domenica, Agosto 9

Putin taglia le pensioni e perde i voti Salgono in compenso soprattutto i consensi per il partito comunista, forse avviato verso un ruolo più credibile di oppositore

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Vladimir Vladimirovic Putin come Elsa Fornero o, per rispettare di più i gradi, come Mario Monti? Il paragone può suonare azzardato sotto vari aspetti salvo però almeno uno, e comunque si impone guardando all’attualità politica italiana. Com’è noto, il ‘nuovo zar’ piace molto agli odierni governanti romani, che sarebbe forse eccessivo sospettare di una particolare ammirazione per il modello russo di ‘democrazia illiberale’, nonostante la calda amicizia che lega quanto meno un membro della coppia gialloverde al premier ungherese Viktor Orban, suo controverso portabandiera all’interno dell’Unione europea.

Il buon senso farebbe piuttosto credere che l’odierna Russia, semmai, attragga tanto i capi e fors’anche molti militanti ed elettori dei due maggiori partiti nostrani in quanto utile come sponda per la loro ribellione all’egemonia americana (sia pure in multiforme declino) nel campo occidentale e soprattutto a quella tedesca ovvero degli eurocrati di Bruxelles al di qua dell’oceano.

Si deve comunque presumere che l’attrazione sia così forte per un verso, e magari selettiva per un altro, da far sì che Matteo Salvini e Luigi Di Maio passino tranquillamente sopra a quello che ai loro occhi dovrebbe costituire un imperdonabile misfatto del loro idolo moscovita: la brusca elevazione dell’età pensionabile, in Russia particolarmente bassa da parecchi decenni e in aumento per vari motivi più o meno cogenti in tutto l’Occidente.

Per diversi altri motivi anche la Federazione post-sovietica non nuota nell’oro e deve badare con molta cura ai conti pubblici anche se, da un lato, le pensioni vi sono generalmente misere mentre il carovita non scherza e, dall’altro, il Paese resta assai lontano per sua fortuna, o merito, dal colossale debito pubblico italiano. Putin, ad ogni modo, ha decisamente optato per una misura inevitabilmente impopolare, e rivelatasi tale, anzi, anche più del previsto, verosimilmente calcolando di poterselo permettere senza incorrere in grossi guai, ovvero di poterli eventualmente fronteggiare con il rigore necessario per uscirne senza danni.

Se il calcolo sia giusto, si vedrà. Quanto invece agli ammiratori italiani del ‘nuovo zar’, ignoreranno verosimilmente il suo cattivo esempio o fingeranno di non accorgersene, potendo comunque cavarsela vantando i pregi del sovranismo più o meno populistico, che consente a tutti di risolvere i problemi come ciascuno meglio crede senza dover subire abusive e irritanti imposizioni o pressioni altrui. Ma anche qui, naturalmente, con risultati da verificare sia pure in corpore vili, cioè sulla pelle di tutti.

La riforma russa (‘cannibalesca’, secondo uno dei tanti detrattori), intanto, è giunta al traguardo giovedì scorso malgrado le vivaci e prolungate proteste popolari nonché dissensi politici senza precedenti. Non era infatti mai accaduto, con Putin al Cremlino ufficialmente o di fatto, che si schierasse contro di essa l’intera opposizione ‘di sistema’, quella cioè non radicalmente ostile al regime vigente e anzi, in pratica, normalmente più collaborativa che critica con il governo specialmente, ma non solo, in politica estera.

Il risultato finale, in realtà, era scontato in partenza, data la schiacciante maggioranza di cui ‘Russia unita‘, il ‘partito del potere’, dispone alla Duma, principale camera della Federazione. Il salto dell’età pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini entro il 2028 e da 55 a 60 per le donne entro il 2034 è stato approvato giovedì scorso, in terza e ultima lettura, con 333 voti favorevoli e 62 contrari su un totale di 450 seggi. Il percorso che ha preceduto il varo della riforma (dando per scontato anche il prossimo sì dell’altra camera, il Consiglio della Federazione) non è stato tuttavia incontrastato né irrilevante.

In prima lettura, il 19 luglio, ai 327 sì avevano risposto 102 no, espressi in modo quasi compatto dall’intera opposizione, formata dal Partito comunista, da quello cosiddetto liberal-democratico (LDPR) e da ‘Russia giusta‘, l’unica che prima di venire in qualche modo addomesticata aveva fatto sentire in passato voci sensibilmente discordanti. Una novità, dunque, per nulla gradita al regime nonostante la rara esibizione di un minimo di dialettica democratica, che a Mosca dopotutto fa comodo.

Spesso aspramente contestato anche personalmente dai dimostranti e castigato da un vistoso calo di consensi nei sondaggi, Putin è corso ai ripari a fine agosto con un appello televisivo alla nazione, cercando di spiegare al popolo le buone ragioni del governo e proponendo alcune modifiche al progetto di legge in questione, con in testa la riduzione di tre anni dell’età pensionabile per le donne, prevista inizialmente a 63 anni. Un simile intervento del Number One era del resto facilmente prevedibile, e qualcuno anzi subodorava che tutto fosse stato predisposto per salvare almeno la sua faccia.

Ma poiché ci si aspettava probabilmente qualcosa di più o di meglio, le reazioni sono state per lo più negative e semmai ancora più rabbiose che in precedenza, con la piazza in ininterrotta agitazione e il partito comunista sempre in prima linea, gareggiando ad eccitarla con l’oppositore più temuto dal Cremlino, Aleksej Navalnyj. L’intervento non è stato comunque del tutto inutile ai fini dell’iter parlamentare.

Al termine del passaggio del progetto in seconda lettura una votazione preliminare sui 9 emendamenti suggeriti da Putin ha visto questi ultimi approvati all’unanimità, mentre nello scrutinio conclusivo, il 26 settembre, i voti contrari si sono ridotti a 59. Per quanto riguarda i comunisti, alcuni loro esponenti hanno dichiarato che la riforma sarebbe stata comunque varata e che tanto valeva migliorarla per quanto possibile, ferma restando la contrarietà del secondo partito nazionale alla legge nel suo insieme.

La formazione capeggiata da Gennadij Zhjuganov, forte (se così si può dire) di 42 deputati alla Duma contro 39 “liberal-democratici” e 23 di Russia giusta, deve in effetti aver dato il grosso dei 62 voti contrari espressi il giorno seguente a conclusione della terza e definitiva lettura, mantenendo così un dissenso puramente dimostrativo fin che si voglia ma confortato dal perdurare degli umori popolari prevalenti.     

Lo stesso 27 settembre, infatti, un sondaggio del Centro indipendente Levada rivelava che per il 40% dei russi le modifiche proposte da Putin non cambiavano praticamente nulla, per il 25% cambiavano le cose in peggio e solo per il 29% le miglioravano. E dalla stessa inchiesta emergeva altresì che al 34% di quanti avevano ascoltato o sapevano dell’appello televisivo presidenziale Putin era piaciuto meno di prima e solo per il 7% la sua immagine ne era uscita migliorata. Un crescendo di popolarità personale che durava da anni, insomma, ha subito una sonora battuta d’arresto, e non è facile prevedere che qualche nuovo eventuale successo in politica estera basti a rilanciarlo.

D’altra parte, se questa volta il ‘nuovo zar’ non è riuscito a separare le proprie responsabilità da quelle dei suoi collaboratori a tutti i livelli, di norma assai meno popolari di lui e spesso invisi alla massa dei cittadini, i recentissimi insuccessi della categoria non giovano ovviamente al suo prestigio anche nella misura in cui non sono indirettamente attribuibili proprio alle colpe che a lui o anche a lui vengono rimproverate.

La coincidenza tra la riforma delle pensioni e gli esiti delle recenti elezioni regionali e locali, spesso insolitamente negativi per Russia unita, non può certo apparire casuale, e tanto meno in una fase che vede il ‘partito del potere’ altrettanto insolitamente osteggiato da formazioni finora più sue alleate che non temibili avversarie. Quella che molti deridevano come una classica ‘opposizione di sua maestà’, capace magari di sognare persino rivoluzioni ma solo ‘col permesso del sovrano’, comincia forse a mostrare denti non di carta (come si diceva un tempo tra URSS e Cina) cogliendo l’occasione offertale dalle circostanze.

Il forse è d’obbligo, certo, ma non sminuisce più di tanto in partenza le novità da registrare in campo elettorale. Novità o meglio conferme, in quanto i candidati di Russia unita a governatori di undici regioni, già imprevedibilmente costretti al ballottaggio in quattro di esse al primo turno elettorale del 9 settembre, in due casi (Chabarovsk e Vladimir) sono stati sconfitti in seconda battuta, due settimane più tardi, da concorrenti dell’LDPR. Un terzo è stato invece indotto a ritirarsi, in Chakasia, perché irrimediabilmente distanziato dal rivale comunista con conseguente rinvio del ballottaggio a dicembre.

Il caso più eclatante è avvenuto nel Litorale (Primorje), la regione estremo-orientale con capoluogo Vladivostok. Qui non si insedierà Steven Seagal, noto attore e ammiratore americano di Putin, offertosi a lui come governatore locale. Ma neppure il candidato ufficiale di Russia unita, protagonista di una mirabolante risalita nel conteggio dei voti che lo ha portato a scavalcare in extremis il concorrente comunista già nettamente in testa. Un non infrequente caso di manipolazione che ha suscitato un comprensibile putiferio, non senza un tentativo di addebitare manovre fraudolente anche al mancato vincitore.

Zhjuganov ha denunciato «metodi da banditi» e una «Cernobyl politica», incurante del fatto che Putin in persona, alla vigilia del voto, aveva ricevuto e incoraggiato il protagonista forse involontario della vicenda dopo essersi incontrato nella città portuale con i massimi dirigenti di Cina, Giappone e Corea del sud, interessati alle prospettive di copiosi investimenti in una regione con grandi ambizioni ma tuttora depressa.

Dopo rapide indagini la votazione è stata comunque annullata e dovrà quindi ripetersi con buone chances, anche qui, per il candidato comunista chiunque lo sia. Sempre che il suo partito non finisca castigato in un modo o nell’altro, come è stato ventilato da qualche parte, per una paventata quanto plausibile tendenza, naturale per qualsiasi formazione politica, a trasformarsi in una forza di vera opposizione prima di poter eventualmente aspirare anche a ruoli di governo.

Già nel primo turno elettorale, va ricordato, le liste del PCFR avevano ricevuto più consensi di quelle di Russia unita in tre regioni, sia pure conquistando la maggioranza assembleare solo in una (Irkutsk) nell’intera federazione a causa di un meccanismo che consente al “partito del potere” di prevalere nell’assegnazione dei seggi a titolo individuale. In altri termini, il suo predominio nazionale per ora è appena scalfito nonostante la vistosa concentrazione delle sue perdite in un’area di grande importanza strategica come l’Estremo Oriente.

A Mosca, come sappiamo, e anche in altri maggiori centri della Russia europea, Russia unita si è nuovamente imposta senza fatica. E tuttavia proprio nella capitale, dove nelle precedenti elezioni comunali, caso più unico che raro, l’opposizione ‘antisistema’, cioè autenticamente liberal-democratica nonchè filoccidentale, aveva conquistato la maggioranza in più consigli rionali, il potere centrale ha poi mostrato di temere simili successi più o meno localizzati ostacolando in vario modo l’attività anche puramente amministrativa di questi ed altri eletti dal popolo ma non graditi.

All’incirca come continua a fare, più scopertamente, con Navalnyj, condannato a ripetizione con vari pretesti per periodi prevalentemente brevi, ciò nonostante mai messo a tacere ma sistematicamente impedito di competere anche solo a fini simbolici per la presidenza federale o altre cariche pubbliche. Scarcerato l’ultima volta il 24 settembre, dopo un mese di detenzione, il blogger anticorruzione, e ora altresì difensore dei pensionabili, ha trascorso in prigione, a partire dal 2011, 172 giorni complessivi.

Succederà lo stesso con il PCFR? Molto dipenderà, ovviamente, dai comportamenti dello stesso partito più legato ad un passato riguardo al quale l’attuale regime, dal vertice in giù, continua a mostrarsi ambiguo, avendo poco in comune con il vecchio in campo economico-sociale, non poco (come si vede) in politica interna e molto, invece, in politica estera, un po’ per forza di cose e un po’ con la complicità dell’Occidente.

Ulteriori successi del PCFR potrebbero fare comodo al partito dominante almeno per un aspetto: contribuirebbero ad agevolare un’eventuale scelta di Putin, contrastante con quella sulle pensioni, di puntare su un’accentuata riespansione del settore pubblico dell’economia a spese di quello privato e dello stesso sistema di mercato, instaurato e sinora mantenuto soprattutto a vantaggio, però, degli ‘oligarchi’ o comunque di una ristretta cerchia di privilegiati purchè politicamente ligi al Cremlino. Al momento sembrano prevalere le pressioni in senso opposto, ma il dilemma rimane aperto.

Il ruolo del partito più di sinistra preoccupa in modo particolare, tanto più se destinato a crescere, quanti appunto premono, non solo dall’opposizione antisistema, per un maggiore avvicinamento ai modelli occidentali, in economia e finanza ma, in qualche misura, fors’anche in campo politico. Dove, tuttavia, si sopravvaluta probabilmente l’attrazione di Zhjuganov e compagni per il modello sovietico ovvero una loro nostalgia per il “socialismo reale” degli ultimi decenni dell’URSS o addirittura per lo stalinismo.

Dopotutto, si sono formati o riformati in un sistema strutturalmente democratico della cui pur lamentevole illiberalità hanno fatto le spese quando il predecessore di Putin, Boris El’zin, fece sparare i carri armati contro il parlamento e vinse le elezioni presidenziali contro lo stesso loro leader attuale solo grazie ad ormai conclamati brogli, divenuti poi consuetudinari anche se su scala più ridotta, se non proprio marginale, in circostanze meno conflittuali rispetto agli anni ’90.

In altri termini, i dati salienti dell’odierna situazione russa suggeriscono che un’ulteriore ascesa del ruolo degli epigoni dell’esperienza sovietica, anziché preludere ad un’improbabilissima restaurazione, potrebbero sì contribuire a spostare verso sinistra il baricentro del sistema vigente nel suo complesso ma anche, contestualmente, ad introdurvi una più normale e sana dialettica politica, che mai non guasta a tutti gli effetti.

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