giovedì, Ottobre 17

Qualche goccia di storia per illuminare il futuro Qualche insigne politico tutto intento a cambiare per lasciarsi vivere come in passato dovrebbe ricordare quanto accadde appena un secolo fa in Europa

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Ogni tanto dovrebbero esser presi dei libri dallo scaffale più alto di casa, quello ormai inaccessibile e non solo a uso di qualche poltrona traballante che ci mette a rischio l’incolumità del riposo. Se poi si ha una minima attenzione per quanto accade intorno, qualche vecchio saggio di storia potrebbe esserci utile a prevedere quanto ci aspetta più di un oroscopo perchè guardare il passato può essere assai utile per esplorare il futuro che ci sembra sempre più incerto.

Ebbene sì, a sfogliare qualche foglio di giornale domenicale, osserviamo questa Italia che si sente tanto una potenza mondiale senza percepire che un pezzo per volta i suoi abitanti stanno smarrendo le principali realtà produttive e imprenditoriali evitando ogni commento di chi regna (ma in Repubblica si può ancora usare questo termine?) e così le competenze e le capacità; qualche insigne politico tutto intento a cambiare per lasciarsi vivere come in passato dovrebbe ricordare quanto accadde appena un secolo fa in Europa e come ne fu affrontato lo scempio.

Uno scenario complesso che proveremo a sintetizzare in poche battute, con la condiscendenza di chi ci legge in una giornata estiva, sommersa da afa e da pioggia, da grandine e sole accecante. Dunque, andiamo un po’ indietro col tempo.

Sono in pochi a ricordare che la fine dell’Ottocento fu attraversata da una crisi economica di proporzioni globali: la prima a essere chiamata tale, perché la sua vastità corse su un’estensione temporale che rappresentò effetti profondamente seri e piuttosto simili a realtà contemporanee già percorse. E se proprio vogliamo dare una data d’inizio, pensiamo a quello che avvenne l’8 maggio 1887 alla Wiener Börse, una delle più antiche borse valori del mondo, fondata giusto un secolo prima da Maria Teresa d’Austria, in un’Europa che già aveva vissuto pesanti annate di carestia agricola, condite da un’onda lunga della Rivoluzione Industriale e pure dalle pericose mutazioni che stavano declassando il Congresso di Vienna conclusosi nel 1815, responsabile di moti e guerre ma anche di un assetto europeo profondamente stabile. Il malessere si palesò con il bisogno primario dell’uomo: l’alimentazione.

In campo agricolo, da pochi anni la peronosporaun’orribile malattia fungina crittogamica– aveva distrutto la maggior parte delle coltivazioni delle patate in Irlanda, che rappresentava in pratica il principale bene di sostentamento dell’intera nazione. A questa erano seguite diverse epidemie, principalmente di tifo e dissenteria, come conseguenza della fame che aveva portato il danno ambientale. I sopravvissuti al genocidio naturale e all’indifferenza dei paesi più vicini, si ammassarono sulle coffin-boats, ovvero navi-bara dirette in America per cercare un modo di vivere più decente. Queste imbarcazioni, più grandi dei gommoni che oggi sono il principale tema del Mediterraneo ma non per questo meno mortali, per non far perdere nulla agli spietati armatori del secolo (che oggi poi si chiamano scafisti!) nei viaggi di andata dall’America all’Europa riempivano le proprie stive di prodotti della terra provenienti dal basso costo dello schiavismo dell’Unione e pure dai campi di Australia e Argentina che ammazzavano i prezzi dell’agroalimentare del Vecchio Continente, danneggiando tutta una fascia assai importante di produttori di reddito, dai braccianti ai piccoli proprietari, perchè con il passaggio dalla vela al vapore la navigazione aveva abbattuto il costo dei collegamenti, per cui la caduta dei prezzi mandò velocemente in rovina un comparto tradizionale quanto indispensabile alla vita.

Alla fine di due secoli fa i generi alimentari erano beni primari per la ricchezza imprenditoriale e spesso vivevano i propri affari all’interno di un mercato rurale regionale caratterizzato da bassi profitti e comprensibilmente arretrato. Segnali che possono essere ripresi anche in un contesto più tecnologico. I raccolti sfavorevoli però avevano aperto anche un’altra voragine: nel settore industriale, a causa della crisi dei cereali e dell’ortofrutta si manifestò un restringimento di acquisti e quindi si amplificò una forte eccedenza di offerta ovvero un aumento della produzione non sostenuto da un’adeguata domanda, demolito anche dall’immissione di manufatti degli Stati Uniti, meno cari e già allora più tecnologicamente avanzati. Quello che ne conseguì è immaginabile. Parallelamente alla crisi agraria, si sviluppò una crollo manifatturiero causato dalle riduzioni della domanda, con profitti marginali calanti e scarsa circolazione monetaria. Un momento assai critico che comportò riduzioni salariali, massicci licenziamenti con effetti repressivi nei confronti dei rappresentati dei lavoratori. La piazza di Vienna fu la prima a pagare per il timore generalizzato della perdita dei risparmi da parte degli investitori ma negli Stati Uniti il 18 settembre successivo la crisi ebbe inizio con il fallimento della banca Jay Cooke & Company, con conseguente ondata di panico che in breve tempo polverizzò numerose comunità industrializzate che misero per strada i lavoratori sia dell’America. Di lì a poco anche in Francia, Germania e Gran Bretagna.

Qualcuno riesce a trovare un punto di incontro con il fallimento della Lehman Brothers dopo lo scoppio di una bolla immobiliare? Eppure a quei tempi il termine “globalizzazione” era pressoché sconosciuto! Oggi questi fenomeni hanno un termine preciso quanto agghiacciante, evidenziando la ciclicità dei processi economici, caratterizzati da fasi espansive e conseguenti depressioni, equivalendo le carestie dell’Ancien Régime con le crisi di sovrapproduzione: la prima conseguenza fu la decimazione del numero di occupati nel settore agricolo secondo i principi di divisione del lavoro. Sul piano industriale, che teniamo pur nella sua diversità a tenere sempre in parallelo con il settore agricolo, l’aumento del progresso tecnologico e l’ingresso di nuovi attori economici quali Stati Uniti e Prussia guglielmina determinarono un impetuoso aumento dell’offerta di beni senza la corrispondenza della richiesta di beni causata dall’assenza di una borghesia in grado di compensare i consumi con la circolazione monetaria azzerando la propensione ai consumi.

In Italia, inutile dirlo, le cose andarono peggio. Tra le prime misure, il governo di Francesco Crispi nel 1887 -e si è avuto anche il coraggio di dedicargli strade e monumenti!- con una politica protezionistica ingaggiò una guerra commerciale con la Francia, convinto che il regime doganale da lui ideato avrebbe influito sui rapporti commerciali di paesi con cui l’Italia esportava materie prime indispensabili, ovvero tessuti pregiati e vini da taglio. Ma non fu così. Il trattato commerciale che legava Italia e Francia fu disdetto ed iniziò una vera e propria guerra commerciale che sconvolse i traffici italiani verso l’estero, diretti per più di un terzo in Francia. La conseguenza sulla produzione agricola italiana fu pesante e si aggiunse alla crisi già in atto nel settore. Le produzioni viticole e di seta greggia faticarono a trovare un mercato di sbocco alternativo al paese guidato da François Sadi Carnot e la trasformazione delle colture di cereali in agrumi, olivi e vigneti venne ostacolata con notevoli danni all’economia delle regioni meridionali e insulari, con la rovina di migliaia di coltivatori e relativa disoccupazione di manodopera. Allora si tentò la carta del risanamento con investimenti nel settore edilizio ma incapacità e disonestà seppero ben regnare un popolo “pronto a soccorrere sempre i vincitori”: troppi avventurieri si lanciarono nella speculazione facendo sorgere istituti bancari specializzati che avevano la funzione di raccogliere capitali da privati e per ottenere credito dalle maggiori banche . Una nave scuola per i subprime e Lehman Brothers! E fu così che si arrivò allo scandalo della banca costituita nel 1835 sotto Papa Gregorio XVI; con numerosi salvataggi che se ebbero il merito di ritardare la crisi, ma furono sicuramente responsabili di aggravarne gli effetti. La rivelazione di alcuni rapporti, quali la relazione Alvisi-Biagini, finita nelle mani di Maffeo Pantaleoni e di Napoleone Colajanni, fecero emercere tutta la dimensione di una montagna sommersa che costò all’Italia disoccupazione e emigrazione.

Il lettore giunto fino a questo punto si domanderà il perché di un rispolveratone così triste della storia. Non sarà così adesso ma allora in Italia vivevano politici corrotti e faccendieri incompetenti.

La prima conseguenza fu la la rovina quasi totale del sistema bancario italiano, con la caduta dei due più potenti istituti di credito ordinario, che estendevano la loro azione su tutto il territorio del Regno, lasciando l’Italia del tutto sprovvista dai grosse banche, ma fu anche la strage degli sportelli minori. Accanto ad essi rimasero in vita solo le casse ordinarie e postali di risparmio e le banche popolari. Dal 1890, anche per ripercussione della crisi manifestatasi in tutta Europa, gli indici della vita economica italiana diedero la prova di un peggioramento generale dei prezzi, nella produzione agricola, mineraria ed industriale, nel movimento ferroviario, nel commercio con l’estero e specialmente nelle importazioni di materie prime, ed anche di molti tipi di macchine industriali, che non potevano essere fornite dalla produzione nazionale per incomprensibili afflati di nazionalismo bigotto. Per concludere, Crispi nel 1888 approvò per primo la legge italiana in favore dell’emigrazione verso altri continenti per ridurre la fascia proletaria molto elevata a causa di un apparato produttivo incapace di reggere la concorrenza internazionale, provocando di fatto la fuga di capitali francesi e il crollo di degli investimenti. Che statista illuminato!

Siamo lontano da queste realtà? Speriamo, dal più profondo dei nostri cuori. Ora la situazione è tanto diversa…

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