martedì, Luglio 16

Quando il gatto è un clandestino La violenza su un animale indifeso ed impaurito di fronte a dei bambini in una scuola impone una seria riflessione agli adulti e agli educatori

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In breve: a Gioia Tauro giorni fa un gattino viene avvistato dove non era previsto che fosse, vale a dire all’interno di una scuola, quella intitolata ad Eugenio Montale: il gattino è il primo che non vorrebbe essere lì, perché lo sente che non è il suo posto; forse è affamato, o spaventato, o disorientato; e proprio per questo salta e corre, sembra impazzito nella ricerca di una via di uscita, di una via di scampo. Niente da fare: al nemico, che lui è senza sapere di esserlo, non viene concessa l’opportunità di cedere le armi, bisogna annientarlo e, allo scopo, viene chiamato un bidello perché, si sa, il lavoro sporco fa comodo affidarlo alla bassa manovalanza, che’  chi è impegnato con parole, scritte e parlate, la disdegna sempre, un po’ come succede nei mattatoi, per capirci. L’incaricato risolve la spinosa questione prendendo a bastonate il gattino fino a farlo morire, però non subito, perché i colpi sono tanti, ma non così bene assestati da risultare risolutivi. Ed è così che l’agonia dura un bel po’, un’ora a quanto pare o giù di lì: un tempo infinito per la bestiola che si sarà sentita la vita strappata con violenza senza nemmeno riuscire a capirne la ragione, visto che, così piccolo, della crudeltà del mondo non sapeva ancora nulla né certo poteva immaginare.  

La domanda ancora senza risposta è: ma l’insegnante dov’era? E se, come da contratto, doveva essere lì, cosa faceva? Guardava? Taceva? Non vi è traccia di interventi di nessun tipo, nonostante un’ora sia lunga da passare, soprattutto se movimentata da una scena così cruenta, di certo disturbante con tutto quel sangue, e poi i lamenti: insomma una gran fatica per chiudere la questione con l’eliminazione dell’intruso. Pensare che il fantomatico insegnante si sia limitato ad una supervisione silenziosa sarebbe davvero inquietante: ‘l’imperturbabilità non è un valore’ per usare le parole di Gianrico Carofiglio, tanto meno quando non si dovrebbe essere pubblico, ma attori sulla scena.

E i bambini? Chi lo sa se qualcuno, durante e dopo l’accaduto, si è occupato di loro, spettatori di una sorta di ‘pulizia di specie’, a danno del piccolo felino che ha incautamente  invaso il territorio umano, pulizia che, proprio come quella ‘etnica’, contempla l’eliminazione di chi non appartiene alla comunità. Le successive dichiarazioni del preside suonano poco rassicuranti, dal momento che tutta la sua preoccupazione è apparsa costruita su una narrazione dei fatti giustificatoria dell’operato del bidello e omissiva di una doverosa condanna dell’episodio nonchè di qualsivoglia parola di dispiacere per la sofferenza del gattino o di disappunto per l’impatto emotivo sui bambini: l’uno e gli altri esclusi dal perimetro del suo interesse.

L’eco mediatica dell’episodio è stata ampia perché bastonare a morte un animale non pericoloso e spaventato, della stessa specie dei milioni che vivono nelle nostre case, per di più in un contesto dove i bambini sono lì, affidati ad adulti a cui è demandato un pezzetto della loro educazione, suona immediatamente inaccettabile, richiama a contesti incivili e suscita viscerale esecrazione. La reazione emotiva rischia di oscurare considerazioni, importanti per noi umani che abbiamo l’obbligo di riflettere sui nostri comportamenti: meglio sarebbe prima di metterli in atto.

Non si può ignorare che ogni adulto agli occhi dei bambini, in modo tanto più assoluto quanto più piccoli sono, riveste autorità morale, perché è da lui che devono arrivare le ‘linee guida’ fondamentali per comprendere la realtà, per aiutare a discernere il giusto dallo sbagliato, operazione impossibile senza una guida perché la decodificazione dei tantissimi aspetti della vita non può che essere troppo complicata quando le capacità critiche sono solo in nuce. E gli adulti non sono tutti uguali: vi sono persone dotate di maggiore autorità ‘a prescindere’, vale a dire non in funzione della loro statura morale, ma in virtù del legame affettivo, come è per i familiari, o del ruolo che rivestono: gli operatori scolastici sono proprio tra questi, nelle evidenti differenze che marcano la loro posizione dal momento che il ruolo educativo è demandato agli insegnanti, mentre si suppone che gli altri operatori siano comunque tenuti a comportamenti e regole in sintonia al contesto stesso. Nei loro confronti i bambini sono chiamati ad una sorta di pregiudizio positivo: i loro messaggi, i loro punti di vista, si amplificano ed assumono connotazione di verità. E’ facile allora capire come  la portata dell’episodio risulti dilatata proprio dal contesto, nonché dalla autorevolezza se non del protagonista, certo dei ‘comprimari’, alias la classe insegnante.

L’episodio è grave anche alla luce degli studi, che collegano gli effetti della violenza assistita a quelli della violenza subita o di quella perpetrata.  Quella sugli animali è stata individuata come uno dei criteri di diagnosi per il Disturbo della Condotta già dal 1987, quando per la prima volta lo ha stabilito il DSM (Manuale di Disturbi Mentali),  connotandola come elemento tipico di un disturbo, come tale degno di attenzione e di cura. Ne consegue che perpetrare violenza sugli animali davanti ai bambini in un contesto scolastico viola drammaticamente qualsiasi norma in loro tutela.

Quali siano state le ripercussioni sugli alunni è questione da non trascurare, a fare inizio dal fatto che saranno state di certo diversificate: perché qualunque avvenimento si situa, prende forma, assume risonanza  a seconda di come si coniuga con i vissuti di ciascuno: vi saranno stati bambini per i quali una pregressa esposizione a modelli familiari violenti contro umani e non umani, può purtroppo essere stata la norma; e altri fortunatamente tutelati nel loro ambiente di origine da ogni forma di crudeltà: il tutto lungo un continuum senza soluzione di continuità. Le reazioni all’episodio saranno state conseguenti: possono essere risultate scioccanti per l’esposizione ad un grado di crudeltà fortunatamente prima sconosciuto; oppure possono avere confortato l’abitudine a modelli violenti; o ancora: possono avere dato la stura all’emergere di precedenti esperienze magari rimosse, scardinando meccanismi di difesa per loro stessa natura protettivi. In ogni caso un evento emotivamente tossico.

Il tema della violenza è troppo vasto ed importante per poter essere sottostimato, qualunque sia la forma in cui si manifesta: invade la sfera personale, sociale, economica, educativa, giuridica. L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’affrontare il tema della sua necessaria prevenzione, parla di ‘modelli ecologici’, vale a dire sostiene che deve essere presa in considerazione nella sua enorme complessità e riconosciuta in tutte le sue manifestazioni, troppe delle quali vengono disconosciute solo perché normalmente accettate: a partire, aggiungo io, dallo scapaccione ‘educativo’ al bambino, dal cane alla catena, dal morso nella bocca del cavallo, per citare solo le più comuni. A sgombrare il campo da minimizzazioni sempre dietro l’angolo, vengono in aiuto le Linee Guida per la Protezione dei Bambini dalla Violenza, stabilite dal Consiglio d’Europa nel 2009: chiariscono che i minori devono essere protetti da qualunque forma di violenza ‘however mild’, espressione grandiosa nel suo significato: ‘anche tenue’. In un mondo, in cui i bambini sono anche quelli devastati quotidianamente dai bombardamenti siriani, imprigionati come criminali nelle prigioni libiche, ammazzati di botte da padri e patrigni nelle case italiane, la tentazione di giustificare con il confronto vantaggioso la cronaca del gattino ucciso senza colpa è dietro l’angolo: ‘non facciamola tanto lunga…..altri sono i fatti gravi….’ Quel mild marca la forbice tra il giudizio di chi ne è autore e il riverbero su chi ne è vittima e lo annulla:  eliminando il peso di interpretazioni soggettive, relativizzazioni, prevedibili distinguo. Perché tutte le forme di crudeltà sono collegate tra loro a livello di spinte di base, di manifestazioni, di interdipendenza reciproca.

In conclusione, è fondamentale avere coscienza della portata delle proprie azioni: lavorare per la costruzione di società non violente, non ammette la possibilità di ignorare che ogni atto violento può dare inizio ad un processo di assuefazione: «Una volta formatosi nella vita psichica, nulla può perire» diceva Freud; se si vuole prevenire, bisogna prima di tutto riconoscere le responsabilità insite nei propri comportamenti nei confronti degli individui più fragili e vulnerabili quali appunto sono i bambini.

Ultima considerazione: il probabile coinvolgimento di più figure nella scuola, ben oltre le singole responsabilità, adombra l’esistenza di un clima culturale che lo ha reso possibile, in  una ipotizzabile assuefazione a fatti di analoga portata; non si infierisce così su un essere indifeso se questo comportamento non è già entrato nel proprio mondo esperienziale; chi, pur avendone il dovere, non si è sentito sollecitato ad impedire o interrompere una scena di ordinaria violenza evidentemente non l’ha vissuta come inaccettabile brutalità. Si impone una seria riflessione, si impongono interventi riparativi dei danni psicologici compiuti sui bambini (quelli fisici  sul gattino purtroppo non contemplano rimedio), ma anche preventivi rispetto al possibile ripetersi di simili accadimenti e soprattutto chiarificatori di tutte le forme in cui la violenza si esprime.  «Se fossimo governati da persone di buon senso, la tutela degli animali rientrerebbe tra le priorità di ciascuno» dice il giornalista Kieran Mulvaney: ottimo compendio di una realtà dalle dimensioni enormi, se solo provassimo a capirne veramente il senso.

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