, così come attualmente, le rimesse degli emigrati sono una risorsa fondamentale per i Paesi più poveri, anche se nel caso dell’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento l’effetto sull’economia è stato più rilevante poichè veniva a collocarsi in un momento importante per l’economia del Paese, che si avviava verso la sua vera rivoluzione industriale.

Oggi le rimesse degli emigrati hanno un effetto prioritario (tuttaltro che irrilevante) nel fronteggiare la povertà di molte famiglie, ma possono anche essere un elemento chiave per ridurre i vincoli finanziari cui sono esposti milioni di individui nei paesi in via di sviluppo. Sarebbe senza dubbio utile uno sforzo delle istituzioni finanziarie volto a ridurre i costi di trasmissione del denaro e renderlo sicuro, proprio come aveva fatto il governo italiano nel 1901.

Adolfo Brizzi, direttore del  Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), in un intervento al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia del 2017, ha dichiarato che sarebbe importante garantire ai migranti l’accesso a mercati del trasferimento di contanti più competitivi e mettere a loro disposizione servizi finanziari che li aiutino a investire le loro risorse

Appare quindi chiaramente poco propizio l’intervento fatto nella finanziaria 2109 dal Governo italiano, che istituisce un balzello dell’1,5% sulla trasmissione di denaro all’estero, tassando cioè proprio quelle rimesse così utili e che secondo le organizzazioni internazionali andrebbero rese più competitive.

Concludendo, non si può non rilevare che i processi migratori sono oggi il modo migliore per aiutare i Paesi più poveri, anche in presenza di evidenti squilibri demografici, con i Paesi ricchi che presentano tassi di fecondità molto bassi e una crescente riduzione della popolazione attiva (da 15 anni fino a 65) in rapporto a quella inattiva (la restante parte della popolazione).

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