martedì, Luglio 23

Quei samaritani sfiorati dal Giro d’ Italia Sono quasi 800, vivono fra Israele e Palestina, depositari di una cultura millenaria.

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Per la prima volta nella storia, il Giro d’Italia vedrà il suo inizio in Israele. La parte israeliana grande competizione ciclistica è composta di tre tappe: la prima è interna alla città di Gerusalemme ed è rinominata la ‘Tappa Bartali’, in onore di Gino Bartali, che, per la sua attività a difesa degli ebrei negli anni dell’Olocausto, è stato nominato ‘Giusto delle Nazioni’ dal popolo di Israele. La seconda tappa prevede la partenza da Haifa, per giungere a Tel Aviv, la capitale riconosciuta dalla maggior parte degli Stati, mentre la terza e ultima si disloca fra le strade che uniscono Be’er Sheva e Eilat, la città più a sud mai raggiunta dal Giro d’Italia. Fra il pubblico della gara troveremo gli appassionati israeliani di ciclismo, appartenenti a una delle tante confessioni o sette religiose del complessissimo mosaico culturale di quelle terre. E, all’arrivo della seconda tappa, a Tel Aviv, sparso fra il pubblico, sarà possibile trovare anche qualche samaritano, appartenente a quella comunità che risiede ad Holon, un sobborgo della capitale.

Siamo abituati a sentir parlare di loro in occasione della famosa parabola evangelica del ‘Buon Samaritano’ ma, oltre a questo, sappiamo ben poco. Tuttavia: chi sono i samaritani? Sono una piccolissima comunità israelita, composta oggi da circa 800 persone, che abitano fra Giordania e Israele. Il nome deriva da un’antica parola che significa ‘custodi’, da cui deriva la Samaria, la zona presso cui vivevano. Si ritengono infatti gli unici, ultimi e veri depositari della tradizione ebraica e, per secoli, sono stati in contrapposizione con gli ebrei: la famosa parabola stava a indicare come anche un samaritano – fuor di metafora, un rivale – potesse essere una buona persona. La tradizionale differenza fra ebrei e samaritani viene fatta risalire a tempi antichissimi: durante le deportazioni in Terra di Babilonia a danno delle popolazioni israelitiche, i samaritani sarebbero rimasti nei loro luoghi originari e le loro conoscenze non sarebbero state influenzate dal dominio babilonese. La versione samaritana sarebbe, secondo la loro versione, quella più vicina e più fedele all’originale. Da parte ebraica, invece, i samaritani, che si erano mischiati con le popolazioni pagane giunte in Israele in sostituzione dei deportati, non avrebbero mantenuto la propria purezza israelitica, sancendo così la divisione anche razziale fra le due popolazioni. Queste differenze si rivelano anche sotto altri punti di vista: da un punto di vista religioso, i testi sacri samaritani differiscono in molti passaggi da quelli ebraici, seppur di poco, e il loro luogo sacro per eccellenza è il Monte Gerizim e non il Monte Sion, nucleo originale della città di Gerusalemme (dove gli ebrei costruirono il Tempio al ritorno dall’esilio babilonese). I samaritani posseggono inoltre un proprio calendario e un proprio sistema di scrittura, diverso da quello ebraico.

La comunità samaritana, oggi ridotta a poche centinaia di persone, è dovuta passare, nella sua lunga storia, attraverso una serie di dominazioni che ne ha messo a repentaglio la sopravvivenza: in varie occasioni sono stati perseguitati e, in caso di mancata conversione al cristianesimo o all’islam, venivano brutalmente uccisi. L’esiguo numero rimasto dovette fronteggiare un problema derivante dalle proprie convinzioni culturali e religiose: il mantenimento della purezza razziale proibiva il mescolarsi con genti di altre etnie e, in questo modo, si favoriva il matrimonio fra consanguinei, con un aumento vertiginoso di casi di disabilità e malformazioni fisiche all’interno della comunità e conseguente ulteriore diminuzione del numero di samaritani. A inizio Novecento erano rimasti in pochissime centinaia e solo l’apertura ai matrimoni con membri di altre etnie – previa conversione alla religione e alle usanze tradizionali samaritane – è riuscita a porre un freno a questa emorragia e a dare nuova linfa. Oggi i samaritani svolgono tradizionalmente il mestiere di mercante, o, come in passato, vivono mostrando ai curiosi i reperti della loro millenaria tradizione culturale (e che in passato, per sopravvivere, vendevano a facoltosi collezionisti di antichità) mentre le nuove generazione, integrate negli Stati di appartenenza, svolgono perlopiù la vita di tutti i giovani loro coetanei.

La particolare dislocazione della comunità oggi, equamente divisa fra Israele da un lato e  Giordania e Palestina dall’altro, fa sì che, per sopravvivere, i samaritani debbano essere in grado di avere a che fare con entrambe le culture, l’ebraica e l’islamica. Lontani dalle differenziazioni culturali e religiosi risalenti a millenni fa, i samaritani d’Israele sono integrati all’interno dello Stato: pur essendo riconosciuti e tutelati in quanto minoranza, come tutti i cittadini sono obbligati a prestare servizio militare, hanno nomi ebraici e parlano la lingua del posto. I samaritani di cittadinanza palestinese e giordana parlano arabo, hanno nomi arabi e sono esentati dal servizio militare. Le loro liturgie sono celebrate in lingua ebraica, aramaica e araba, riportate, nello scritto, con l’alfabeto samaritano, collante delle diverse culture che convergono nella millenaria tradizione samaritana. E proprio questo loro ‘stare a metà’ fra le due culture da decenni contrapposte, questo loro essere israeliani e palestinesi, di lingua ebraica e araba, ma comunque uniti da una comune radice che li compatta e li rende comunità unica, può rendere questa piccola e antichissima comunità un ponte fra i due mondi che da anni si contendono un posto in quella martoriata terra. La ridotta dimensione della comunità samaritana non è percepita come un pericolo da israeliani e palestinesi, ai quali basta essere tutelati nella propria diversità, ma può costituire un utile strumento di avvicinamento fra i due popoli.

Certo, non basteranno poco meno di ottocento samaritani a risolvere l’infinita questione israelo-palestinese. A parte l’esiguità della loro comunità, i samaritani non hanno i mezzi per interrompere il conflitto, né è un compito che spetta a loro. Benché siano ormai pressoché integrati nei rispettivi Stati, sono talvolta ancora visti con diffidenza: c’è chi, fra gli israeliani, li considera come arabi, vista la comunità samaritana in Palestina e Giordania, e chi, fra i palestinesi, li considera ebrei, vista la vicinanza fra le due culture e le due religioni, che permettono a tutti i samaritani di ottenere la cittadinanza israeliana (molti fra i samaritani di Palestina e Giordania hanno la doppia nazionalità). Tuttavia, la piccola comunità samaritana è la dimostrazione di come sia possibile, in una terra devastata da guerre e conflitti continui, la convivenza fra i popoli, nel rispetto delle proprie particolarità.

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