sabato, Ottobre 24

Quel pomo della discordia tra Russia e Cina field_506ffbaa4a8d4

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Tutto aveva avuto inizio a metà del 2012, per colpa di tre obsoleti impianti di raffinazione d’epoca sovietica. Dopo anni di crescita esponenziale dell’export di petrolio, il Kazakhstan aveva dovuto ammettere la propria arretratezza infrastrutturale in fatto di lavorazione del greggio: le sue tre raffinerie non erano più in grado di garantire la soddisfazione della domanda e andavano ammodernate.

Non certo una novità per lo spazio ex URSS. Se non per il fatto che poco più di un miliardo di dollari per i lavori alla raffineria di Atyrau (la più vecchia e importante del Paese) fu fornito non dalla Russia ma dalla Cina, importatore di un quinto della produzione annua di petrolio kazako, che stipulava anche un accordo per importare per tre anni ulteriori cinquecentomila tonnellate di greggio, da esportare poi in Kazakhstan sotto forma di prodotti raffinati. Con buona pace della Rosneft, la compagnia energetica statale russa, che pure interessata all’affare voleva giocare al ribasso sul prezzo d’importazione del greggio, e in barba all’influenza che Mosca esercita sul governo di Astana dal collasso dell’Unione Sovietica.

Siamo nel versante orientale del ‘cortile russo’: qui, a differenza dell’Ucraina, non ci minoranze russofone da difendere, né ingerenze europee ed americane da fronteggiare. In compenso però, ci sono questioni economiche anche qua: riguardano Pechino, che certo per Mosca è un partner molto più strategico dell’UE, ma in ballo ci sono pur sempre dei soldi. Tanti. E la Storia insegna che quando ‘ballano’ i miliardi, le amicizie come i partenariati economici diventano un concetto molto relativo.

Per rendersi conto di come a queste latitudini le cose stiano cambiando, basta osservare le vecchie infrastrutture lasciate in eredità dall’Impero sovietico: gasdotti e reti viarie, oleodotti e linee ferroviarie, in origine progettati a servizio di Mosca e dei centri nevralgici dell’URSS, ora paiono aver cambiato verso e ‘guardare’ verso Sud-Est. Ovvero verso la Repubblica Popolare Cinese. Perché le imprese che stanno colonizzando le povere e semidesertiche steppe kazake confinanti parlano cinese.

Separati nel Novecento dalle divergenze ideologiche tra Mao e i dirigenti sovietici, nel XXI secolo Pechino e Astana sono di nuovo un tutt’uno, o comunque si avviano ad esserlo. Non è casuale che il presidente Xi Jinping abbia scelto proprio il Kazakhstan per annunciare la rinascita della Via della Seta attraverso l’iniziativa ‘One Belt, One Road’, l’ambizioso progetto di cooperazione euroasiatica attraverso cui la Cina sta avanzando la sua candidatura a potenza globale: i rapporti commerciali tra kazaki e cinesi sono vecchi di almeno due millenni, e la Via della Seta è stata per secoli l’asse portante delle loro relazioni, complice anche un confine condiviso lungo più di mille chilometri. Intorno a quelli che furono gli antichi passaggi dei mercanti la Cina sta investendo ed investirà centinaia di milioni di dollari per costruire nuove infrastrutture, un volano per creare nuovi mercati per la propria industria pesante, il cui eccesso di produzione negli scorsi mesi ha pesato come un macigno sul rallentamento dell’economia. Intanto Mosca sta alla finestra, in silenzio. Per ora. Isolata da Europa e Stati Uniti, in guerra in Siria e ai ferri corti con la Turchia, la Russia non può permettersi ora un focolaio di tensioni anche ad Oriente. Ma è chiaro che la presenza cinese alle porte di casa è accolta dal Cremlino con una smorfia di disappunto.

Le reazioni russe alle manovre di Pechino intorno alla nuova Via della Seta sono state un mix tra scetticismo, dettato dal fatto che le economie dei paesi centroasiatici sono evidentemente troppo arretrate per poter a breve assorbire il surplus industriale della Cina e rivitalizzarne il PIL, e timore che i cinesi vogliano approfittare delle attuali difficoltà economiche russe per portare sotto la propria sfera d’influenza non solo il Kazakhstan, ma anche altre ex repubbliche sovietiche come Kirghizistan e Tagikistan, quest’ ultimo candidato all’ingresso nella neonata Unione Economica Eurasiatica, l’area di libero scambio con cui Mosca punta ad allargare la propria sfera d’influenza all’Eurasia, e di cui Kazakhstan e Kirghizistan fanno già parte.

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