giovedì, Luglio 18

Quel che dello spazio il Consiglio UE non sa Il Consiglio UE chiede una strategia nello spazio, ma l’Europa dell’Esa non è più sufficiente per il progetto che da anni si sta impossessando dei più importanti laboratori mondiali e delle maggiori industrie produttive dell’intero pianeta

0

A Bruxelles, ieri, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato le conclusioni sul futuro della politica spaziale del nostro continente, riconoscendo il ruolo dello spazio sia come catalizzatore dei benefici sociali ed economici che per la sua importanza nel forgiare una serie di politiche settoriali.

Allora, prima di entrare in argomento, concediamoci alcune delle nostre consuete riflessioni.
Andiamo indietro di 74 anni.

I B52 alleati continuavano a martellare il suolo europeo e i V-2 tedeschi avevano finito da poco il loro orribile compito di distruggere persone e cose in Gran Bretagna e i territori crudelmente occupati, eppure, già allora, lungo tutto il filo delle tragedie che buttavano alle ortiche con furia omicida i millenni di civiltà trascorsi, c’erano già nel Vecchio Continente delle menti eccelse che pensavano a come utilizzare quelle macchine di morte per costruire una nuova entità politica. Nell’Europa delle infinite diversità, degli scienziati immaginavano una terra comune in cui cooperare e condividere i saperi e le tecnologie disponibili.

A distanza di tanti anni non è andata proprio come l’indimenticato Edoardo Amaldi si proponeva con il suo omologo francese Pierre Auger ne ‘Introduzione alla discussione sulla ricerca spaziale in Europa, scritto nel 1959, ma l’idea di mettere a fattor comune tutto quanto avrebbe potuto essere capacità spaziale alla fine si è coronata, nel 1975, con l’inaugurazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che, tra i meriti, ha sicuramente avuto quello di far incontrare gli scienziati le cui conoscenze appena un trentennio prima erano state concepite per annientarsi a vicenda invece di varare grandi programmi. Programmi che poi hanno fatto grande l’Europa.

Oggi, i risultati elettorali, tutti colorati di un cupo nazionalismo, farebbero pensare che molta fatica è stata spesa invano. Da inguaribili sentimentali, siamo certi del contrario, e riteniamo che un giorno –ma chi sa quando- la barra di comando porterà l’Unione a un maggior raziocinio e a una più elementare convivenza politica, visto che quella sociale già è avviata da un pezzo, nonostante gli starnazzi da cortile ancora invocano differenze di religione e di latitudini geografiche.

L’Europa dell’Esa, però, non è più sufficiente per il progetto che da anni si sta impossessando dei più importanti laboratori mondiali e delle maggiori industrie produttive dell’intero pianeta.
L’Unione europea ha, così, un suo piano spaziale, liberando finanziamenti per una quindicina di miliardi di euro. concentrati essenzialmente sulla costellazione per il geo posizionamento Galileo, la più avanzata esistente e il programma Copernicus, anch’esso fra i più importanti sistemi per l’osservazione della Terra, anche se non manca una parte marginale che interesserà progetti fortemente innovativi. Il denaro è diluito fino al 2027, per cui non spaventi un’entità che per il privato cittadino può apparire stratosferica, ma che alla fine è fortemente contenuta nei canoni internazionali. Se speso bene.

Perché così potrebbe diventare un importante moltiplicatore di risorse.

Secondo un recente rapporto di Morgan Stanley, il 2019 sarà l’anno della space economy con un tasso di crescita annuo del fatturato a livello mondiale di circa il 7%. L’economia dello spazio –lo ricordiamo- è quell’insieme di attività economiche e di sfruttamento di risorse strettamente collegate all’esplorazione, alla ricerca, alla gestione e all’utilizzo dello spazio cosmico e coinvolge attori sia pubblici che privati.
Ora, è superfluo dire che lo sfruttamento delle opportunità spaziali sia una voce ormai matura, appannaggio delle sole grandi potenze a causa degli elevati costi; perché con l’ingresso di sempre più attori che hanno abbassato la spesa, si è modificata la connotazione generale dell’intero contesto, spostando l’attenzione a un modello economico basato sui servizi (downstream), utilizzando nuove generazioni di infrastrutture satellitari nei mercati di massa.

Come abbiamo anticipato in apertura, l’Unione europea sta consolidando la sua posizione e, infatti, il Consiglio -per l’Italia era presente il Ministro plenipotenziario Michele Quaroni  -già consigliere diplomatico del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoanha invitato a un maggiore coordinamento tra l’UE, l’Agenzia spaziale europea e gli Stati membri nell’affrontare le sfide poste dalla trasformazione del settore spaziale, riflettendo (era ora!) che le tecnologie spaziali sono abilitanti. Ovvero: un loro uso differenziato può generare ricchezza.
È confortante sentirlo dire con tanta enfasi, dal momento che a breve si produrranno viaggi sulla Luna e su Marte ma, ancor meglio, su asteroidi vicini per carpirne i segreti e soprattutto per studiare il modo di recuperare materiali utilizzabili sulla Terra (new space-faring). Se non temessimo di enunciare una battuta fin troppo scontata, si sta comprendendo che l’estrazione diminiere a cielo apertopuò essere molto remunerativa. E poiché l’Europa, così divisa da interessi commerciali e da prodotti che servono più alle aziende che ai cittadini, è ancora lontana da applicazioni concrete, e spende i suoi soldi più per dei sistemi di accesso allo spazio, molto costosi rispetto ai lanciatori che recuperano gli stadi, utilizzati dagli imprenditori americani di ultima leva, ci sembra un passaggio significativo rivendicare la massima autonomia di lancio, ma più ancora identificare dei mezzi economici che facciano tesoro di quanto posto sul banco dai contribuenti.

Insomma, il documento del Consiglio ci appare molto ripetitivo rispetto ai draft lanciati dall’Esa nei mesi precedenti, ma con intenzioni più vincolanti a tutti gli Stati membri e preparatorie a quella riunione ministeriale che si svolgerà a fine d’anno in Spagna, in cui c’è il rischio concreto che le Nazioni più forti, sia politicamente che economicamente, ben dotate di delegati adeguatamente preparati, possano escogitare dei metodi di approccio che penalizzeranno i più deboli.

Nel documento, si fa un accenno significativo a una strategia spaziale, già promulgata ufficialmente nel 2017, in cui si comprende che lo spazio gioca un ruolo essenziale per l’autonomia dell’Europa, così come lo sforzo della diplomazia deve tendere a costruire un’identità comune per le prossime generazioni. Niente da obiettare, dopo tutto. Sono anni che questi concetti andrebbero metabolizzati, superando ogni egoismo di frontiera, se è vero che oltre le sfide economiche, occorre un monitoraggio dell’ecosistema per il benessere del territorio e dei suoi cittadini.

Sotto queste angolazioni vi sono molte opportunità da sfruttare, non ultimo anche un modello di turismo a ‘gravità zero’, termine non del tutto esatto, ma adeguato a far comprendere che un bel giro senza peso potrebbe essere appetibile a una fascia alta di popolazione.

Ma poi ci sono molti aspetti che andrebbero sottolineati, come abbiamo ricordato appena due giorni fa sulle righe de ‘L’Indro’: mentre in Europa ancora dibattiamo su tanti temi nobili, quanto aulici, in America si sta preparando un’invasione dello spazio che potrebbe costituire a breve un vero e proprio monopolio di alcuni servizi che noi oggi riteniamo vitali, ma che lo saranno concretamente se esportati a tutta la fascia globale: parliamo di internet, parliamo di commercio elettronico e, soprattutto, di una gran massa di veicoli orbitanti, diverse migliaia, che saranno lanciati per attività commerciali di singoli imprenditori.

È questo che l’Europa, e i suoi sapienti membri che siedono sugli scranni più prestigiosi, dovrebbero tenere in conto mentre legiferano e deliberano di concetti che nascono obsoleti e non aiutano in nessun modo l’economia dei cittadini.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore