giovedì, Agosto 13

Quando investire in Italia è una fatica Attrazione europea di investimenti, libera circolazione di capitali, ‘residence and citizen planning’ e responsabilità: dove si colloca l’Italia? Risponde Giorgio Galeazzi, Professore di Economia dell’Università di Macerata ed esperto in analisi economica dei comportamenti criminali

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Nell’acuirsi delle tensioni tra Mosca e Washington, mentre Pasquale Terracciano, nuovo Ambasciatore d’Italia nella Federazione russa dal 29 gennaio, e il Viceministro degli Esteri russo Vladimir Titov concordano sull’importanza di «mantenere una cooperazione italo-russa che porti a una soluzione condivisa delle crisi in atto» – Ucraina in primis –  «senza dimenticare che, quest’anno, l’Italia è Presidente di turno dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)», la necessità di attrarre investimenti stranieri tocca, per l’Italia, due aspetti tra loro collegati: da un lato, la sua configurazione interna all’Unione Europea e il conseguente ruolo di player, come Stato membro, nella liberalizzazione dei movimenti di capitali con i Paesi terzi; dall’altro, il peso dell’ascrizione atlantica ed europea rispetto alla questione delle sanzioni imposte alla Russia.

Secondo l’efficace definizione dell’economista Massimo Aprea, che ha studiato l’impatto distributivo sul reddito delle normative di liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali, la globalizzazione finanziaria è un «processo» nel quale «i vari Paesi si collocano all’interno di un sistema di regole che consente a residenti e non residenti di scambiare attività finanziarie (capitale)  in grandissima libertà».

Questa dimensione della contemporaneità, combinata con le declinazioni della geopolitica, è l’ambito nel quale trovano indirizzo e sostanza la maggior parte dei rapporti internazionali: gli Stati, con la vitalità del loro potere sovrano temperata o, comunque, orientata da forme comunitarie e di alleanza, sono i promotori ufficiali di partenariati che vedono interagire soggetti pubblici e privati. In questo sistema, l’investimento – perciò la disponibilità di risorse finanziarie in capo a un soggetto – diventa esso stesso una condizione per acquisire soggettività economica e politica: le aziende (attori dinamici e dall’identità mutevole) e i loro titolari ‘seguono’ il capitale mediandone il flusso attraverso un ampio spettro territoriale dai confini allargati, secondo accordi di libero scambio. Un esempio in proposito è la tipologia dei grandi patti commerciali, come l‘ ‘Economic Public Agreement’ (EPA) recentemente stipulato tra Unione Europea e Giappone in base a una ratio anti-protezionistica – in controtendenza all’attuale politica economica statunitense. Da Maastricht in poi, una volta rimossi i vincoli, i capitali possono circolare «tra Stati membri nonché tra Stati membri e Paesi terzi»  secondo la libertà stabilita dai Trattati (Artt. 63-66 TFUE).

L’attrazione di investimenti stranieri è ritenuta un’occasione di crescita e di rafforzamento per le imprese nazionali. In proposito, la Legge 232/2016 (Art. 1 commi 155 e 156) dispone una serie di agevolazioni per le domande di visto d’ingresso e permesso di soggiorno richieste – come riportato sul sito della Farnesina – da «cittadini di Paesi terzi che trasferiscano la propria residenza fiscale in Italia al fine di favorire l’ingresso di significativi investimenti nel nostro Paese». In linea con tale previsione, alla priorità accordata nelle procedure, la Legge di Bilancio 2017 dispone un «nuovo trattamento fiscale agevolato per cittadini esteri ad elevata capacità contributiva», attraverso misure finalizzate a «favorire gli investimenti, i consumi ed il radicamento di nuclei familiari ed individui ad alto potenziale».

L’acquisto di un nuova soggettività, in capo a persone fisiche provviste di queste credenziali, può per ragioni ‘funzionali’ al processo di liberalizzazione, interessare anche lo status di cittadino: diventare cittadini – a un ‘costo’ medio di un milione di euro – di un Paese europeo investendo, ad esempio, in titoli di Stato, è un effetto giuridicamente ineccepibile in diversi Stati membri dell’UE, come Belgio, Austria, Spagna, Portogallo, Irlanda, alcuni dei quali hanno passaporti vantaggiosi per spostarsi in altri Paesi – come l‘Italia, che per adesso non fa parte della lista.

La giornalista Atossa Araxia Abrahamian, autrice del libro-inchiesta ‘Cittadinanze in vendita’ (La Nuova Frontiera, 2017) ritiene simili meccanismi non solo fonte di business, ma una cifra identitaria in grado di aumentare il prestigio di – pochi – ‘cittadini globali’.

Nell’ambito degli investimenti strategici, materia di una proposta di normazione da parte della Commissione europea, occorre, innanzitutto, considerare di diverse problematiche concomitanti.

Attraverso diversi canali, il fenomeno della globalizzazione”, afferma Giorgio Galeazzi, Professore di Economia dell’Università di Macerata ed esperto in analisi economica dei comportamenti criminali,  “progressivamente va a influire sui processi decisionali interni agli Stati. Questo è un fatto comune e generalizzato.   Per l’Italia ci sono, però, altri due ordini di problemi: anzitutto, essa fa parte di una comunità europea che, come sappiamo, non è – malgrado il nome che porta – un’effettiva ‘unione’ di Stati.  L’attuale impermeabilità all’influsso di questi movimenti di cittadinanza a scopo di investimento o per altre finalità, risente di ciò che accade negli altri Paesi. Essendo l’Italia parte dell’Unione europea, se ad esempio Cipro – membro dell’Unione dal 2004 – intraprende una politica particolarmente favorevole a un altro Paese extraeuropeo, chi otterrà la cittadinanza cipriota potrà operare liberamente anche in Italia. Ecco il punto: l’Italia da sola può far poco e il problema meriterebbe di essere affrontato a livello europeo, disponendo di una certa omogeneità di criteri nel concedere la cittadinanza agli operatori stranieri”.

Rispetto alla dimensione europea, la permeabilità italiana a una progressiva apertura alla cittadinanza per investimento (apertura finora limitata all’accesso agevolato alla residenza fiscale, giuridicamente ben distinta dalla cittadinanza) si inscrive, perciò, in una iniziativa di politica economica europea lanciata con l’istituzione del Fondo europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI) e oggi destinata – in base alla citata proposta di normativa-quadro – a conseguire una maggiore protezione dalle operazioni di acquisizione e condizioni di concorrenza leale alle imprese europee. In proposito, il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, lo scorso settembre, affermava che «Siamo di gran lunga la più grande destinazione degli investimenti diretti esteri (…), però ci rendiamo conto che sempre più assets strategici europei potrebbero essere acquisiti da Paesi terzi attraverso modalità inique, in particolare in termini di risorse finanziarie».

Con alcune precisazioni sulle modalità di adattamento dell’Italia al trend europeo, Galeazzi fa notare che “Tra i Paesi si delinea una specie di concorrenza in base alla quale, se qualcuno favorisce l’ingresso in qualunque modo di capitali stranieri, l’Italia è costretta ad adeguarsi. Se andiamo ad analizzare gli investimenti diretti esteri dell’Italia comparati con quelli degli altri Stati europei, notiamo che, fino a poco tempo fa, l’Italia era rimasta indietro. Adesso assistiamo a una qualche tendenza di ripresa, ma siamo ancora lontani dall’esperienza di quei Paesi. Gli investimenti diretti esteri (IDE), sia di tipo finanziario sia di tipo ‘green’ – acquisto teso a stabilire attività nel territorio di un Paese estero – sono un indicatore importante. L’Italia ha difficoltà a restare fuori da questo tipo di dinamiche. Tra l’altro, ciò è accentuato dal discorso recente delle sanzioni nei confronti della Russia: esse hanno posto ulteriori limiti, anche se, in realtà, si trovano vari modi per aggirarle”.

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