giovedì, Febbraio 20

Quando l’ ISIS sequestra le armi destinate ad Hamas L’Isis ha scelto di mettere piede al centro delle rotte dei traffici illeciti, nel deserto del Sinai

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Seguire i traffici di armi è un’impresa difficile, non solo per chi indaga, ma anche per chi li organizza. E così è capitato che un carico di missili tecnologici partito dall’Iran e destinato alle organizzazioni terroriste a Gaza sia finito nelle mani dell’Isis, che ha intercettato le armi nel Sinai e ne ha preso il controllo.

La vicenda è emersa alla fine della settimana scorsa su un quotidiano del Kuwait, ‘Al Jarida’, che ha citato fonti della sicurezza del Paese. Tra le armi finite nei depositi dell’Isis ci sarebbero anche missili anticarro russi provvisti di tecnologia Gps. Un bottino che adesso non arriverà a Gaza perché, secondo il sito israeliano ‘Walla’, il comandante locale dell’Isis si rifiuta di collaborare con Hamas.

Tra l’organizzazione islamica palestinese che controlla la Striscia di Gaza e la provincia dell’Isis che dal 2014 si è insediata in Sinai, non corre buon sangue. I rapporti tra i due gruppi, che nel 2012 si trovavano sullo stesso fronte della guerra siriana contro Assad, si sono deteriorati lo scorso anno quando un attentatore suicida dell’Isis si è fatto saltare per aria nel sud della Striscia uccidendo una guardia di sicurezza di Hamas.

A gennaio l’Isis in Sinai ha filmato l’esecuzione di uno dei suoi affiliati accusato di aver facilitato il passaggio di armi dirette nella Striscia. Ufficialmente, il motivo d’attrito sarebbe la ripresa dei rapporti dell’organizzazione palestinese con l’Iran, alleato del regime di Assad, ma la gestione dei traffici di armi, fonte di centinaia di migliaia di dollari, sembra avere un ruolo centrale nella disputa.

Non è un caso che a rivelare l’intera vicenda delle armi iraniane intercettate dall’Isis in Sinai sia stato un quotidiano del Kuwait, un paese dove la Fratellanza Musulmana, di cui i più importanti leader di Hamas fanno parte, è sempre stata potentissima. A Gaza vogliono a ogni costo che i traffici di armi vengano ripristinati senza intoppi.

Ma non c’è solo l’Isis in questi affari. Scoprire i percorsi delle armi dall’Iran a Gaza vuol dire scoperchiare le connivenze di molti paesi. Secondo un documento dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv risalente al 2009 e pubblicato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’, i principali finanziatori delle armi dirette nella Striscia sono tre: l’Iran, la Siria e il Libano degli Hezbollah. Lungo il percorso i mercati che contribuiscono ai traffici si ampliano e i contorni si fanno più sfumati: Eritrea e Yemen sono in testa. Il sospetto è che la Cina faccia parte del giro.

Poi ci sono i paesi di transito, come Sudan e Libia. Il primo sul Mar Rosso, dove le navi cariche di armi viaggiano indisturbate in una delle zone più trafficate del mondo, in mezzo a petroliere e mercantili di tutte le bandiere. Il secondo al centro del Mediterraneo. Tra i porti più importanti per questi traffici spicca quello yemenita di Hodeidah sul Mar Rosso, dove i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, stanno combattendo una lotta all’ultimo sangue contro la coalizione a guida saudita.

Le vie per mare e per terra non sono comunque una scelta obbligata: le rotte aeree dall’Iran alla Turchia, paese Nato, sono attive da decenni. Quando la marina israeliana nel 2014 catturò la Klos-C nei pressi di Port Sudan, nel Mar Rosso, non fu una sorpresa scoprire che l’equipaggio della nave, che batteva bandiera panamense, era quasi interamente turco. I missili avanzati sequestrati, di fabbricazione siriana, avevano fatto un viaggio tortuoso: da Damasco, in piena guerra siriana, erano arrivati in Iran, poi in Iraq e infine erano riapparsi al largo del Sudan.

Nel tratto finale di tutti questi percorsi c’è sempre un punto d’arrivo: il Sinai e i tunnel del cosiddetto ‘Corridoio Filadelfia’ al confine con la Striscia di Gaza, ponte tra l’Africa e l’Asia. Qui le armi vengono ‘smontate’ e ridotte in pezzi più piccoli: le mazzette agli ufficiali dell’esercito egiziano aiutano a eludere i controlli.

La zona di sicurezza di cinque chilometri creata più di un anno fa dall’esercito egiziano al confine con Gaza, radendo al suolo le case e inondando di acqua marina i tunnel, non ha bloccato i traffici. I tunnel si sono fatti più resistenti e più lunghi: i soldi non mancano perché i traffici di armi valgono milioni di dollari.

A gennaio gli ufficiali egiziani e israeliani sono rimasti attoniti quando hanno scoperto una nuova, lunghissima rotta alternativa: Hamas aveva scavato un tunnel che attraversava il territorio israeliano in corrispondenza del valico di Kerem Shalom tra la Striscia e Israele.

Le armi continuano ad affluire in quello che resta uno dei punti cruciali per tutti i traffici illeciti del mondo: Gaza. Non per niente l’Isis ha scelto di mettere piede al centro delle rotte, nel deserto del Sinai.

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