martedì, Luglio 14

Quel guaio di nome Burkina Faso: l’inadeguatezza del Governo alla crisi multidimensionale L’Amministrazione Kaboré non ha saputo decodificare la crisi di fondo e ha preferito sfoderare la sola forza militare, troppo scarsa

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A margine della prima Assemblea generale dell’Alleanza Sahel, tenutasi lo scorso 25 febbraio, a Nouakchott, in Mauritania, Janez Lenarcic, Commissario UE per la Gestione delle crisi, invisita in Burkina Faso, ha annunciato una donazione di 11,45 milioni di euro di aiuti umanitari per il 2020, motivata dal rapido deterioramento della crisi umanitaria e delle condizioni di sicurezza nel Paese. «Solo una risposta integrata garantirà la sicurezza delle popolazioni, soddisferà le loro esigenze e aspirazioni e ripristinerà la fiducia nei territori colpiti dalla crisi», ha dichiarato Lenarcic. Jutta Urpilainen, Commissario UE per i Partenariati internazionali, ha fatto riferimento alle cause profonde che minacciano la stabilità del Paese, la coesione sociale e lo sviluppo inclusivo.

Stabilità, coesione, sviluppo inclusivo: esattamente quanto non riesce garantire il Governo burkinabé. Le cause di questa profondissima crisi, che poi si traduce nella crisi umanitaria e di sicurezza che hanno potuto toccare con mano i vertici dell’Unione Europea in questi giorni, risiedono fondamentalmente nella crisi rurale che attanaglia il Paese oramai da anni, e nella proliferazione dei gruppi armati (jihadisti, banditi, movimenti di autodifesa).
Alla violenza jihadista, e a quella locale dei gruppi di autodifesa dei villaggi, e alla crisi di governance delle aree rurali, il Governo ha dato una risposta essenzialmente militare e il risultato è stato fallimentare.

Gran parte degli analisti individuano la causa di questo fallimento nell’impreparazione dell’apparato di potere di Roch Marc Christian Kaboré, che ha sostituito la gestione dell’ex Presidente Blaise Compaoré.
L’Amministrazione Kaboré non ha saputo decodificare la crisi di fondo, quella delle aree rurali, ma soprattutto ha sottovalutato la minacciajihadista, non comprendendone la natura endogena, il fatto che è più la conseguenza dei problemi del Paese che la causa, si è concentrata sulle presunte manovre delle ex élite al potere, accusandola di alimentare la crisi, e ha preferito sfoderare la sola forza militare. Una forza, però, troppo scarsa e con un supporto troppo limitato e concentrato nella difesa dei suoi interessi economici e geo-strategici piuttosto che sul raggiungimento della stabilità del Paese da parte delle truppe francesi. Per altro, le operazioni antiterrorismo hanno spesso generato abusi contro i civili e portato all’uccisione piuttosto che all’arresto di sospetti che hanno alimentato la rabbia della popolazione.

L’autorità dello Stato burkinabé è sottoposta a pressioni estreme, e molto discende dalla disintegrazione del sistema politico istituito da Compaoré (tra il 1987 e il 2014).
A seguito della rivolta popolare che ha mandato in esilio Compaoré, nel 2014, una parte della popolazione sta sfidando la legittimità delle élite del Paese e delle sue istituzioni. Sebbene sia percepito come un fenomeno essenzialmente urbano, questa insurrezione ha anche messo a nudo divisioni interne nel Burkina rurale, aiutando i gruppi jihadisti a prendere piede in queste aree.

La rivolta del 2014 rimane incompleta, secondo alcuni osservatori, tra questi quelli del prestigioso tink tank Crisis Group, che può contare su osservatori sul terreno e analisti esterni tra i più seri e liberi da coinvolgimenti. La rivolta ha posto fine al dominio di Compaoré, ma la classe politica e i suoi metodi di governo rimangono sostanzialmente invariati. La maggior parte dei funzionari governativi oggi al lavoro sono quellidell’Amministrazione Compaoré. La rivolta ha segnato il forte ripudio delle élite politiche in Burkina Faso e quelli attualmente al governo non sono riusciti a dissipare questa sfiducia di fondo.
Secondo Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), una ONG che raccoglie e analizza i dati sui conflitti armati, il Burkina Faso ha visto 442 proteste e scioperi da novembre 2015, rispetto a 244 tra il 2000 e il 2013.
Sebbene il Presidente Roch Marc Christian Kaboré sia stato eletto con il 53% dei voti alla fine del 2015, la sua credibilità è in declino. I cittadini sono sempre più frustrati dal Governo e dalle istituzioni.

L’insurrezione di ottobre 2014 aveva anche una componente generazionale, fa notare Crisis Group. I giovani che hanno guidato il movimento si identificano ancora come custodi dello ‘spirito dell’insurrezione’, non accettano più di essere esclusi dal processo decisionale e applicano una pressione incessante sulla classe dominante.

Il Governo spesso sceglie di ignorare che i problemi del Paese sono cresciuti in casa. Li interpreta alla luce della crisi politica scoppiata nel 2014, e spende più tempo ad accusare l’ex Presidente e l’ex partito al potere, il Congress for Democracy and Progress (CDP), accusando quest’ultimo di aver sabotato i suoi sforzi nel tentativo di tornare al potere, concentrandosi cosìsu una potenziale minaccia politica, invece di concentrare l’attenzione a quanto effettivamente accade nel Paese.

Finora le autorità burkinabè non sono state in grado di limitare la diffusione dei gruppi jihadisti, né di fermare la violenza nelle aree rurali. La scelta della via militare come privilegiata è stata un errore anche perché il primo malatoburkinabè è proprio la struttura militare. Le forze armate non sono preparate per la minaccia asimmetricache dovrebbero affrontare.

La mancanza di capacità umane e materiali delle forze di difesa e di sicurezza è il primo ostacolo alla lotta contro l’insurrezione. La rete di sicurezza è debole: le forze burkinabè sono completamente assenti dal 30 percento del territorio e distribuite in modo non uniforme su un altro terzo del territorio e, non bastasse, sono spaccate al loro interno.
Compaoré limitò l’Esercito e la Gendarmeria a ruoli secondari, limitando le loro attrezzature a beneficio del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP), una vera guardia pretoriana che passò sotto la presidenza. Questa tendenza è stata accentuata dopo gli ammutinamenti dell’Esercito e della Polizia nel 2011. Le armi pesanti e sofisticate sono state trasportate al quartier generale della RSP, gran parte dell’Esercito è stato privato di munizioni e addestramento dalla seconda metà del 2011. Gli ammutinati hanno segnalato una profonda divisione tra truppe e alti ufficiali tra accuse di corruzione e favoritismi.
L’insurrezione del 2014 e le sue conseguenze hanno aumentato la sfiducia tra politici e uomini in uniforme e indebolito ulteriormente l’apparato di sicurezza. Dopo la caduta di Compaoré e il colpo di Stato nel settembre 2015, il Governo ha sciolto la RSP, riducendo notevolmente le capacità militari del Paese. Con 1.300 uomini, questa unità rappresentava quasi il 10 percento dei militari; costituiva un organo d’élite, e soprattutto la base di un servizio di intelligence estremamente efficiente. L’Esercito burkinabe oggi soffre di un deficit sia di soldati esperti che di ufficiali in grado di occupare posizioni intermedie.
Ricostruire un’architettura di intelligence sulle macerie della RSP costituisce una grande sfida per il nuovo Governo. La National Intelligence Agency (ANR), creata nel 2015, deve affrontare numerosi ostacoli. Si scontra con le rivalità tra i servizi e gli antagonismi che si oppongono da tempo alla Polizia e alla Gendarmeria. Il Paese soffre quindi di un problema di raccolta di informazioni da parte di un dispositivo in ricostruzione e privo di mezzi moderni. A livello umano, la ricostruzione di una rete completa di informatori affidabili richiederà anni. In termini di analisi, una giovane generazione di specialisti dovrà essere addestrata in un nuovo tipo di minaccia.
La transizione dal 2014 al 2015 ha suscitato rivalità tra gendarmi e soldati -spesso scoraggiati dall’essere costretti per mancanza di ogni tipo di ‘mezzo’ a una posizione solo difensiva- che persistono ancora oggi, così come i rischi effettivi di un sempre incombente colpo di Stato.

Il 7 novembre 2019, il Presidente Kaboré ha chiesto la mobilitazione divolontari per la difesa di Fasoper combattere i terroristi. Ciòsembra una vera e propria ammissione dell’incapacità delle forze di difesa e sicurezza di garantire la sicurezza del Paese, oltre avere in sé una serie non trascurabile di rischi..

Di fronte a una crisi multidimensionale, allo stesso tempo sicurezza, sociale e politica, che minaccia la stabilità e la coesione di tutta la Nazione, all’evidenza che la risposta essenzialmente militare risulta inefficace e la minaccia si sta diffondendo, alcuni alti funzionari statali stanno prendendo in considerazione un cambio di strategia.
Sebbene essenziale, l’uso della forza non può essere l’unica risposta alla crisi che sta affrontando il Paese. La
risposta alla sicurezza sarebbe molto più efficace se ispirata ad un approccio completo e integrato, compresi gli sforzi di prevenzione,mitigazione e stabilizzazione. L’uso della forza dovrebbe, sostiene Crisis Group, lasciare spazio alla mediazione quando i conflitti sono principalmente dettati dai problemi comunitari quali quelli della proprietà e gestione della terra.

In questo contesto una questione che si dovrebbe porre lo Stato è quella del dialogo con i gruppi jihadisti. Le autorità dovrebbero, afferma Crisis Group, dopo le elezioni previste per il 2020, esaminare l’opportunità di tale dialogo, come già avviene in Mali e Niger.
Molti ‘jihadisti’ del Burkinabè sono, in realtà,
ben poco terroristi, piuttosto contadini, pastori, addirittura banditi, che hanno scelto la via della violenza come protesta contro una quotidianità insostenibile, necessità che lo Stato, se tale,potrebbe e dovrebbe soddisfare.

Il Burkina Faso, insomma, deve ridurre i fattori strutturali che alimentano le varie forme di violenza. E qui si pone la questione rurale.
Il dossier prioritario è quello della terra, che svolge un ruolo particolare nell’esacerbazione delle tensioni tra le comunità. I conflitti sull’uso e la proprietà della terra portano a conflitti tracomunità non native e native, ognuna delle quali difende ciò che considera essere un suo diritto. LoStato dovrebbe agire come un mediatorelegittimo e arbitrare pacificamente le controversie. Altresì il Governo dovrebbe limitare la speculazione fondiaria e i conflitti che la circondano, avviare una riflessione sulla governance delle aree protette, la cui creazione ha generato frustrazione nella regione orientale,gestire i rapporti dei territori con le popolazioni nomadi, dimostrando loro che li considera cittadini a pieno titolo, a partire dall’istruzione fino al rafforzamento del senso di appartenenza di queste popolazioni attraverso la distribuzione di documenti di identità, come ha fatto dall’inizio del 2019, e agire per correggere gli squilibri di rappresentanza delle etnie, a partire dagli ambiti di gestione del potere locale.

Una politica di sicurezza nazionale, dunque, così come si è visto, non più incentrata esclusivamente sulla protezione dello Stato, per tanto sulla soluzione militare, ma su quella delle persone, impone di porre la prevenzione dei conflitti e la riduzione delle vulnerabilità che alimentano la violenza al centro. Al momento il Governo non pare in grado di mettere mano alla realizzazione di una simile impresa.
Crisis Group, proiettandosi nel dopo voto, suggerisce la creazione di un’istituzione responsabile del coordinamento e dell’attuazione dell’azione civile del Governo nella gestione delle crisi violente. E in questa cornice, il sostegno dei partner del Burkina Faso è considerato essenziale, così come il rafforzamento della presenza delle Nazioni Unite, in questo processo in cui le autorità devono affrontare una tripla sfida: continuare gli sforzi militari ma limitandone il peso specifico e la violenza contro i civili; riguadagnare la fiducia delle comunità e ridistribuire lo Stato nelle aree rurali; e adattare le risposte alle sfide locali combinando misure di prevenzione, gestione delle crisi e stabilizzazione, il tutto conciliando i tempi degli interventi e trovando il giusto equilibrio delle varie componenti dell’azione.

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