martedì, Ottobre 20

Putin sugli scudi, ma con promesse da mantenere Il quarto mandato presidenziale è puntualmente arrivato, e persino con un record, malgrado il bilancio in chiaroscuro del 'nuovo zar'

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«Cattivo in Occidente, buono in Russia, perché?», è uno dei tanti interrogativi più o meno simili proposti dai titoli che scorrono in questi giorni sul web e sui media in generale. E, non a caso, già di per sé contestabile perché non proprio esatto. Passi per la Russia, dove non si può dare per certo che Vladimir Putin sia buono, se non per tutti, almeno per la maggioranza schiacciante che ufficialmente ha votato per lui.

Nel grande Paese che, per tutta la sua storia, praticamente non ha mai conosciuto una vera e duratura democrazia né un irreprensibile Stato di diritto, le elezioni non sono mai state pulitissime. Neppure sotto Boris El’zin, il presidente (o zar) più democratico che a Mosca e dintorni si sia mai visto per un periodo non brevissimo.

Accadde all’indomani del decesso dell’Unione Sovietica da lui stesso decretato, nel 1991, insieme con un paio di complici, e della messa al bando del partito comunista imposta a Michail Gorbaciov dopo il fallito golpe dei conservatori contro l’ultimo segretario generale del PCUS nonché primo presidente della moribonda URSS, riformista convinto quanto sfortunato.

Passato alla storia incitando il popolo alla resistenza contro i golpisti dall’alto di un carro armato nel cuore della capitale, El’zin fece poi prendere a cannonate, due anni più tardi, la sede del parlamento occupata dagli oppositori più o meno nostalgici. Dopo altri due anni ottenne la riconferma a primo presidente della nuova Russia battendo il concorrente più forte, Gennadij Zhjuganov, tuttora leader del PCFR, il nuovo partito comunista, solo grazie ad un voto opportunamente manipolato.

Una manipolazione probabilmente non determinante si riebbe nel 2012, quando Putin ottenne il suo terzo mandato presidenziale, distanziato dai primi due dall’interregno di Dmitrij Medvedev, precedente e successivo capo del governo, il collaboratore col quale l’ex agente del KGB sovietico si scambiò due volte le due massime cariche della Federazione russa per rispettare i limiti fissati dalla Costituzione.

La gente non apprezzò molto il giochetto, ma ciò nonostante era già lecito presumere che, al di là delle cifre variabili, l’uomo forte del regime godesse di un consenso popolare più o meno nettamente maggioritario. E ciò grazie ai meriti che si era guadagnato ristabilendo l’ordine pubblico e una quanto meno relativa tranquillità interna rispetto al caos e all’insicurezza dominanti nell’era elziniana nonché risollevando l’economia e il tenore di vita nazionali dalla prostrazione causata dal ”ribaltone” del 1991.

Consensi ancora più ampi sono poi arrivati in seguito all’energica e orgogliosa reazione del Cremlino al pericolo che la “sorella minore” ucraina della più grande Russia troncasse i multiformi legami con essa passando nel campo occidentale con la denunciata istigazione americana e dell’Unione europea, dopo che Mosca aveva dovuto subire l’allargamento verso est in particolare della NATO, un’alleanza nata in funzione antisovietica e mantenuta in vita malgrado la fine della ‘guerra fredda’, la caduta del ‘muro di Berlino’ e lo scioglimento del blocco orientale capeggiato dall’URSS.

Alla fulminea riappropriazione senza colpo ferire della Crimea, già russa prima che i successori di Stalin la cedessero all’Ucraina pur sempre nell’ambito dell’URSS, oltre che abitata in maggioranza da russi, si è aggiunto il pieno appoggio politico e militare di Mosca alla ribellione di due province orientali ucraine al governo di Kiev con conseguente scoppio di un conflitto armato che si trascina ormai da quattro anni senza apprezzabili progressi verso una soluzione pacifica.

Il tutto, accompagnato da una tensione internazionale ad ampio raggio e spesso allarmante, non ha fatto che incrementare la popolarità domestica di Putin, stando almeno ai sondaggi d’opinione, benchè le sanzioni inflitte dall’Occidente alla Russia per punizione abbiano contribuito non poco ad aggravare una nuova crisi economica, con inevitabili ricadute sociali, profilatasi ancor prima del crollo dei prezzi del petrolio, pilastro insieme al gas naturale di un apparato produttivo nazionale complessivamente inadeguato e troppo dipendente, appunto, dal settore energetico.

Da una brusca recessione il Paese sta uscendo ora solo a fatica, ma in compenso a rinsaldare la fiducia nel suo capo supremo è giunto l’intervento militare nel conflitto in Siria, una dimostrazione di forza e risolutezza apparentemente premiata da una massiccia approvazione popolare, estesa anche alla rivendicazione governativa di un rango e di una dignità di grande potenza capace e legittimata a farsi valere, se non altro per reazione ad una cieca ostilità altrui, non solo nel suo ‘vicino estero’.

Ufficialmente motivato soprattutto in quanto doveroso e necessario per respingere l’avanzata dell’estremismo e del terrorismo islamici, l’intervento a difesa del regime di Damasco, esaltato da Mosca come un grande successo, è stato indubbiamente efficace. Ha altresì alimentato, però, l’immagine esterna di una Russia nuovamente ed aggressivamente espansionista a danno di Stati sovrani e comunque pericolosa per la pace mondiale.

Un’immagine diffusa quanto meno in Occidente, già allarmato dal rimpianto espresso da Putin per la disintegrazione dell’URSS, da lui definita massima catastrofe del ventesimo secolo, e dal suo obiettivo apparentemente implicito di ricostruire l’impero zarista e poi sovietico, sia pure con una preferenza per il primo piuttosto che per il secondo.

Preferenza, peraltro, controbilanciata dai test demoscopici che indicano stabilmente in Leonid Brezhnev, leader sovietico più longevo dopo Stalin, il politico russo oggi meglio quotato dai suoi connazionali, e nello stesso “padre dei popoli” un crescente esempio positivo di statista se non altro in quanto artefice del trionfo finale sull’invasore nazista. Tutto il resto, sembra di capire, gli viene condonato.

A questo punto risulta piuttosto chiaro, si direbbe, il perché di un Putin ‘buono’ in Russia e ‘cattivo’ in Occidente. Sempre che, però, ci si accontenti, nel primo caso, di un grado effettivo di bontà verosimilmente ridimensionato dall’imponente complesso di misure preventive adottate per condizionarne la misurazione e solo coronate dalla sistematica esclusione dalle prove elettorali dell’unico avversario, Aleksej Navalnyj, in grado non certo di contrastare ma almeno di oscurare in qualche misura la scontatissima vittoria del predestinato.

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