martedì, Marzo 19

Putin, Trump e il rischio nucleare: l’orologio atomico è ripartito Con il Gen. Vincenzo Camporini (IAI) analizziamo i rischi di una nuova corsa agli armamenti nucleari

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Mosca, 20 dicembre: nel tradizionale incontro del Presidente della Federazione Russa con la Stampa, Vladimir Putin ha evocato apertamente lo spettro di un conflitto nucleare. Il Presidente russo ha espresso preoccupazione per la decisione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di ritirare il proprio Paese dallo Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF: Trattato sulle Forze nucleari a Medio-Raggio).

Firmato nel 1987 dall’allora Presidente USA, Ronald Reagan e dal Segretario Generale dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbačëv, il trattato INF rappresentò una tappa importantissima nel processo di disinnesco della minaccia atomica iniziato nel 1968 con il Trattato di Non Proliferazione (TNP) e proseguito con gli Strategic Arms Reduction Treaty (StART: Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche) dal 1991 al 2010.

La scelta di Trump, motivata da presunte violazioni da parte russa, rappresenta per Putin una minaccia reale alla sopravvivenza del genere umano: se gli USA continuano nella loro politica unilaterale e pensano di poter installare i loro sistemi missilistici, in Europa orientale e in Giappone, ha ragionato il Presidente russo, è naturale che Mosca non potrà che rispondere alla provocazione, in primo luogo schierando le proprie armi strategiche.

La preoccupazione di Putin potrebbe essere reale, ma il discorso, che ha citato esplicitamente gli europei, potrebbe essere anche interpretato con un messaggio politico. Oltre agli statunitensi, il destinatario potrebbe certamente essere l’Unione Europea che seppure con accenti meno aggressivi rispetto a quelli di Trump, ha diversi punti di frizione con la Russia, primo tra tutti la questione ucraina.

Il messaggio, inoltre, arriva in concomitanza con alcuni fatti importanti: da un lato l’annuncio del ritiro della gran parte del contingente statunitense sia dalla Siria che dall’Afghanistan (annuncio che ha provocato le forti proteste dei curdi e le dimissioni del Segretario alla Difesa USA, Jim Mattis), dall’altro c’è la missione effettuata dai alcuni bombardieri russi Tu-160 in Venezuela (che ha destano non poca preoccupazione a Washington).

L’allarme lanciato da Putin, quindi, può essere letto come un messaggio politico diretto tanto agli USA, avversari di sempre, quanto alla UE, che si trova dilaniata dalla crisi interna e spiazzata dalla nuova linea politica statunitense portata avanti da Trump.

Per tentare di capire quanto ci si trovi di fronte ad un rischio reale e quanto si tratti di semplici manovre di strategia politica, abbiamo parlato con il Generale Vincenzo Camporini, Vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), in passato Presidente del Centro Alti Studi della Difesa, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Capo di Stato Maggiore della Difesa.

 

Esiste un rischio effettivo di un conflitto nucleare come evocato da Vladimir Putin?

Il rischio c’è sempre stato, anche se è ovvio che le armi nucleari sono state costruite per non essere utilizzate e per essere sfruttate come strumento di pressione politica. Purtroppo stiamo assistendo ad una sorta di banalizzazione dell’impiego dell’arma nucleare, a partire dalla strategia nucleare degli Stati Uniti, pubblicata qualche mese fa, fino ad arrivare alla dottrina nucleare russa, che era già quella sovietica, per cui in certe condizioni l’impiego dell’arma nucleare è demandata al Comando di Teatro e non dev’essere autorizzato a livello politico. Siamo di fronte a tutta una serie di fatti e di procedure indubbiamente costituiscono un rischio: che questo rischio sia attuale, potenziale oppure totalmente teorico, è tutto da discutere; in ogni caso io sono abbastanza preoccupato perché vedo che si stanno facendo tutta una serie di passi che costituiscono un avvicinamento pericoloso a situazioni di crisi che poi possono diventare incontrollabili. Anche se la Storia non si ripete, questa è una situazione che, in qualche modo, riecheggia quello che accadde nel 1913-14, quando si parlò addirittura di “passeggiata dei sonnambuli”: senza che ce ne si rendesse conto, passo dopo passo, ci si avvicinava allo scontro mortale; il tutto nella piena inconsapevolezza dell’opinione pubblica. Piccoli eventi, che di per sé non significavano nulla, in realtà avvicinavano allo scontro: quello che è successo nel Mare di Azov qualche settimana fa tra le motovedette ucraine e la flotta russa è un classico esempio; ne è un esempio la dichiarazione di Trump di abbandonare la Siria in questa fase, cosa che ha scatenato la reazione immediata di Jim Mattis, che ha presentato le sue dimissioni. Io sono molto preoccupato di quest’ultimo aspetto perché conosco personalmente Jim Mattis: lo considero una mente superiore, un grande stratega, un grande soldato, un grande politico e non vedo quali altre teste pensanti rimangano nell’entourage di Trump; la cosa è molto preoccupante anche perché i ‘tweet‘ di Trump spesso hanno conseguenze che magari Trump stesso non immagina.

Questo rischio ha solo a che fare con il ritiro degli USA dal trattato INF o ci sono altri elementi di rischio?

C’è tutta una serie di elementi che, in qualche modo, alimentano la tensione. Il comportamento di Putin in Ucraina è assolutamente riprovevole e non condivisibile e certamente ha costituito una rottura in un equilibrio che bene o male si reggeva. La decisione di Trump do ritirarsi dallo INF è sicuramente un altro elemento molto critico, come è molto critica la possibilità che il Trattato New StART non venga prorogato: se questo dovesse avvenire, si scatenerebbe una nuova corsa agli armamenti nucleari di cui non si sente nessuna necessità perché le bombe disponibili sono più che sufficienti per annientarci tutti. La tensione cresce ed è normale che cerchi uno sfogo: se questo sfogo viene aiutato con la diplomazia e con l’arte del buon governo, bene; se così non avviene, il rischio diventa concreto.

Oltre all’uscita degli USA dal trattato INF e ai focolai di tensione in Medio Oriente e in Ucraina, ci sono altri punti caldi che si tende generalmente ad ignorare?

Ci sono aspetti che non vengono considerati. La decisione di Trump di ritirare i suoi soldati dalla Siria, ad esempio, significa lasciare mano libera alla Turchia nella sua lotta contro i curdi, che sono stati traditi per l’ennesima volta. Questo significa che la Turchia cercherà di estendere la sua influenza: ha già occupato alcune città sulla fascia del confine siriano e c’è il rischio di un conflitto di interessi, che può diventare anche un conflitto politico, con l’Iran e con la Russia stessa. In tutto questo bisogna anche tener conto di Israele, che avverte con grande preoccupazione la presenza iraniana in Siria e che ha un accordo con la Russia per mantenere gli iraniani a non meno di ottanta chilometri dalla sua frontiera. L’equilibrio è molto precario e potrebbe succedere di tutto.

Quello che accade nel Mar della Cina Meridionale è un altro elemento di preoccupazione, così come lo è la diatriba che ha portato all’arresto della figlia del titolare di Huawei. Non vedo nessun fatto che mi induca all’ottimismo.

Quella di Putin è una reale preoccupazione o si tratta di mosse di strategia politica tra russi e statunitensi?

Tutti i messaggi sono mosse politiche. È evidente che Putin abbia cercato di far passare un suo messaggio che può essere letto in modo benevolo o in modo malevolo: può essere infatti inteso come un avvertimento sulla propria volontà di agire in maniera autonoma in ‘casa propria’, dove con ‘casa propria’ non si intende semplicemente la propria Nazione ma anche i Paesi circostanti. Il fatto di dire “se schierate i missili a corto e medio raggio in Polonia, la Russia si riterrà aggredita”, significa considerare quei Paesi dei Paesi a sovranità limitata. Non entro nel merito se sia giusto o sbagliato, ma è un fatto che il messaggio politico è un messaggio molto pesante e molto chiaro, anche perché Putin, in caso di provocazione, ha utilizzato l’espressione “prendere le proprie contromisure”, il che potrebbe andare al di là dello schieramento di missili da parte sua. Dal punto di vista strettamente militare, inoltre, non ce n’è la minima necessità, perché la disponibilità di questo tipo di armi imbarcate o su navi o su aerei è sicuramente più che sufficiente una capacità operativa ad entrambi i contendenti. Sembra quasi che questa vicenda dello INF venga utilizzata strumentalmente per accrescere la tensione sia da parte di Putin che da parte di Trump.  Non ci sono innocenti: gli Stati Uniti asseriscono che siano stati violati questi trattati e un’analoga accusa viene rivolta da parte russa. I russi, infatti, sostengono che gli statunitensi stiano istallando dei missili superficie-aria in questi Paesi: questa batterie, potenzialmente, possono ospitare anche missili superficie-superficie. Le accuse sono reciproche e sono indice della mancanza di volontà di giungere ad un accordo che, invece, potrebbe essere cementato se venisse accettato un regime di ispezioni trasparente e chiaro, magari con una forma di reciprocità: questa potrebbe essere una mossa politica distensiva da entrambe le parti. Non si sta andando in questa direzione e questo è un fatto preoccupante. Non dimentichiamoci dei bombardieri russi atterrati in Venezuela poco più di una settimana fa; questo aggiunge un gradino in più alla lista dei fatti preoccupanti: i bombardieri che sono stati inviati in Venezuela sono dei Tu-160 che sono in grado di portare armi nucleari; in questo caso non le avevano, ma la possibilità, tecnicamente, non rappresenta un problema. Sono tutti piccoli passi di questa ‘marcia dei sonnambuli’.

Il rischio, quindi c’è. È un rischio potenziale, non imminente, però esiste. La metafora dell’orologio nucleare, coniata da un gruppo di scienziati negli anni della Guerra Fredda, è ancora attuale: ci sono stati dei momenti, in passato, in cui il countdown è arrivato pericolosamente vicino allo zero; con la fine della Guerra Fredda, l’orologio è stato rimesso indietro; adesso, invece, l’orologio è tornato a muoversi in direzione dello zero.

Questo dovrebbe far pensare tutti quanti, anche i nostri governanti: oggi io vedo questa Italia concentrata sul proprio ombelico, sui propri problemi di bilancio e su misure da prendere senza nessuno sguardo all’esterno, senza nessuna volontà di inserirsi in un dibattito o di fare e sostenere delle proposte costruttive. Per fare un esempio, esiste un gruppo di alto profilo che si occupa dello stato della proliferazione atomica: all’interno di questo gruppo, l’Italia è rappresentata solo da due pensionati, un diplomatico e un Generale, che sarei io.

Possiamo dire che, paradossalmente, con la fine della Guerra Fredda il rischio di un disastro nucleare sia aumentato?

Diciamo che nell’immediato è diminuito e arrivato quasi allo zero; adesso, con una maggiore aggressività russa e con i ‘tweet‘ volutamente imprevedibili di Trump, le cose sono andate peggiorando perché gli equilibri vengono messi fortemente in discussione.

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