sabato, Dicembre 7

Quei due Presidenti autoproclamati e i dossier del ‘New York Times’ che c’entrano? Dall’Asia all’America Latina le proteste infiammano due continenti. Il ‘New York Times’ pubblica due esclusive che certamente creano mal di pancia a Teheran e Pechino

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Dall’Asia all’America Latina le proteste infiammano due continenti. Il ‘New York Times’ pubblica due esclusive che certamente creano mal di pancia a Teheran e PechinoFatti che potrebbero sembrare non avere un collegamento. Potrebbero, ma sono contemporanei e all’analista fanno riflettere.

In Bolivia le proteste contro l’autoproclata Presidente ad interim Jeanine Anez proseguono, e crescono i morti in strada –23 forse 24 morti in pochi giorni e oltre 700 feriti-, la Presidente ha firmato un decreto che esonera le forze armate del Paese dalla responsabilità penale se partecipano ad operazioni di ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica e ha espulso tutto il personale diplomatico venezuelano dal Paese rompendo i rapporti diplomatici con Caracase l‘ex Presidente Evo Morales denuncia ‘crimini contro l’umanità’ commessi durante la ‘repressione’ militare nel suo Paese firmata da Anez.
I
n Venezuela, l’altro autoproclamato Presidente, Juan Guaido, dopo mesi in cui è sembrato aver deciso per una sorta di ‘ritirata’, è tornato a muovere la piazza. Sabato, migliaia di suoi sostenitori sono scesi in strada a Caracas per chiedere le dimissioni del Presidente Nicolas Maduro, nello stesso momento in cui il capo dello Stato teneva un comizio in un’altra parte della città. I manifestanti dell’opposizione proGuaido portavano bandiere e striscioni su cui si leggevano slogan come ‘Maduro fuori’ e ‘Segui l’esempio della Bolivia’.
Intanto in 
Cile, dopo 3 mesi di proteste e morti, il Presidente Sebastian Pinera recita il mea culpa o quasiinfatti ieri ha condannato per la prima volta dall’inizio delle contestazioni le violenze delle forze dell’ordine, il «ricorso eccessivo alla forza, gli abusi o i delitti commessi e il mancato rispetto dei diritti». Dal 18 ottobre sono stati registrati 22 morti e 2.000 feriti. Il Presidente cileno ha garantito che non ci sarà impunità per i responsabili e «faremo il possibile per aiutare le vittime». Una dichiarazione che certo non potrà da sola mettere fine alle proteste, ma appare come una mossa che potrebbe se non altro intanto distogliere l’attenzione internazionale dal Paese.

Sarà un caso, ma certamente merita guardare dentro i fatti per capire se e cosa c’è dietro.
Non è (non sarebbe) da escludere che in piena campagna elettorale il ‘folle’ Donald Trump voglia tentare di riportare al ‘giardino di casa l’America Latina. Senza dover tirare in ballo il Condor 2 -per quanto ipotesi e documenti in tal senso comincino a emergere- una virata verso quella che la Casa Bianca sicuramente considera una ‘normalizzazione democratica’ degli ultimi ribelli latinoamericani, Bolivia e Venezuela, e la messa a cuccia di quel pezzo di Cile che prova ribellarsi al conservatorismo di Pinera, sarebbe un ottimo risultato per il tycoon da poter vantare, insieme ai successi economici e di borsa, in campagna elettorale, mal che vada almeno una cortina di fumo sulla grana -sempre più fastidiosa- dell’impeachment. L’avere una gran parte dell’America Latina (dopo aver perso l’Argentina) allineata al trumpismo non può che far gioco a Trump.

Dall’altra parte il New York Times’ , che certo non può essere tacciato di trumpismoanxi, tutt’altro, a distanza di poche ore butta fuori documenti che non fanno che confermare quello che già si sapeval’Iran che infiltra l’Iraq -ma non scordiamoci del Libano, due Paesi anch’essi in ebollizione-; e come la Cina sia responsabile delle detenzioni di uiguri, kazaki e altre etnie in campi di internamento e prigioni nello Xinjiang, una radiografia degli ultimi tre anni in questi moderni campi di concentramento o quasi.
Nessun scoopa ben vedere, se non l’essere riuscito, uno dei quotidiani più influenti al mondo, impossessarsi di documenti segreti, ma certamente due grandi servizi che provano attirare l’attenzione su due ‘regimi che dettano la geopolitica dell’Asia e del Medio Oriente, e che solo apparentemente sono un vantaggio offerto a Trump.
Apparentemente, perché 
alzare l’attenzione sulla Cina potrebbe essere utile per ostacolare Trump sulla via dell’accordo commerciale con la Pechino, e dal dossier su Teheran di certo gli USA non ne vengono fuori bene, tanto che potrebbe addirittura favorire Teheran stesso nel suo tentativo di tenere duroauspicando un Presidente democratico nel 2020con il quale sarà sicuramente più facile trovare un accordo non solo sul nucleareanche, sullo sfondo, sul nuovo equilibrio in Medio Oriente, non ultimo considerando che i sondaggi al momento non depongono a favore di Trump, almeno non per quanto attiene il voto popolare.

cables iraniani trapelati, in sintesi, offrono un ritratto dettagliato di quanto e come Teheran abbia lavorato per inserirsi negli affari iracheniI documenti -700 pagine di rapporti decisamente super-segreti- sono stati ottenuti da ‘The Intercept’, il quali li ha tradotti dal persiano e poi le traduzioni sono state controllate. Una volta stabilito il loro significato, spiegano dalla Redazione, sono stati condivisi con il ‘New York Times’, entrambe le testate le hanno pubblicati oggi in contemporanea.
I documenti sono arrivati da una fonte ha detto che voleva «far sapere al mondo cosa sta facendo l’Iran nel mio paese, l’Iraq», come spiega oggi proprio ‘The Intercept’.
Questo tipo di fuga di notizie, fa notare ‘The Intercept’, non ha precedenti per l’Iran, un Paese con un Governo altamente segretato e agenzie di spionaggio che custodiscono con molto zelo le loro informazioni riservate. Il che potrebbe far supporre che il ‘sistema Iran’ inizi avere delle crepeMa è presto per dirlo, certamente la fonte c’è da credere che sia un funzionario di altissimo rango, ma questo non significa ancora che il sistema sia in crisi.

rapporti descrivono in dettaglio le operazioni del Ministero dell’intelligence e della sicurezza iraniano in Iraq dalla fine del 2013 all’inizio del 2015. Dalle 700 pagine si ricava il come le spie di Teheran abbiano intrecciato una vasta rete di influenza in Iraq, infiltrandosi in quasi ogni aspetto della vita sociale e politica. Viene dettagliato come l’intelligence iraniana ha condotto la propria campagna ombra contro l’ISIS; come i Fratelli Musulmani e la Forza Quds dell’Iran abbiano tenuto un vertice segreto in un hotel turco per complottare contro il loro nemico comune, l’Arabia Saudita; e come la disastrosa invasione degli Stati Uniti abbia dato all’Iran un’apertura per plasmare un nuovo ordine politico in Iraq.

Il ‘New York Times’ evidenzia come, da questo documento sia chiaro che «nessun politico iracheno può diventare Primo ministro senza la benedizione dell’Iran, e Mahdi, quando si è assicurato la premiership nel 2018, è stato visto come un candidato di compromesso accettabile sia per l’Iran che per gli Stati Uniti».

I cables descrivono, inoltre, «in che misura l’Iraq è caduto sotto l’influenza iraniana dall’invasione americana nel 2003che ha trasformato l’Iraq in una porta di accesso al potere iraniano, collegando la geografia del dominio della Repubblica islamica dalle coste del Golfo Persico al Mar Mediterraneo».
Rivelano, molto di più di quanto si pensasse, «fino a che punto l’Iran e gli Stati Uniti hanno usato l’Iraq come area di sosta per i loro giochi di spionaggio. Hanno anche gettato nuova luce sulla complessa politica interna del governo iraniano, dove le fazioni in competizione stanno affrontando molte delle stesse sfide affrontate dalle forze di occupazione americane mentre lottavano per stabilizzare l’Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti».

I documenti, sottolinea il quotidiano americano, «mostrano come l’Iran, a quasi ogni turno, abbia superato di gran lunga gli Stati Uniti nella lotta per l’influenza».
In un certo senso, i cables iraniani trapelati forniscono un resoconto finale dell’invasione degli Stati Uniti del 2003 in Iraq. «L’idea che gli americani abbiano consegnato il controllo dell’Iraq all’Iran quando hanno invaso ora gode di un ampio sostegno, anche all’interno dell’esercito degli Stati Uniti». «Un Iran incoraggiato ed espansionista sembra essere l’unico vincitore», sostiene il quotidiano, e di certo non è una gran favore a Trump.

Per quanto attiene al fronte cinese, anche lì, 403 pagine di una delle fughe più significative di documenti governativi dall’interno del Partito comunista al potere in Cina da decenni. Sarebbe facile, come l’Iran ipotizzare un venir meno della forza del Governo cinese. Sarebbe assolutamente errato.
«I documenti forniscono una visione interna senza precedenti della repressione continua nello Xinjiang, in cui le autorità hanno portato fino a un milione di uiguri, kazaki e altri in campi di internamento e prigioni negli ultimi tre anni», afferma il quotidiano.
Il Governo cinese aveva respinto le accuse in questa direzione e aveva parlato di questi ‘campi’ come di centri di formazione, non sono centri di formazione, si sapeva da tempo e da testimonianze dirette, oggi questo enorme dossier non fa altro che acclaralo. Infatti, scrive il ‘New York Times’, «i documenti confermano la natura coercitiva della repressione nelle parole e negli ordini degli stessi funzionari che l’hanno concepita e orchestrata», «una campagna spietata e straordinaria in queste comunicazioni interne. Si registrano alti dirigenti del partito che ordinano azioni drastiche e urgenti contro la violenza estremista, comprese le detenzioni di massa, e discutono le conseguenze con distacco freddo».

documenti trapelati «offrono un quadro di come la macchina dello Stato cinese abbiano portato avanti la campagna di internamento di più vasta portata del Paese dall’era di Mao». Secondo questi documenti il capo del partito e Presidente «Xi Jinping ha gettato le basi per la repressione in una serie di discorsi tenuti in privato ai funzionari durante e dopo una visita nello Xinjiang nell’aprile 2014, poche settimane dopo che i militanti uiguri hanno pugnalato più di 150 persone in una stazione ferroviaria, uccidendone 31»«Xi ha chiesto una ‘lotta totale contro il terrorismo, l’infiltrazione e il separatismo’ usando gli ‘organi della dittatura’ e mostrando ‘assolutamente nessuna pietà’» .
L’immagine che ne esce di Xil’uomo con il quale Trump dovrebbe trattare l’accordo commerciale del secolo o quasi, è davvero devastante. Si tratterà poi di capire se e quanto all’opinione pubblica americana potrà interessare qualcosa, a fronte di un accordo che dovrebbe ridurre i dazi che pesano sul loro portafogli.

Perchè questi dossier sono usciti proprio ora? E: perché proprio ora si riescono sfondare i sigilli di due tra i più blindati governi al mondo? A chi fa gioco? E se questi documenti si fossero voluti far uscire? Queste sono le domande che l’analista si pone. Non ignorando quanto sta accadendo in America Latina, ambito ‘cortile di casa’ americano, ma anche ambito terreno di conquista di Pechino. Nè ignorando il gioco terribile in atto in Medio Oriente.

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