lunedì, Ottobre 21

Quali relazioni tra curdi iracheni e Israele? La popolazione cerca di difendere le proprie conquiste e lo Stato mediorientale guarda con interesse

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Mentre le autorità centrali irachene capitolano di fronte all’avanzata delle armate dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, i peshmerga curdi lottano per difendere i confini della propria regione e per mantenere il controllo della città di Kirkuk, uno dei maggiori centri d’estrazione petrolifera dell’intero Stato. Il vuoto di potere prodotto dalla fuga delle forze dell’ordine irachene dalle città poste sotto assedio dalle forze jihadiste sta consentendo ai soldati curdi di prendere possesso di aree da lungo contese tra Iraq e Autonomia regionale curda come, appunto, quella di Kirkuk.

Alla ricerca di nuovi perni per la propria politica regionale, Israele assiste da anni con attenzione allo sviluppo della questione curda in Iraq. Le relazioni curdo-israeliane seguono da anni linee irregolari e di complessa definizione, divise tra il tentativo di stabilire relazioni ufficiali e fasi di raffreddamento. Sulla rivista ‘Middle East Quarterly’, l’analista Ofra Bengio ha pubblicato un approfondimento sulla storia delle relazioni curdo-israeliane, delineandone lo sviluppo, i momenti di crisi e le prospettive per un possibile rafforzamento. Alla base c’è una domanda fondamentale: il popolo curdo guarda a Israele come a un modello di riferimento per la formazione di uno Stato?

«Nessuna ben definita, consistente e aperta politica è stata formulata né da Israele né del Governo Regionale Curdo verso l’altra parte; sono state avviate solamente politiche ad hoc, in risposta al cambiamento di alcune circostanze» scrive Ofra Bengio. «Il soggetto è estremamente sensibile per entrambe le parte: i curdi temono la reazione del governo iracheno e dei cittadini iracheni, che potrebbero etichettarli come traditori; Israele, dal canto suo, è cauto nel non creare imbarazzo o a non dar mostra di voler incitare i curdi contro il governo iracheno. In termini pratici, entrambi i partiti hanno mostrato riluttanza nel mostrare qualsiasi tipo di relazione».

L’economia del Kurdistan iracheno pone le radici della propria solidità nell’industria petrolifera e nei settori delle costruzioni e dei servizi. La rendita petrolifera, in costante crescita a seguito dell’allontanamento da Baghdad, fornisce alla regione la liquidità necessaria per mantenere in attivo i conti pubblici e creare spazio per ristrutturare l’economia, consentendo al Governo di investire denaro per renderla più varia e resistente a possibili shock energetici. Riforme economiche saranno indispensabili per attirare investimento estero diretto, una delle priorità del Governo curdo, e per dar vita a un ceto imprenditoriale moderno e dinamico in una regione che non ne ha mai avuto uno.

Nel corso dell’ultimo ventennio, la leadership curda ha compreso come la strada da percorrere non sia quella della ricerca di una improbabile indipendenza o dell’affiliazione alle comunità curde presenti negli altri Stati, quanto piuttosto quella di una “espansione dell’autonomia guadagnata in Iraq”. Sotto questa luce andrà letta la scelta del Governo di Masoud Barzani di stipulare contratti con le maggiori compagnie petrolifere internazionali e di trattare con il Governo turco l’esportazione del proprio petrolio indipendentemente da Baghdad. Consapevole della leva garantitale dalla sua ampia disponibilità petrolifera, Erbil sta cercando di sfruttare il più possibile la debolezza del Governo di Baghdad per rafforzare ulteriormente le proprie prospettive di crescita e aumentare il proprio rilievo regionale.

Nel 2006, l’Autonomia regionale curda finanziò una campagna pubblicitaria intitolata “The Other Iraq” . Lo scopo era quello di attrarre investitori internazionali nella regione, mostrando come, nonostante la contiguità territoriale, il Kurdistan iracheno fosse estremamente distante dal caos imperante nelle altre regioni dell’Iraq: «I curdi dell’Iraq capiscono che il successo della loro emergente democrazia dipende fortemente dal successo della loro economia» era scritto nella presentazione del progetto pubblicitario. L’apertura dell’economia curda negli anni Duemila non è solo il prodotto dell’accresciuto benessere di una regione che per decenni ha sofferto per via dell’ostilità di Baghdad e per un’arretratezza strutturale, ma anche il frutto della volontà di affrancarsi in maniera crescente da uno Stato centrale sempre più debole e disunito.

Al giorno d’oggi, l’Iraq è il secondo produttore di petrolio all’interno dei Paesi OPEC e il terzo esportatore al mondo: si considera che il Paese disponga di riserve per un totale di 143 miliardi di barili. Una grande parte delle riserve petrolifere, vicina probabilmente al 70% complessivo, è situata nel Sud del Paese, mentre circa il 20-25% si trova nel Nord, per un totale stimato in circa 45 miliardi di barili, principalmente sotto il controllo del Governo regionale curdo. La forte instabilità dell’Iraq e le difficoltà che il Paese sta trovando nell’ammodernare la propria rete di oleodotti contribuiscono a diminuire l’affidabilità del suo settore petrolifero, spingendo un numero crescente di compagnie petrolifere a stabilire paralleli contatti con l’Autonomia regionale curda, nonostante le ripetute diffide provenienti dal Governo di Baghdad.

Le fondamenta dei rapporti petroliferi tra Erbil e Baghdad sono poste nella Carta costituzionale dell’ottobre 2005 e nella Oil and Gas Law varata dal Governo regionale curdo nel 2007. La Costituzione del 2005 ha rafforzato l’autonomia regionale del Kurdistan, riconoscendo il curdo come una delle due lingue ufficiali dell’Iraq e aumentando la libertà delle singole regioni nella gestione dei propri poteri politici ed economici. Un particolare livello di vaghezza riguardante la distribuzione degli introiti petroliferi nelle varie regioni ha però aumentato la discordia tra Governo federale e la regione curda, dando vita a malcontento da ambo le parti. La vaghezza riguarda in particolar modo lo status di Kirkuk, provincia contesa tra la regione curda e il Governo centrale nei cui giacimenti vengono prodotti circa 600mila barili di petrolio al giorno. Nel tardo 2012, si rischiò lo scontro aperto tra soldati dell’Esercito iracheno e miliziani curdi schierati a difesa dell’area.

 

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