domenica, Giugno 16

Quando la nostra Terra è bella senza frontiere La corsa è complessa e siamo convinti che porterà un maggior benessere all’umanità

0

Sono trascorsi appena 58 anni da quando un giovane ufficiale della Vozdušno-kosmičeskie sily (la forza aeronautica sovietica) superò la distanza di 300 km. dalla Terra a bordo di una navicella dal peso di 4,7 tonnellate denominata Vostok 1. Dal volo del giovane maggiore Jurij Gagarin è iniziata un’avventura straordinaria, che ha visto uomini e donne del pianeta Terra inseguire un sogno mai tramontato di viaggi, avventure, conoscenza, conquiste.

Abbiamo più volte ragionato su quanto fosse importante seguire la strada dello spazio per continuare la vita del genere umano su altri corpi celesti e sembra scontato che se per un paio di generazioni l’idea di comporre nuove comunità su Marte, il pianeta più vicino a noi è ancora remota, non si esclude certo la speranza che si avvicini il momento che delle piccole colonie umane possano sperimentare tecniche scientifiche o pre industriali molto al di fuori della nostra atmosfera. Prima sulla Luna come banco di prova e punto di attracco di nuovi programmi. E poi, aggiungendo tre zeri alla distanza, su Marte, una meta sognata da secoli, quasi concretizzata dal gruppo di scienziati che facevano capo al barone Wernher von Braun, una delle figure principali nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista prima e negli Stati Uniti poi.

Divenire rallentato dalla perdita di interesse dei cittadini americani che dopo aver visto zampettare una dozzina di propri compatrioti sul suolo della Luna, dagli anni Settanta gli US hanno ridimensionato la propria partecipazione per lo spazio; più richiamati forse a concludere quell’assurda guerra che li aveva visti impegnati nel sud est asiatico del mondo dal 1965 al 1972, con un picco di 550.000 soldati nel 1969. Proprio l’anno in cui Neil Armstrong e Buzz Aldrin posavano sul nostro satellite naturale una piastra d’acciao con la scritta “Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”.

È passato molto tempo da allora e qualcuno continua a domandarsi il perché di tanta foga nel voler lasciare la Terra. Altri addirittura mettono ancora in dubbio l’esistenza di una concreta ricerca spaziale, ma questa è un’altra storia. Siamo certi di rivolgerci a un pubblico di Lettori più colto e intelligente. Parlavamo di un interesse calato per la popolazione ai viaggi interplanetari. È possibile che un’opinione possa generare così tanto investimenti e impegno industriale? Noi riteniamo di sì e proviamo a comprenderci.

Il primo volo al di fuori dell’atmosfera avviene verosimilmente il 4 ottobre 1957. Il viaggiatore era una piccola palla metallica dal diametro di 58 cm. dal peso di 83 kg. con un carico utile composto da due trasmittenti, una serie di batterie e un termometro. I suoi segnali furono captati per l’intera vita del satellite -appena 21 giorni- dai radioamatori di tutto il mondo. Uno smacco assai forte per gli Stati Uniti che pure stavano seguendo un percorso analogo di ricerca spaziale, forti più dei russi di quei progetti dei missili tedeschi V2 recuperati alla fine della Seconda guerra mondiale. Da quel momento possiamo considerare l’inizio di una corsa tra due superpotenze, in realtà avviata molto prima, per mostrare capacità tecnologica, superiorità progettuale e soprattutto, una grande potenza da poter utilizzare per missioni scientifiche ma anche per una stretta funzione militare.

Pure lo sbarco umano sul satellite Luna ha vissuto fasi uguali: due nazioni, mostrando tutta la loro forza avrebbero voluto primeggiare sia con macchine che con bandiere: per questo ricordiamo un paio di episodi: il primo, di Lunik 2, una sonda sovietica che impattò a ovest del Mare della Serenità con una stella rossa incisa sulla sua fiancata. Un modo per segnare un territorio e rivendicarlo come proprio. Il secondo, l’installazione dello stendardo americano nel Mare della Tranquillità con un improbabile sventolio artificiale che intendeva sottolineare chi fosse il maggior possessore della scienza negli anni Settanta. Il tutto, in ambedue i casi, finanziato e sostenuto dai Paesi artefici delle missioni. È stata, come abbiamo detto, un’esibizione. Che probabilmente ci ha salvato da un confronto su un più duro campo di battaglia e così come erano disposti gli armamenti, probabilmente sarebbe stato l’ultimo, prima almeno di finire ai combattimenti con la clava, come avrebbe detto Albert Einstein in un’intervista rilasciata a una rivista di un Rotary Club.

Ora le cose sono un po’ cambiate: la space economy di cui tanto sentiamo le cantilene, pretende di ricavare ricchezza dalla tecnologia e non il contrario, come a volte ancora alcuni funzionari di agenzie spaziali cercano di affermare per giustificare il fatto che sanno poco o nulla delle mission loro affidate. È un po’ triste ma non siamo troppo lontani dal vero. La corsa è complessa e siamo convinti che porterà un maggior benessere all’umanità, ma l’esperienza delle scoperte di Cristoforo Colombo –con missioni assai analoghe a quelle che ci aspettiamo dalla ricerca spaziale- dovrebbe insegnare che l’afflusso di materie pregiate e nuovi scambi commerciali possono causare forti spinte inflazionistiche, disparità di ricchezze e atti di pirateria non lontane da quelli che hanno colorato i mari di inglesi, spagnoli, olandesi.

Oggi i competitori dello spazio hanno lasciato ai privati molte sfide: si sa cosa stanno compiendo gli ormai ex giovanotti cresciuti nei grandi distretti del mondo: tra tutti ricordiamo Elon Musk, proprietario di Dragon e della società SpaceX, l’inglese Richard Branson che ha fondato Virgin Group, Jeff Bezos patron di Amazon e tutta la cordata che finanzia il regista James Cameron nel progetto di ricerca di minerali rari sugli asteroidi. Altra realtà, non inferiore per qualità investigativa è il gruppo privato che ha pagato la sonda Bereshit, lanciata da Cape Canaveral a bordo di un Falcon 9 per Space IL e Israel Aerospace Industries, responsabili del progetto. Conta poco che negli ultimi istanti della sua discesa verso la superficie lunare la sonda israeliana sia impazzita, schiantandosi per il guasto a un sensore. Non sarà un cattivo funzionamento di un computer che ha spento troppo presto il motore a fermare ormai una conquista che è sempre più motivata da interessi di imprenditori.

Il messaggio è importante, sottovalutarlo o non comprenderlo costituisce un’insopportabile ignoranza da parte di chi gestisce o amministra la politica spaziale di ogni Paese. Gagarin, poco dopo aver valicato le Colonne d’Ercole dello Spazio disse una frase che tutti dovremmo fare nostra: «La Terra è bellissima, senza frontiere né confini».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore