giovedì, Aprile 25

Quando la giustizia è incredibile, ma vera Denuncia uno stupro nel 2015, ma è ancora in attesa di processo. Certezza del diritto? Principio astratto

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La storia può a giusto titolo fare parte di quelle ‘incredibile, ma vero’: dal momento che è poco avvenente non è credibile che possa essere stata stuprata. Sulla base di questo ragionamento tre giudici della corte d’Appello di Ancona hanno assolto due giovani dall’accusa di violenza sessuale su una ragazza peruviana. In primo grado i due erano stati condannati a cinque e tre anni di carcere. In secondo grado l’assoluzione. I giudici dell’Appello (per inciso: tre donne) prendono per buono il fatto che al principale imputato «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo‘ con allusione a una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina». E ancora: «Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare».

I fatti risalgono al marzo del 2015: la ragazza si presenta in ospedale con la madre. Dice di essere stata stuprata alcuni giorni prima da un coetaneo. L’altro fa il palo. I tre sono usciti a bere una birra. La ragazza si apparta con uno dei due. Per gli imputati i rapporti erano consensuali. La ragazza però a un certo punto dice di smettere. Niente da fare. I medici rilevano sul corpo della ragazza lesioni compatibili con le violenze sessuali. Il processo di primo grado si conclude nel 2016: il ragazzo che ha avuto rapporti sessuali è condannato a cinque anni, l’amico a tre. Ricorso in appello: un anno dopo, il 23 novembre 2017, assolti. Per i giudici del secondo grado la versione della ragazza non è credibile. Perché è troppo brutta.

La vicenda finisce in Cassazione; che si pronuncia: l’aspetto fisico di una donna che si dichiara vittima di stupro è del tutto «irrilevante» e si tratta di un «elemento non decisivo» per valutare la credibilità della sua denuncia. C’è bisogno della Cassazione per dirlo. Il processo di secondo grado viene annullato con rinvio delle assoluzioni. Secondo i giudici della Cassazione, quelli di Appello si sarebbero basati su una «incondizionata accettazione» della narrazione dei fatti proposta dalla difesa degli imputati (anche loro sudamericani), mentre non è stato fatto alcun «serio raffronto critico» con il verdetto di condanna emesso in primo grado. La Cassazione inoltre rileva che senza il necessario «supporto probatorio» le dichiarazioni dei due imputati sul consenso al rapporto sessuale sono state prese per buone a fronte della brutalità del rapporto in seguito al quale la ragazza si è dovuta sottoporre a intervento chirurgico e trasfusione. La vicenda sarà riesaminata nell’appello bis dai magistrati di Perugia. A parte il grottesco di tutta la vicenda, va sottolineato che si sta discutendo di un caso di violenza sessuale (presunto o reale, non importa), che risale al marzo 2015. Siamo all’aprile del 2019 e ancora non se ne vede la fine…

Per restare in tema. Gli italiani, a quanto certificano i sondaggi demoscopici (ultimo un rilevamento dell’Istituto Noto) «vivono in maniera contraddittoria l’ emergenza giustizia e se da una parte hanno una flebile fiducia nella magistratura dall’altra esprimono una forte critica nei confronti dell’apparato burocratico che il più delle volte è causa di lungaggini e di procedimenti inutili e dannosi per lo stesso cittadino». Il giudizio sulla giustizia in Italia è piuttosto basso e in netto calo negli ultimi dieci anni: oggi solo il 30 per cento della popolazione esprime fiducia nella giustizia; dieci anni era del 46 per cento. Per quel che riguarda la specifica fiducia nella magistratura, il 43 per cento degli interpellati dice di averne ancora; dieci anni fa la soglia si attestava sul 50 per cento.

Il 58 per cento valuta positivamente i tre gradi di giudizio; ma il 63 per cento ritiene che il tempo necessario per arrivare a sentenza definitiva sia uno degli elementi che incide negativamente nella percezione del sistema giustizia. Un cittadino su cinque dice di essere stato una vittima di una cattiva giustizia. Per il 57 per cento la certezza della pena «è solo un principio astratto».

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