domenica, Dicembre 15

Quali sono le reali minacce cyber per l’Occidente? La manipolazione delle informazioni: ecco i cyber conflitti che rischiamo

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Recente la proposta della Commissione Europea di istituire una nuova Agenzia europea per la sicurezza cibernetica o sicurezza elettronica. «L’Europa non è ancora ben equipaggiata per affrontare i cyber attacchi», ha detto lo scorso 19 Settembre il Presidente della Commissione JeanClaude Juncker al Parlamento di Strasburgo. Si tratterà probabilmente di un’evoluzione della già esistente Enisa che ha sede a Iraklion, sull’isola di Creta; «un’agenzia dotata di un mandato permanente, che aiuterà gli Stati membri a prevenire efficacemente gli attacchi elettronici e a rispondere».

Si parla di un rafforzamento da più lati: si organizzeranno esercitazioni annuali di cybersicurezza per assicurare una «una migliore condivisione delle conoscenze e delle informazioni sulle minacce, creando dei centri di scambio e di analisi delle informazioni». Ma si interverrà anche sul budget e sul personale passando da 11 milioni di euro a 23 milioni e dalle 84 persone alle 125. Ma la proposta della Commissione va oltre e tocca anche l’idea di creare un centro europeo di ricerca in materia di cybersicurezza, un piano che mira a garantire una reazione rapida dell’Unione e dei suoi Stati nel caso di un grosso attacco informatico. Viene proposta anche una direttiva che prevede nuove misure di lotta contro la frode e la contraffazione dei mezzi di pagamento diversi dal contante.  La direttiva dovrebbe rafforzare la capacità delle polizie di lottare contro questo tipo di crimine, allargando il campo dei reati connessi ai sistemi informatici, per includervi tutte le operazioni di pagamento, incluse quelle realizzate con monete virtuali.  «Va dedicata più attenzione al ‘cyber-igiene’: il 95% degli attacchi cibernetici è reso possibile da una qualche forma di errore umano. Bisogna imparare a ‘lavarsi le mani’ anche nel cyberspazio, come si fa comunemente prima di mangiare», ha affermato Andrus Ansip, il vicepresidente dell’esecutivo Ue per il Mercato unico digitale.

Ma quali sono le minacce reali per lOccidente e quali i conflitti cyber già in corso o potenziali?

In Germania le elezioni sono sempre più vicine ed il timore di possibili attacchi cibernetici cresce. Episodi simili sono già accaduti nelle elezioni presidenziali statunitensi dello scorso novembre ed i quelle francesi. Si teme che gli hacker, che sarebbero di nazionalità russa, possano strumentalizzare le informazioni rubate con lo scopo di indebolire la posizione della Merkel e dei suoi alleati, facendo un favore a chi è meno ostile alla Russia.

Certo è che siamo dinanzi a minacce che «non conoscono confini», come le ha identificate Juncker. Per lo più, il dato che più preoccupa, è che sono un fenomeno in crescita: secondo i dati dell’Ue, gli attacchi informatici di tipo ‘ransomware’, (che si verificano quando i dati contenuti nel pc della vittima vengono resi inaccessibili tramite criptazione e viene chiesto un riscatto, generalmente in denaro, per ‘liberarli’), nel 2016, sono stati nel mondo più di 4.000. Inoltre, l’80% delle imprese europee ha subito almeno un incidente relativo alla sicurezza elettronica nell’ultimo anno e ciò nonostante, il 69% delle aziende non ha alcuna conoscenza della propria esposizione a questo tipo di minaccia ed il 60% delle società non ha mai stimato le perdite finanziarie che un attacco elettronico di grande portata potrebbe provocare.

I professionisti del settore militare e dell’intelligence di tutto il mondo vedono il cyberspazio e la rete web in modo diverso. Non c’è, in altre parole, una visione unificata del fenomeno. In Occidente il cyberspazio è visto come qualcosa che assomiglia ad un ‘agente di facilitazione’ che può essere sfruttato a vantaggio dello spionaggio, del sabotaggio e delle distorsioni di vario genere. Nei regimi autocratici, invece, come Cina e Russia, il cyberspazio è uno strumento per il controllo politico, per l’influenza delle narrative, sia domestiche che del mondo estero.

Secondo Alexander Klimburg, direttore del Cyber Policy and Resilience al Hague Centre for Strategic Studies, la cosa più interessante è proprio la diversità in cui questo fenomeno è visto in considerazione della questione della sicurezza nazionale. «Se consideriamo il punto di vista militare, c’è chi pensa che sia un fattore che influenza le guerre internazionali, qualcosa che si aggiunge al campo di battaglia ma non lo cambia di per sé e poi ci sono quelli che credono che apporti un qualcosa di completamente nuovo alla percezione della guerra, una dimensione nuova per i conflitti», afferma Klimburg. «La mia preoccupazione è che, mentre prima Internet era orientato al cittadino ed alle sue esigenze, quindi, ad uno specifico obiettivo, ora è orientato a qualcosa di diverso che ha un’implicazione militare e sulla sicurezza delle Nazioni».

E’ chiaro che la Russia ha un modo diverso di vedere internet rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. «Per l’Occidente è senz’altro una tappa basilare dello sviluppo che serve alla società, al settore privato e, solo in ultimo, ai Governi». Internet oggi è composto di molti fattori chiave, funzioni diverse. «Russia e la Cina hanno un approccio totalmente differente», precisa lo studioso. Per loro di tratta di «una relazione gerarchica, dall’alto verso i basso». «Significa controllo nel processo di produzione ma anche di informazioni».

Il punto centrale messo in luce da Klimburg è la manipolazione delle informazioni. Cosa possono fare allora gli Stati per proteggersi da questi attacchi?

Internet in Occidente è un meccanismo che prevede il flusso libero di informazioni, che riguarda le economie di scala ma anche dibattito civile. Nei Paesi autoritari è percepito come una minaccia al loro potere e, in quanto tale, deve essere una piattaforma monitorata, manipolata e censurata. La Russia ha provato a regolare il cyberspazio per mantenere il proprio potere, e adesso quello è diventato il modo con cui riesce a seminare confusione, diffidenza e narrative costruite a proprio favore.

«La battaglia delle informazioni consentita dal mondo virtuale si avvantaggia delle caratteristiche delle tecnologie dell’informazione e di internet: alta connettività, bassa latenza, alti livelli di anonimato, insensibilità della distanza e dei confini nazionali, accesso democratizzato alle capacità di pubblicazione, produzione senza costi e consumo di contenuti informativi», afferma Herb Lin del Center for International Security and Cooperation. «Questi aspetti delle tecnologie informative moderne permettono agli operatori stranieri dell’informazione di usare account Twitter automatici per amplificare messaggi singoli, comunicare con popolazioni intere a basso costo senza assumersi responsabilità e, allo stesso tempo, diffondere messaggi politici in un modo altamente personalizzato per audience particolari».

All’inizio del mese, Alex Stamos, responsabile della sicurezza di Facebook, ha annunciato che l’azienda ha bloccato parte dei 470 account e pagine false che si suppone siano stato creati per conto del Cremlino. Il fine? Usare 100.000 dollari per delle pubblicità che conducessero a divergenze durante la fine dell’elezione dell’ultimo anno. I ricercatori hanno scoperto, inoltre, che su Twitter è stato postato roboticamente l’hashtag #WarAgainstDemocrats più di 1.700 volte nella notte delle elezioni americane.

Secondo invece Michael Hayden, direttore della NSA e della CIA, gli Stati Uniti potrebbero rispondere alla Russia usando determinati «strumenti per attaccare le fondamenta della loro autocrazia». Hayden parla di tecnologie per l’anonimato, di crittografia che renda più difficile per il Governo russo tracciare i suoi cittadini e che permetta al pubblico di parlare liberamente ed in anonimato senza paura di rappresaglie governative.

Il potere dei social media è ormai chiaramente sotto gli occhi di tutti ma è anche vero che, come afferma Levi Maxey analista presso il Cipher Brief, spesso chi detiene queste compagnie a volte non ha né la motivazione, né la capacità, né la legittimazione di agire in risposta a queste manipolazioni. «Ci stiamo muovendo in un’area dove si rischia di permettere che tutti i tipi di contenuti diventino armi potenziali e quindi ci potremmo essere davvero dinanzi alla fine della libertà di espressione», ha affermato Klimburg. Una strada potrebbe essere, quindi, quella di assistere le popolazioni di questi regimi nel capire dov’è la verità; sarebbe questa probabilmente una delle risposta più appropriate alle campagne di disinformazione che oscurano la verità nelle democrazie.

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