mercoledì, Novembre 25

Pyongyang, lo scomodo alleato La Cina e le difficoltà nel gestire i rapporti con il vicino nordcoreano

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Dall’inizio del 2012, in coincidenza con la salita al potere di Kim Jong-un, nuovo Supremo Leader della DPRK (Democratic People’s Republic of Korea), la Corea del Nord ha intensificato le proprie attività legate alla sperimentazione nucleare in ambito bellico, arrivando a realizzare, nel febbraio 2013, un nuovo test nucleare sotterraneo, il terzo in sette anni; provocando così l’unanime reazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e non pochi grattacapi ai vertici di Pechino, storico alleato di Pyongyang sin dai tempi della Guerra di Corea (1950-1953).

Da allora non è stato raro osservare, in Cina, il moltiplicarsi di cori critici più o meno velati, atti a riportare l’irruento (e per certi versi imprevedibile) alleato nordcoreano su un binario di maggiore ‘gestibilità diplomatica’. Ne sono un esempio l’ammonimento di Xi Jinping, Presidente cinese in carica, lanciato in occasione della cerimonia di apertura del Forum annuale di Boao del 2013, sul fatto che «a nessuno dovrebbe essere consentito di gettare una regione e persino il mondo intero nel caos per soddisfare i propri guadagni egoistici», a cui aveva fatto poi eco la voce del Ministro degli Esteri cinese, che si era detto «seriamente preoccupato per le continue e crescenti tensioni»; o la controversia, scoppiata l’anno precedente, tra il Governo nordcoreano e il Gruppo Xiyang, una compagnia mineraria cinese la cui pubblica condanna alle azioni del regime era costata la perdita di diversi milioni di dollari.

La gestione del confronto tra Pechino e Pyongyang non può trascurare la sfera economica, che per il momento non sembra aver subito scossoni significativi. Gli storici legami politici, uniti ai forti incentivi finanziari creati negli ultimi anni, hanno nel tempo incoraggiato gli investimenti diretti cinesi in Corea del Nord (per una cifra che si stima oltre i 300 milioni di dollari); mentre per quest’ultima, gli scambi con la Repubblica Popolare rappresentano circa il 70% del proprio commercio estero.

La cooperazione economica tra Cina e Corea del Nord non ha significato soltanto flussi di capitali, ma anche di lavoratori, businessmen, studenti, funzionari e turisti; stimolando, oltre alla semplice capitalizzazione, la creazione di zone di sviluppo economico congiunto, che hanno a loro volta permesso scambi e mobilità attraverso i sino ad ora pressoché inespugnabili confini geografici della DPRK. Il fatto che le critiche al Governo nordcoreano arrivino non più solo dalla sfera diplomatica, ma anche da quella economica (si prenda come esempio il caso della già citata compagnia Xiyang), potrebbe rappresentare un segnale che le basi della storica alleanza stiano iniziando a traballare. Ma per la maggior parte degli esperti si tratta di ‘scricchiolii’ diplomatici che non andranno a minare le reali fondamenta del sodalizio tra Pechino e Pyongyang.

Come chiarisce Andrei Lankov, Professore specialista in Studi coreani presso la Kookmin University di Seoul, l’escalation di autoritarismo del regime nordcoreano e la politica di proliferazione nucleare costituiscono certamente un problema per i rapporti con Pechino, che non risulteranno però realmente intaccati, se non in minimo grado. “Se verrà condotto qualche nuovo test, la Cina mostrerà certamente il suo disappunto, ma non assumerà misure che rischino di compromettere la stabilità interna della Corea del Nord. Ciò è comprensibile, dal momento che per la Cina una Corea del Nord nuclearizzata non è una buona notizia, ma una Corea del Nord instabile e prossima al collasso è una prospettiva di gran lunga peggiore. Perciò tutto quello che la Cina può permettersi di fare è adottare solo misure moderate e lievi sanzioni che non avranno impatto sul comportamento della Corea del Nord.”

Poche cose sono cambiate dunque dall’epoca del ‘Caro Leader’ Kim Jong-il, l’ex dittatore padre del giovane Kim Jong-un; la Corea del Nord continua infatti a modellare la propria politica interna ed estera sulla minaccia bellica e umanitaria. A costringere la Cina verso un atteggiamento cauto è proprio la prospettiva di dover gestire un’enorme affluenza di immigrati e rifugiati diretti dalla Corea del Nord verso i confini cinesi, russi e sudcoreani. Oltre a questo, è evidente come il mantenimento della stabilità del regime nordcoreano giovi a Pechino anche nella misura in cui il confine geografico del 38° parallelo funge da barriera contenitiva nei confronti delle forze militari statunitensi dislocate in territorio sudcoreano. La prospettiva della ‘rottura’ degli attuali confini e di un’eventuale riunificazione (recentemente ventilata anche da Park Geun-hye, la Presidente della Corea del Sud) significherebbe una Corea del Nord ‘americanizzata’ e una Cina costretta a far fronte a un destabilizzante flusso migratorio.

Seppur con il sentore che la minaccia nucleare-missilistica nordcoreana, diretta contro Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone, abbia a che fare per lo più con una strategia di mantenimento della stabilità interna del regime e con l’obiettivo di Pyongyang di essere riconosciuta con lo status di potenza nucleare, nondimeno la preoccupante escalation provocatoria della Corea del Nord (come è stata definita dal Dipartimento di Stato USA) impensierisce Pechino, dal momento che questa stessa minaccia rappresenta un’opportunità di coesione tra Washington e i suoi alleati nella regione, che porta a un rafforzamento della presenza americana nel Nord-Est asiatico e al consolidarsi di partnership strategico-militari che hanno tutta l’apparenza di un tentativo di ‘containment’ dell’influenza cinese.

La Cina deve quindi far fronte al proprio difficile ruolo di (unico) alleato della Corea del Nord nella regione, e allo stesso tempo di membro permanente di quello stesso Consiglio di Sicurezza che ha esplicitamente condannato le provocazioni nucleari di Pyongyang, procedendo verso un inasprimento delle sanzioni nei confronti del regime a cui la stessa Cina, nel rispetto del ruolo diplomatico che riveste, non è in grado di sottrarsi.

Dopo l’ultimo test nucleare dello scorso febbraio, Pechino si è infatti vista costretta a votare con decisione a favore delle sanzioni, che sino a quel momento erano sempre state aggirate con agevolezza nel nome del sostegno nei confronti del regime. Proprio verso la fine di marzo, da un’accademia militare nordcoreana, si sono levate voci critiche che definivano la Cina un Paese «voltagabbana e nostro nemico» (un motto ripreso dal ‘Caro Leader’ Kim Jong-il); mentre il tabloid quotidiano cinese ‘Global Times’ pubblicava un editoriale contenente aspre critiche riguardo al programma nucleare della Corea del Nord. A rincarare la dose sono state poi le dichiarazioni del Presidente Xi Jinping durante un meeting con la Presidente sudcoreana Park, a margine del summit sulla Sicurezza Nucleare dell’Aja del 25 marzo, in cui esprimeva addirittura (almeno formalmente) il suo supporto nei confronti della realizzazione di una «indipendente e pacifica riunificazione» delle due Coree. Riunificazione che viene vista dal Nord come un «sinistro tentativo di unificazione attraverso l’assimilazione».

Nonostante non si possa ancora parlare di un vero e proprio ‘raffreddamento’ nelle relazioni bilaterali tra la Cina e la Corea del Nord, è innegabile il fatto che vanno progressivamente delineandosi delle problematicità reali nel rapporto tra i due Paesi. Alle scaramucce mediatiche e alle prese di posizione diplomatiche vanno infatti ad aggiungersi altre ‘spie’ rivelatrici, come l’apertura di un dialogo ufficiale con il Giappone da parte di Pyongyang, a cui fa da contraltare l’avvicinamento tra Pechino e Seoul; o come le reciproche restrizioni doganali che hanno colpito tanto la circolazione di merci nordcoreane che gli investimenti cinesi, secondo quanto riportato da fonti sudcoreane.

Che si tratti di semplici schermaglie diplomatiche o del rischio reale di una degenerazione nei rapporti tra Pechino e Pyongyang, resta il fatto che la Cina è al momento l’unico attore in grado di stabilire un dialogo diretto con il regime e di influire su di esso, confermando una volta di più il proprio ruolo chiave all’interno di una crisi che va assumendo caratteri sempre più estesi e preoccupanti.

 

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