mercoledì, Marzo 20

Quando il razzismo impartisce lezioni Toni Iwobi ci informa che Matteo Salvini non ce l’ha con gli immigrati regolari bensì coi clandestini, come se un medico dicesse che non è ostile ai sani, bensì agli ammalati

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Il neo senatore Toni Iwobi ci informa che Matteo Salvini non ce l’ha con gli immigrati regolari bensì coi clandestini. Un sospiro di sollievo. All’incirca è come se un medico dicesse che non è ostile ai sani, bensì agli ammalati.

Il senatore, sentendosi parte dei sani, si mostra tiepido con gli ammalati, facendo finta di non sapere che se non ci fossero i clandestini, il capo della Lega se la prenderebbe con altri o sarebbe politicamente morto. Il partito che oggi esibisce un senatore di colore, utilizza da sempre la paura del diverso per saccheggiare le urne, è razzista perché fonda la propria proposta politica unicamente su sentimenti di esclusione, persino il suo federalismo è figlio dalla fobia dell’estraneo. Non è lo stesso federalismo di cui parlava don Luigi Sturzo, che aveva alle spalle una visione dell’uomo altissima, mica certe paure da pezzenti.

Semmai il senatore dovesse smaltire la sua piccola di sindrome di Stoccolma, potremo ragionare del formidabile sentimento di ostilità verso i forestieri che si palesa tra i leghisti in alcune zone della Lombardia e del Veneto, rappresentato assai bene nel voto del 4 marzo. Nel resto del Paese si è trattato di una reazione di protesta, che si sgonfierà quando i nuovi mostreranno le proprie modeste carte. Prima che avercela coi neri la Lega, che come tutte le manifestazioni del vuoto necessita di un nemico, se la prendeva coi terroni. All’inizio degli anni Settanta mi ero recato a Padova, per completare le pratiche di iscrizione all’università, su un muro della stazione campeggiava la scritta ‘Forza Etna’. Allora non c’era nessuno Jus soli e nessuna invasione, come pretesto, soltanto un sentimento di ostilità verso ciò che stava fuori della caverna, programma politico meschino, figlio di un limite culturale pesante, radicato, una sorta di handicap.
Il senatore era già iscritto alla Lega Nord, quando il sindaco di Ponteranica revocò l’intitolazione della Biblioteca locale a Peppino Impastato, ma non ricordiamo una sua dichiarazione di dissenso, e dire che non era un Sonderkommando, a rischio di morte sicura se rifiutava di sgomberare le camere a gas dai cadaveri.

In questo, bisogna riconoscerlo, il capo politico del senatore Toni Iwobi è stato un genio, essendo riuscito a convincere le vittime di quel razzismo a votarlo. La sicurezza, il grimaldello, è solo uno dei tanti nomi eleganti che si possono dare al vero bisogno della cultura leghista, che è quello di non avere tra i piedi nessuno.

Il senatore è africano e condivide la linea dura di Matteo Salvini sugli irregolari, forse non ricorda di cosa sono stati capaci di fare i nonni dei leghisti in alcune zone dell’Africa, cioè nel continente del medesimo. Anche loro erano irregolari, ospiti indesiderati e infinitamente più violenti degli africani che oggi rischiano la vita nella speranza di cambiarne il corso. Non saprei se il senatore, ad esempio, è a conoscenza della disumanità inflitta dagli italiani ai libici nella prima metà del Ventesimo Secolo, la stessa, magari appresa da noi, che ora essi restituiscono ai disperati ammassati nei loro centri di detenzione per migranti. Forse non è informato sui drammi legati all’occupazione italiana della Libia, che fu lunga e sanguinosa. Le gesta degli occupanti, che eravamo noi, invasori e armati fino ai denti, rimarranno impresse nella memoria collettiva degli indigeni per molte generazioni. Dopo una rappresaglia per l’uccisione di un soldato italiano, un commilitone scriveva queste amenità: «Dal 23 al 30 abbiamo ammazzato 500 libici e più. Legavamo loro mani e piedi, tutti in mucchio, e una compagnia a colpi di fucile li ammazzava. Certi, che non venivano fuori dalla casa, li ammazzavamo sul posto». Peggio delle Fosse Ardeatine. Terribili anche i racconti dei rastrellamenti: «Sono uomini di tutte le età: vecchi canuti e giovinetti imberbi, negri di faccia orrenda e arabi di puro profilo. Non portano via nulla che lo straccio di tela che li ricopre».
Che dire poi dei processi celebrati senza contradditorio, coi presunti colpevoli spesso condannati alla fucilazione e all’impiccagione. Molti libici furono internati in campi concentramento in loco o deportati nel nostro Paese, a morire lontano dalle loro famiglie, dopo disumane esperienze di lavoro e senza avere potuto dare mai più notizie di sé. Il fatto che il senatore Iwobi ragioni esattamente come la gente della Lega, non è una buona notizia per noi, per lui, per l’intera umanità.

Certo, meglio regolari che clandestini, ci mancherebbe. Meglio onesti che ladri, a proposito, il suo partito e anche il fondatore che l’aveva così sedotto non si sono distinti per limpidezza. Ognuno dovrebbe rubare a casa propria, ma la Lega qui fa eccezione, arraffa soldi pubblici e li spende per finalità strettamente private, anche nella vana quanto disperata impresa di trasformare trote in delfini.

Meglio regolari, sicuro. Ma doveva valere anche quando gli europei dissanguavano, nel senso letterale del termine, l’Africa, sterminando la sua gente. Gli africani che vengono a trovarci senza avere le carte in regola, non vogliono annientarci, come non lo voleva il senatore, che forse la carta ce l’aveva, vorrebbero solo trovare una vita meno miserabile, esattamente come fu per lui. Il senatore a tutto questo vorrebbe opporre un pezzo di carta, quasi fosse un muro divisorio tra i suoi diritti e quelli dei suoi fratelli africani. Arrivata la notte, egli è tra coloro che reclamano la chiusura dei cancelli, e chi è fuori si arrangi.

Abbiamo chiaro quale sia l’impatto dei clandestini nella fantasia delle persone comuni, e quale prezzo abbia pagato due settimane fa nelle urne l’Italia, messa in balia di gente disdicevole o inquietante, animata, in particolare i leghisti, da sentimenti contrari alle ragioni dell’umanità. Abbiamo ancora più chiaro cosa succede quando un partito razzista pretende di risolvere il problema degli stranieri, dei diversi, e quale indizio terribile rappresentino le scelte di chi, portatore del sangue delle vittime, comincia a credere alle ragioni dei carnefici.

Ma stia tranquillo il senatore, gli altri non daranno fastidio, stanno discutendo sulle ragioni della sconfitta, come se fossero così misteriose, nonché sulla distanza da tenere dal nuovo Governo, divisi tra Aventino e sofisticate analisi di una realtà che conoscono appena di striscio. Anche per loro, in fondo, chi è fuori si arrangi.

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