lunedì, Maggio 27

Pyeong-Chang 2018: diplomazia olimpica o vetrina mediatica? Con il Professor Alessandro Politi (SIOI), analizziamo le implicazioni della diplomazia sportiva delle due Coree

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Fin dalle loro origini, nell’VIII secolo a.C., i Giochi Olimpici hanno avuto un importante ruolo politico, oltre che sportivo.

È celebre l’aneddoto secondo cui le Polis elleniche, in perenne guerra tra loro, sospendessero le azioni belliche ogni quattro anni, proprio in occasione delle Olimpiadi. In realtà, più che smettere di combattere per rispetto allo spirito sportivo di un evento, le parti belligeranti erano concordi nel mettere in atto una tregua che permettesse ai partecipanti ai Giochi di raggiungere Olimpia senza correre alcun rischio: in ogni caso, anche se non si combatteva più sui campi di battaglia, la tregua non impediva alle Polis in guerra tra loro di preparare nuove mosse e di spostare truppe, in uno spirito tutt’altro che pacifico. La stessa idea di spirito sportivo era ben lontana da quella che possiamo immaginare: nel mondo ellenico antico, i Giochi Olimpici erano un evento sacro, legato a riti religiosi: il moderno “che vinca il migliore” non apparteneva a quel mondo e le Polis si sfidavano, oltre che per rendere omaggio agli Dèi, anche per affermarsi sui propri concorrenti politici. In quel mondo, il confronto atletico, il rito religioso ed il confronto politico erano fusi tra loro da un legame indissolubile. Questo fino alla chiusura decretata nel 393 d.C. dall’Imperatore Teodosio, su pressione del Vescovo di Milano, Ambrogio, in conseguenza degli editti che fecero del Cristianesimo l’unica religione tollerata nell’Impero Romano.

Le Olimpiadi moderne, iniziate nel 1896 (in versione invernale nel 1924), avrebbero dovuto incarnare uno spirito ben diverso: nello spirito di Pierre de Coubertin, che riuscì ad organizzare la prima edizione moderna dei Giochi, si sarebbe dovuto trattare di una celebrazione dell’unità e della pace tra i popoli. A volte è stato così, ma non sempre.

L’ampia visibilità internazionale dei Giochi Olimpici ha molto presto caricato di peso politico le competizioni: si pensi alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e al peso della vittoria dello statunitense di colore Jesse Owens proprio nella patria delle teorie razziste; si pensi al valore ideologico dei confronti tra atleti statunitensi e sovietici negli anni della Guerra Fredda (e ai reciprochi boicottaggi: quello statunitense a Mosca 1980 e quello sovietico a Los Angeles 1984); si pensi, infine, al valore che ebbe l’attentato portato da un gruppo di terroristi palestinesi contro la delegazione israeliana durante le Olimpiadi di Monaco del 1972.

Negli ultimi tempi, si è tornato a parlare del peso politico delle Olimpiadi e della cosiddetta diplomazia sportiva. In occasione dei prossimi Giochi Olimpici Invernali di Pyeong-Chang, in Corea del Sud, sono state messe in atto una serie di iniziative diplomatiche per far sì che atleti nord-coreani e sud-coreani possano partecipare alla cerimonia di apertura sotto un’unica bandiera: si tratta di un passo avanti verso una pacificazione, seppur relativa, tra Seul e Pyongyang, in conflitto fin dallo scoppio della Guerra di Corea nel 1950.

Ciò che stupisce, però, è il repentino cambio di atteggiamento del Governo nord-coreano nei confronti dei vicini meridionali. L’apertura al dialogo nel nome dello spirito olimpico, infatti, arriva dopo un periodo in cui Pyongyang ha sfidato lungamente l’intera Comunità Internazionale (in particolare gli Stati Uniti ed i loro alleati sud-coreani e giapponesi, ma anche i propri alleati cinesi) con i propri esperimenti sui missili balistici e sulle testate nucleari. Per mesi, alimentata anche  dall’atteggiamento del Presidente USA, Donald Trump, la tensione tra Washington e Pyongyang è cresciuta ininterrottamente; poi c’è stata questa apertura inattesa che, tra l’altro, ha spiazzato non poco l’Amministrazione statunitense.

Sulle ragioni e le strategie che sono dietro la nuova diplomazia olimpica delle due coree si è molto scritto: se, da un lato, si parla ufficialmente di spirito olimpico, dall’altro, è certo che i rispettivi Governi abbiano ben valutato le possibili implicazioni politiche di questa strategia.

Per tentare di fare un quadro sulla questione, abbiamo parlato con il Professor Alessandro Politi, docente di geopolitica della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI).

Che cos’è la diplomazia sportiva? Quali sono le implicazioni politiche e diplomatiche che lo sport può avere?

La diplomazia sportiva non è altro che l’uso diplomatico di occasioni sportive, per concreare occasioni di negoziato. Uno dei grandi classici sempre citati è la ping pong diplomacy fatta dal Presidente americano Richard Nixon durante la Guerra Fredda per avvicinarsi alla Cina ancora sotto Mao Zedong. Si usa un canale in genere poco controverso, quindi: lo sport che piace a tutti, o il turismo, o la cultura, che piace a tutti, a meno che non ci siano temi culturali molto polarizzanti o molto controversi. Si utilizza lo sport in modo da avvicinare due controparti che non hanno molte relazioni o che partono col piede sinistro, con troppi sospetti, troppe diffidenze. Si usano queste occasioni per creare un clima dove naturalmente, se la cosa è ben gestita, si crea l’occasione per poi avere un dialogo politico. La diplomazia politica è una cosa vecchia quanto il mondo. Pensiamo a quando durante le feste Olimpiche dei greci tutte le guerre dovevano cessare.

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