martedì, Agosto 4

Quale prospettiva per la Turchia in Medioriente?

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La Turchia è un attore rilevante in un area oggi scossa da grave crisi di ridefinizione di equilibri. Il Medioriente da qualche anno a questa parte risulta essere un’area geografica in assoluto tumulto, con pochi punti fermi e molte incognite. Fino a qualche tempo fa, la Turchia era un attore che attraverso la strategia del soft power e zero problemi con i vicini, nonché le prime conseguenze della Primavera Araba, stava assumendo un ruolo come attore regionale di indiscusso rilievo. I punti di forza di questa visione erano da un lato, il ritrovato islamismo sunnita in Tunisia e Egitto con l’ascesa nei due Governi della Fratellanza Musulmana, dall’altro da una rete di scambi commerciali, specialmente nel campo energetico, primariamente con la Russia.

Ad oggi, nonostante Recepì Tayyip Erdogan abbia vinto di nuovo le elezioni, la posizione turca in una chiave geopolitica regionale non è delle migliori per una serie di fattori sia interni che esterni. Per quanto riguarda quelli interni, le questioni maggiori sono gli attentati subiti e il rapporto con il PKK. Per quanto riguarda gli attentati, dal giugno dello scorso anno ci sono stati cinque attentati pubblici in Turchia. L’ultimo, quello del 17 febbraio ad Ankara, è secondo fonti governative attribuibile proprio al PKK e all’omonimo partito curdo-siriano PYD (Partito dell’unione democratica), in particolare il suo braccio di sicurezza armato YPG.  Inoltre un attentato sempre contro i militari è accaduto in una città curda nella Turchia meridionale il giorno dopo. Il duro scontro che perdura ormai da qualche mese tra il Governo e il PKK, è una conseguenza del ruolo che la Turchia sta giocando nella difficile partita della guerra civile siriana-irachena. Questione che ha determinato l’uscita dalla maggioranza di Governo del PKK e di fatto riaperto l’aspro conflitto per l’indipendenza. Obiettivo primario di Erdogan è quello di annettere il Kurdistan siriano e influenzare quello iracheno, non senza resistenze da parte del PYD che governa il territorio curdo siriano e la volontà dei curdi iracheni di indire un referendum per l’indipendenza.

Anche la Libia è una delle partite aperte su cui la Turchia sta giocando la sua rilevanza come attore mediorientale. Sia nello scenario libico che in quello siriano iracheno la Turchia cerca di estendere la sua influenza sia nelle questioni politiche sia in quelle energetiche.

Entrambi i territori infatti sono forieri di importanti risorse energetiche, petrolio più che gas in abbondanza, nonché con un alto numero di popolazione sunnita. Sul piano politico, quello di essere il baricentro dello sviluppo islamista sunnita nell’area era uno degli obiettivi politici della Turchia, ma la deposizione di Morsi e la repressione di Al-Sisi in Egitto verso la Fratellanza Musulmana, oltre all’opaco risultato degli islamisti in Tunisia, hanno ristretto di molto le possibilità che il sogno turco in chiave islamista sunnita possa diventare fattibile.

Stesso copione sull’altro versante del reperimento delle risorse energetiche. Fino a qualche mese fa, lo sviluppo economico e il soddisfacimento dei bisogni energetici turchi erano garantiti da una stretta sintonia con la Russia di Putin, in particolare dalla fornitura di gas che doveva passare attraverso le acque e il territorio turco con il progetto del Turkish Stream, sfumato a causa dell’abbattimento dell’aereo militare russo. Considerato il fabbisogno del gas per la Turchia, vedere sfumati per i prossimi anni circa 16 miliardi di gas annui non è cosa da poco: solo Ankara ha una necessità annua quasi doppia. Saltata, almeno momentaneamente la partita energetica con la Russia,  e con i due tavoli critici e in bilico, Libia e il teatro siriano-iracheno la Turchia è costretta a guardare altrove per assicurarsi influenza politica e risorse energetiche.

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