sabato, Maggio 30

Quella cordata africana a sostegno di USA – Israele Chiara presa di posizione a favore della decisione del Presidente Trump per fare affari e ottenere aiuti da Israele. In testa: Togo, Zambia, Camerun

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Le notizie di politica internazionale della scorsa settimana sono state all’insegna di Israele. Il 14 maggio ricorrevano, infatti, i 70 anni dalla fondazione dello Stato israeliano e si celebrava, lo stesso giorno, non senza forti tensioni, il trasferimento dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconosciuta dagli USA capitale di Israele.

Quando si parla di cerimonia, si parla inevitabilmente di rappresentanza e, secondo quanto riferito dal Ministero degli Esteri israeliano, hanno partecipato all’evento trentatré Stati, compresi gli Stati Uniti, degli 83 presenti con una loro Ambasciata in Israele.

Tra questi, dodici sono stati gli ambasciatori africani, rispettivamente, quelli di Angola, Camerun, Repubblica democratica del Congo, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Kenya, Sud Sudan, Tanzania, Etiopia, Nigeria, Zambia e Rwanda.

La presenza a una cerimonia simile dimostra una chiara presa di posizione a favore della decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e questo a cospetto dei numerosi Stati europei e musulmani che hanno, invece, esternato piena disapprovazione. Non tutta la popolazione di questi rispettivi Paesi ha tuttavia condiviso la scelta del loro Governo.

Facendo un passo indietro, all’Assemblea Generale Onu del dicembre scorso, 128 Paesi avevano votato a favore di una risoluzione che condannava il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della Città Santa come capitale di Israele. Si erano astenuti 35 Paesi, alcuni africani: Camerun, Rwanda, Malawi, Lesotho, Sud Sudan, Uganda, Benin e, all’ultimo minuto, il Mali. Contrario, invece, il Togo, l’unico Paese del continente nero ad avere apertamente sostenuto la mozione statunitense. Anche se assente dalla cerimonia ufficiale, la posizione del Togo è chiaramente a favore di Trump e soprattutto di Israele: ben due sono stati gli incontri nel 2017 tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente togolese Faure Gnassingbé.

Il giorno dopo l’annuncio del Presidente statunitense, il Governo del Sudafrica, storico alleato degli USA, presentava all’Esecutivo la richiesta di ridurre di grado la propria presenza diplomatica in Israele, da Ambasciata a semplice ufficio di collegamento’, pare solo per motivi di sicurezza. Il richiamo in patria, dopo la cerimonia, del proprio Ambasciatore è invece avvenuto per protestare contro l’uccisione di manifestanti palestinesi lungo il confine con Gaza. Il Sudafrica sembra mantenere una posizione contraria ma che non deluda troppo il suo alleato statunitense.

Il sostegno a Trump di alcuni Stati africani non può certamente essere ricondotto alla minaccia degli USA di tagliare gli aiuti ai Paesi che non appoggiano la sua decisione. Sostenere la causa americana significa sostenere quella israeliana, e viceversa. Più sicuro è, quindi, vedere in questo sostegno anche la volontà di consolidare legami con Israele. Da anni Tel Aviv sta costruendo rapporti nel continente africano, sotto forma di accordi commerciali e infrastrutturali, ma non solo.

Due astenuti all’Assemblea ONU di dicembre, Rwanda e Uganda, sono Paesi con cui Israele ha stretto accordi semi-segreti per la deportazione di rifugiati africani.
Nel 2013, era uscita la notizia di accordi siglati per inviare richiedenti asilo in ‘Paesi terzi’ dell’Africa, in cambio di fondi e assistenza nel campo della difesa e dell’agricoltura. L’anno successivo, il Governo israeliano aveva dichiarato di avere firmato accordi con due Paesi africani non indicati che avevano avanzata la richiesta di mantenere segreti i loro nomi. Sta di fatto che l’Agenzia ONU per i rifugiati ha riferito che sono almeno 4.000 dal 2013 i richiedenti asilo che hanno lasciato volontariamente Israele per l’Uganda e il Rwanda.
Non si conosce la contropartita, ma la posizione di questi due Paesi nei confronti di Israele dimostra che è abbastanza alta. E non è un caso se Israele ha annunciato, a novembre 2017, l’apertura di un’Ambasciata nella capitale ruandese di Kigali.

Lo Zambia, dal canto suo, ha dimostrato un certa apertura nei confronti di Israele da diversi anni e, nel dicembre scorso, aveva deciso di ospitare un summit tra Israele e membri dell’Unione Africana, inizialmente programmato in Togo. Polemiche erano già esplose alcuni mesi prima quando il Presidente Edgar Lungu era volato a Tel Aviv con alcuni Ministri e si era fatto fotografare mentre stringeva la mano al Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Lo Zambia è uno dei pochi stati dell’Unione africana ad avere un esperto militare e, dal 2015, un’Ambasciata in Israele.

Non è mancato alla cerimonia il Camerun che mai più che ora ha bisogno di ottenere un sostegno statunitense nel conflitto che contrappone il Governo, guidato dal Presidente Paul Biya, ai secessionisti che proclamano l’indipendenza dell’Ambazonia. Il Paese dell’Africa occidentale è, infatti, diviso in due: la regione francofona, la più estesa e al comando, e quella anglofona, un quinto della popolazione emarginato da politica ed economia del paese. Il Camerun è sull’orlo di una profonda crisi politica ed economica con l’aumento della repressione iniziata nel 2016.

Alcuni stati africani, tra cui la Nigeria, avevano interrotto i rapporti con lo stato di Israele nel 1973, in segno di protesta per l’occupazione del territorio del Sinai. Anche senza relazioni diplomatici, le compagnie israeliane avevano continuato ad espandersi economicamente in molti stati africani e negli anni ci sono stati segni di riavvicinamento tra i governi israeliano e nigeriano.

Non più tardi che a dicembre 2017, è stata siglata un’intesa tra Netanyahu e gli Stati Uniti per la partecipazione di Tel Aviv alla riduzione della dipendenza africana da risorse energetiche esterne. Una partnership da 7 miliardi di dollari per il piano quinquennale Power Africa Tracking Tool (PATT), lanciato dall’Amministrazione Obama. Pochi giorni dopo Netanyahu è volato in Kenya per partecipare all’insediamento del Presidente Uhuru Kenyatta, appena uscito da elezioni controverse.
Altri sono i progetti israeliani in Africa: il Governo di Tel Aviv sta lavorando in Kenya alla costruzione di un sistema di irrigazione, il Galana-Kulalu, che dovrà raggiungere un milione di acri di terra.

Israele è anche molto attivo sul continente africana nel settore della difesa: le esportazioni di armi sono in costante aumento, con un più 70% tra il 2015 e il 2016 anno in cui hanno raggiunto i 275 milioni di dollari con un’ulteriore crescita nel 2017.

Tra dati ufficiali, accordi più o meno segreti, è chiaro che molti Paesi africani si sono schierati a favore della cordata USA-Israele, non tanto per motivi politici, quanto per creare legami con questi Paesi e quindi ottenere eventuali aiuti. Dall’altra parte, poco importanza ha il tipo di Governo che è alla guida del Paese africano quando questo può offrire opportunità di espandere il proprio mercato.



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