domenica, Giugno 16

Quel nuovo bacino petrolifero tra Niger e Algeria decisamente destabilizzante Il nuovo bacino petrolifero di Kafra affidato all’Algeria, nel Paese c’è già la compagnia cinese CNPC – China National Petroleum Corporation. La scelta del Niger rappresenta, per l’Occidente, un pericoloso precedente per altri Paesi vicini.

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Giovedì 15 novembre il Consiglio dei Ministri del Niger ha annunciato la scoperta di un importante bacino petrolifero a Kafra, una regione frontaliera all’Algeria. La scoperta è opera della ditta petrolifera algerina Sonatrach, che tra il dicembre 2017 e il febbraio 2018 ha realizzato vari sondaggi che hanno potuto confermare l’esistenza di questi nuovi giacimenti.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato un addendum all’accordo di partenariato con la Sonatrach, firmato nell’agosto 2015, per la divisione delle spese e profitti dell’estrazione dell’oro nero. Ora occorrono trivellazioni per permettere di calcolare esattamente le riserve del bacino ed eventuali giacimenti ad esso collegati ma non ancora scoperti. Al momento le stimano parlano di 90.000 barili giornalieri che permetteranno al Niger di raggiungere la produzione di 110.000 barili giorno.

Modesta ma sufficiente per risollevare il piccolo Stato dell’Africa Occidentale dalla povertà. Attualmente il Niger produce 20.000 barili giorno attraverso un accordo firmato con la multinazionale cinese CNPC – China National Petroleum Corporation, nel 2011, per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi scoperti nella regione del Agadem. Il Ministro degli Idrocarburi, Foumakoye Gado, ha annunciato che il prossimo dicembre si avvieranno i lavori di costruzione di un oleodotto verso il Camerun, attraversando il Ciad, per l’esportazione del greggio nigerino.

La scoperta di questo bacino è l’ennesima prova che tutto il Sahara contiene nel suo insieme giacimenti petroliferi stimati di maggior importanza di quelli attualmente presenti nel Medio Oriente. Il bacino petrolifero del Sahara, se associato a quelli dell’Africa Orientale e dell’Africa Settentrionale, permettono di far fronte ad un eventuale progressivo esaurimento dei giacimenti mediorientali, processo già iniziato in alcuni giacimenti sauditi, sfruttati da oltre 45 anni. Le riserve africane possono essere una importante fonte di benessere e sviluppo se la produzione petrolifera verrà saggiamente gestita, ma, allo stesso tempo, sono uno dei principali fattori che frenano l’industria mondiale a preparare il passaggio dall’economia fondata sugli idrocarburi a quello basata sulle fonti energetiche pulite. Fin che le multinazionali avranno giacimenti da sfruttare, l’utilizzo delle fonti energetiche pulite verrà rinviato.

Il passaggio dall’economia degli idrocarburi a quella delle fonti alternative di energia richiede forti investimenti pubblici per adattare tutto il sistema di distribuzione energetica e il sistema di locomozione. Basta pensare alle centinaia di milioni di veicoli con motore a scoppio circolanti sul pianeta che dovrebbero essere sostituiti con veicoli elettrici o dotati di motori ad acqua. Il passaggio tra le due economie porterebbe alla perdita dell’egemonia politica ed economica delle Sette Sorelle, un vero e proprio cartello che controlla gran parte dell’economia mondiale tramite l’approvvigionamento del petrolio e derivati, posto totalmente fuori dal controllo dei governi e causa principale di tutte le guerre legate al petrolio, dal Medio Oriente all’Africa.

La scoperta dei giacimenti africani ha creato un altro fattore di freno per il passaggio tra le due economie. I governi africani non intendono rinunciare allo sfruttamento di questa risorsa per avviare il processo di industrializzazione. Per loro le energie alternative rappresentano un’altra forma di dipendenza dall’Occidente, in quanto non in possesso delle necessarie tecnologie. Al contrario, l’oro nero è una forte moneta di scambio che permette a molti Paesi africani di avviare politiche nazionalistiche sullo sfruttamento, orientando la produzione verso il mercato continentale, diminuendo il grezzo esportato. L’Uganda è stata pioniere di questa politica.

Non è il caso del Niger, stato semi-islamico con forti carenze democratiche. Il regime di Mahamadou Issoufou, al potere dal 2011,  sta orientando la produzione petrolifera verso la classica economica coloniale di esportazione, senza prevedere, come nei Paesi più avanzati (Ghana, Uganda), la realizzazione di raffinerie per la trasformazione in carburante per l’economia domestica o regionale. Il Niger esporterà le sue modeste quantità di petrolio, comprando dalle multinazionali occidentali ed asiatiche carburante e derivati.

Anche sulla possibilità che i giacimenti nigerini possano contribuire al benessere della popolazione e allo sviluppo economico del Paese, gravano molti dubbi. Gli accordi sono opachi e la società civile è totalmente estromessa dal monitoraggio dei proventi e dell’impatto ambientale. L’assenza di comitati di controllo composti da comuni cittadini apre le porte ad ogni sorta di abuso finanziario e di corruzione.

Nel settore delle energie alternative, l’Africa ha iniziato dal 2014 a realizzare vari progetti per la produzione di energia solare, geotermica, eolica, in Rwanda, Kenya e altri Paesi. Ma il settore rimane secondario, rispetto alla dominante economia fondata sugli idrocarburi.

Il fattore Cina non è da sottovalutare. L’impero del Dragone Rosso si basa sull’industria pesante e sulla enorme quantità di valuta pregiata custodita presso la Banca Centrale che permette a Pechino la sua politica di espansione economica in chiave di stretta  competizione con l’Occidente. Una competizione indirizzata a spostare le zone di influenza dal nord al sud del mondo. Poco probabile che nei prossimi decenni il Partito Comunista Cinese decida di abbandonare l’economia degli idrocarburi investendo ingenti somme per il passaggio all’economia basata sulle fonti energetiche pulite. Economicamente il passaggio non è conveniente, ed avverrà solo quando l’ultimo pozzo petrolifero si sarà prosciugato.

Altre frontiere petrolifere all’orizzonte contribuiscono ad allontanare il passaggio tra le due economie. Una di queste frontiere è l’Artico, dove si conosce la presenza di ingenti giacimenti petroliferi ed è attualmente oggetto di una serrata contesa territoriale tra Russia e Stati Uniti. Tutti questi fattori contribuiscono ad allontanare il passaggio tra le due economie peggiorando la situazione del riscaldamento globale. Nuove potenze industriali, soprattutto in Africa, non vogliono nemmeno sentire discorsi di controllo dell’emissione di gas direttamente collegati all’effetto serra e, guarda caso, creati dall’economia degli idrocarburi. I nuovi parchi industriali e l’aumento esponenziale del parco veicoli nel continente andranno aumentare la percentuale di emissione di gas effetto serra contribuendo al riscaldamento globale del pianeta.

La scoperta del nuovo bacino in Niger è una potenziale fonte di destabilizzazione. Attualmente il regime si sta rivolgendo a multinazionali algerine e cinesi, escludendo quelle occidentali. Una scelta politica che potrebbe rivelarsi controproducente per la stabilità del Paese. Il bacino petrolifero del Sahara è fonte di contesa tra Stati Uniti ed Europa, in particolare la Francia. La competizione è iniziata nel 2011, ed è tesa a controllare questa immensa area africana. Il primo passo è stato eliminare la potenza regionale rappresentata dalla Libia del Colonello Gheddafi. Un Paese economicamente stabile e ricco rivolto ad una politica Pan-Africana. Come dimostrano le email di Hillary Clinton del 2 aprile 2011, recentemente intercettate, la ‘fintarivoluzione libica e il successivo intervento militare occidentale guidato dalla Francia sono stati motivati ad interrompere il processo avviato di indipendenza finanziaria ed economica della regione ricca di petrolio e gas.
«Il Governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate d’oro e una enorme quantità di argento. Questo oro è stato accumulato per essere utilizzato per la creazione di una moneta panafricana basata sul dinaro libico che possa essere una valida alternativa al Franco CFA dei Paesi africani francofoni» , recita l’email. I servizi segreti francesi avevano scoperto il piano finanziario prima della rivoluzione, influenzando la decisione del Presidente Nicolas Sarkozy di avviare un attacco contro la Libia. Le potenze occidentali, dinnanzi al rischio di perdere la strategica regione del Sahara, non hanno esitato un solo istante a trasformare un Paese economicamente avanzato in un inferno, dove decine di milizie si stanno scontrando, ponendo la Libia in una situazione di caos somalo che durerà per decenni.

Dopo la Libia è stato il turno del Mali, come monito a tutti i Paesi della regione: abbandonare ogni idea di sovranità e indipendenza economica finanziaria in quanto i giacimenti di idrocarburi sono vitali per le industrie occidentali. L’escalation della guerra civile nelle regioni anglofone del Camerun potrebbe avere origini da interferenze straniere tese a bloccare la politica nazionalistica timidamente avviata dal dittatore Paul Biya al potere da oltre 30 anni. Anche lo sviluppo di vari gruppi terroristici wabiti legati ad Al Qaeda, DAESH e Arabia Saudita sarebbero opera delle potenze occidentali per destabilizzare interi Paesi africani come la Nigeria.

L’attuale politica di contenimento dell’immigrazione clandestina sembra essere una scusa offerta all’opinione pubblica occidentale per giustificare l’impegno militare nella regione del Sahara. Questo spiegherebbe come mai le principali rotte del traffico umano diretto in Europa passano proprio nell’area controllata dai militari americani e francesi che non interferiscono in alcun modo. Rotte che passano attraverso il Niger, in direzione Libia, alternative alle rotte che passano dal Sudan.

La scelta del Niger di affidare l’estrazione petrolifera a compagnie algerine e cinesi di per se non creerebbe particolari frizioni in quanto questi giacimenti sono piccoli,  ma rappresenta un pericoloso precedente per altri Paesi vicini. Quindi non meravigliamoci se nel prossimo futuro in Niger comincerà la classica ‘rumba occidentale’ …

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