venerdì, Settembre 18

Quel che ci dice il ‘caso Genova’ La burocrazia ha funzionato, e alla svelta. E allora: perché non provare a premiare con soldi veri chi fa bene, e punire, sempre con soldi veri, chi fa male?

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Ieri alle 22 è stato aperto al traffico il Ponte Genova San Giorgio.
Nel bel discorso di Renzo Piano all’inaugurazione del 3 agosto, si concentra, credo, tutto quel poco (pochissimo) di buono e dialtoche rimane in Italia.
Ha parlato di riconoscenza, ma anche di
spirito di cooperazione, di collaborazione anche, diciamo pure specialmente, tra gli operai, non solo tra i ‘dirigenti’. Forse anche, come dice Piano, ‘amore’. E lì non saprei, è molto soggettivo, ma a me le cose eccessive non piacciono. Chi ha lavorato a quel ponte, non ha solo dato ‘solidarietà’, come dice Piano, ma ha dato una cosa rara, rarissima in questo Paese: professionalità. E quindi l’amore non c’entra: non dovrebbe mai entrarci, mai, mai!

Colpisce, però, che una simile rara concentrazione di valori positivi si sia manifestata rispetto ad una sola situazione specifica, che era sotto gli occhi di tutti. E, credo, è giusto domandarsi come mai una cosa simile non si manifesti sempre o almeno quasi sempre in questo Paese.
In questo caso, addirittura,
la stessa burocrazia ha collaborato e, la prudenza è d’obbligo, «tutto è stato fatto nel rispetto delle regole, di tutte le regole». Queste, più o meno, le parole del capo dell’azienda che ha realizzato il tutto.
Se è così, e ora come ora dubitarne è difficile ma anche essere prudenti è d’obbligo, ilcaso Genova’, come molti lo chiamano, va davvero studiato con attenzione per capire come mai si sia potuto realizzare quel risultato in così relativamente poco tempo.
Non so se si sia davvero fatto nel caso di Genova tutto ciò che si deve fare normalmente per ogni altra opera in Italia, ma
se questa è la verità allora vuol dire che si può fare lo stesso anche in altri casi, alle sole determinanti condizioni che vi siano i soldi, tutti pronti e subito; che vi siano tecnici capaci per i progetti, tutti pronti e subito e magari anche onesti; che la burocrazia collabori non per solidarietà, sarebbe un errore grave, ma per verospirito di servizio’, che non ha nulla a che fare con sacrifici e straordinari, ma semplicemente (si fa per dire) con la volontà di fare tutti lealmente e bene il proprio lavoro e il proprio dovere.

Dunque è possibile. Ma se non si può immaginare che la burocrazia (e non solo) in Italia funzioni bene solo quando scatta la ‘solidarietà’ (che brutta parola, ambigua) che lascia intendere sacrificio, sforzo oltre il normale e quant’altro, perfino generosità (e sarebbe anche peggio), bisogna che si trovi il modo di fare la cosa più semplice e assieme più difficile: creare spirito di collaborazione professionale tra gli amministratori e cioè anche l’orgoglio di fare bene il proprio lavoro, che può sembrare retorico, ma non è così.
Non è facile. Innanzitutto, perché lo stato di arretratezza di insufficienza di mezzi e di competenze dei nostri burocrati è in genere clamorosa, ma anche perché è proprio quello spirito di servizio quello che manca in questo Paese, quello che io ho definito un po’ pomposamente l’orgoglio di fare bene il proprio lavoro.

Ma, parliamoci chiaro, la voglia di fare bene bisogna in certi casi suscitarla nelle persone, non tanto eliminando procedure e rischi di incriminazione (come l’assurdità della ‘eliminazione’ dell’abuso di ufficio), quanto chiedendo ai burocrati di fare sì di più e meglio il proprio lavoro, ma anche in cambio di incentivi veri e reali: insomma di soldi! Sì, perché, cosa c’è di scandaloso se viene premiato uno che fa bene il proprio lavoro e che sa comprendere quanto anche i suoi tempi e i suoi pochi errori possono contribuire al bene comune e quindi anche al proprio? Non sto dicendo di aumentare indiscriminatamente lo stipendio ai burocrati, ma di farlo caso per caso, progetto per progetto, sia in bene, cioè con aumenti o premi o quel che sia, sia in male, cioè con punizioni in caso di errori gravi e ritardi ingiustificati e la restituzione maggiorata dell’eventuale premio.
Insomma, limitarsi a girare intorno ai problemi immaginando ‘semplificazioni’ ancora più complicate delle situazioni normali, e per di più scritte in sanscrito non serve a molto. Anche la (presunta) abolizione del reato di abuso di ufficio, salvo casi estremi … appunto, quali?, anche quell’abolizione non serve a nulla: il solo fatto di abolire in certi casi, significa che c’è. Non è meglio fare in modo che ciascuno si assuma i propri doveri, nella coscienza di avere fatto bene e di essere sostenuto dai colleghi? Anche qui, cioè, il tema è quello della professionalità … e delle garanzie: se un magistrato che sbaglia ha una certa copertura dal sistema proprio per ridurre il rischio che agisca solo per evitare rischi, qualcosa del genere non credo che sarebbe scandaloso se fosse fatto, ma seriamente e con competenza, per la burocrazia.

È solo un’idea, lo so bene, tutta da valutare, ma il tema è centrale e decisivo. Se è vero che nel caso di Genova tutte le regole sono state rispettate, solo molto più in fretta del normale, è lì che si deve agire: sveltire non semplificare, collaborare non solidarizzare: ripeto ancora, fare professionalmente il proprio lavoro, dove professionalmente significa bene e con competenza.

Certo, poi l’esempio, è una bella cosa. E qui di esempi in questo Paese abbiamo solo il problema di sceglierli perché, a onore del vero, da scegliere non ce ne è nessuno, o quasi.
Il Procuratore di Genova, ieri, parlava di mancati controlli molto gravi e di inizio delle procedure processuali verso Ottobre: male, malissimo. I magistrati agiscono non parlano; dopo due anni abbondanti si potrà bene iniziare un processo per 43 morti e non sorridere sul fatto che la prescrizione è di 15 anni, due sono già passati!
Ma poi, se penso alle scene disgustose delle inaugurazioni fatte da Salvini, con Toti e il sindaco di Genova, posso ben capire quanto poco entusiasmo possa esservi in chiunque debba fare qualcosa per o con questi politicanti, e questo, purtroppo, è un altro tema importante e devastante. Avrei voluto vedere su quel palco, insieme a Renzo Piano, a Sergip Mattarella e a Giuseppe Conte – pochette, un, almeno uno, un rappresentante di quella burocrazia stavolta efficiente, ma assente lì. Forse ho visto male, ma di burocrati non ne ho visti; di politicanti a bizzeffe, di affaristi anche di quelli che hanno permesso amministrativamente tutto ciò nessuno. Se mi sbaglio mi scuso, ma se non mi sbaglio accuso: vergogna, non è così che si gioca lealmente.

E non posso tacere di quel Giuliano Felluga, che in un ‘italiano’ da ultimo banco ripetente di seconda elementare, scrive a proposito dei migranti da cacciare subito: «Non preoccupatevi stiamo organizzando i squadroni della morte e in giro di due giorni riportiamo la Normalità. Se non sapete informatevi e poi parlate in prima persona o tacete che. Che ha Grado sono persone che metterebbero firma per avere la roba da mangiare che loro buttano via … Quattro taniche di benzina e si accende il forno crematorio, così non rompono più». Inutile dire che il gentiluomo (responsabile della protezione civile!!!) ha ritrattato e cancellato il ‘post’, sostituendolo con «Chiedo scusa per quello che ho scritto, chi mi conosce sa già che non lo penso. E’ stato uno sfogo rilasciato senza pensare» … e se pensava? Questi sono esempi devastanti.

Semplificare, indurre i burocrati a lavorare, dunque. E poi, uno apre il giornale e scopre che con un trucco da gioco delle tre carte, il signor pochette infila in un decreto relativo al Covid.19 nientemeno che la conferma dei vertici dei servizi segreti: una delle cose più delicate in uno Stato civile, che dovrebbe essere fatta con una trasparenza da fare invidia e invece … un colpo e via. Nei giorni in cui si ricordano le stragi di Bologna e dell’Itavia: vergogna.

Così come, lascia molte perplessità l’insistenza del Governo sul divieto di licenziamenti. Sia chiaro, è una misura sacrosanta, nella misura in cui serva a garantire ad aziende che abbiano subito danni gravi la possibilità di non licenziare grazie all’aiuto dello Stato e quindi la possibilità di rilanciarsi velocemente e bene … il che sta accadendo, pare. Ma se, come anche pare, a molte aziende è stato dato quell’incentivo nonostante non ne avessero bisogno, o addirittura avessero incrementato gli affari, proprio col virus, davvero cadono le braccia e viene voglia di riallacciarmi al discorso di prima: se avessimo una burocrazia funzionante, competente, efficiente e sicura di sé e sicura di ricevere la gratitudine del potere e dei cittadini quando fa bene e magari la condanna quando fa male, probabilmente una cosa del genere avrebbe potuto impedirla, per l’orgoglio di fare bene il proprio lavoro.

Se poi fosse vero, come suggerisce oggi Tito Boeri, che ci si prepara a prolungare quel divieto (in molti casi già più dannoso che altro) per il prossimo anno, davvero ci si dovrebbe chiedere se qui non si sta scherzando col fuoco, e se, per caso, non sia vero quanto ho scritto spesso nelle scorse settimane (del resto lo dice anche Ricolfi, che è uno che conta), e cioè che il Governo abbia deciso (e gli stellini ne sarebbero felici, mentre il comico passerebbe da un orgasmo all’altro senza soluzione di continuità) in sostanza di trasformare, con i soldi europei, l’Italia in un Paese di mantenuti, cedendo così, e anche in fretta, la gran parte del tessuto produttivo italiano al migliore offerente. A pensare male, diceva un tale che se ne intendeva, si fa forse peccato, ma spesso la si azzecca e io, che a pensare male sono professionalmente abituato, lo sto dicendo da settimane, sperando di avere torto.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.