giovedì, Dicembre 12

Putin lancia un nuovo Grande Gioco Tra enormi difficoltà e ostacoli la Russia cerca di promuovere in tutta l’Asia un inedito sistema di convivenza equilibrata e collaborativa

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L’uomo, per sua natura, ama fra l’altro giocare, come insegnava e descriveva il grande storico olandese Johan Huizinga. Lo fa anche in politica, benchè non in modo propriamente ludico, e lo fanno anche gli Stati, non proprio per divertirsi e magari sulla pelle e a spese dei loro cittadini come di quelli altrui. Succede comunque in tutto il mondo ma in particolare in Asia, il continente più grande, dove anzi si parla infatti, più spesso che altrove, di grandi giochi fatti, in corso o in programma.

Il primo a parlarne, che si ricordi, fu Rudyard Kipling, scrittore inglese un tempo famoso, che in un altrettanto celebre romanzo non solo di fantasia, ‘Kim’, raccontò la lunga rivalità ottocentesca tra due imperi, la Russia zarista protesa ad estendersi verso est e la Gran Bretagna impegnata a contrastarla nei dintorni dell’India appena conquistata. Come stava del resto facendo, anche più direttamente, a sudovest, per impedire l’accesso moscovita al Mediterraneo dominato da Londra.

In Asia non si arrivò allora a scontri armati tra le due potenze, mentre imperversarono piuttosto, sfruttando e fomentando i conflitti locali, le mene dei rispettivi servizi segreti, rievocate in qualche opera anche recente. Naturalmente il libro di Kipling è tornato in mente a molti una quarantina d’anni fa, quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan scatenando reazioni occidentali (e non solo) che non sfociarono mai in collisioni frontali ma innescarono conflitti, con ripercussioni su scala planetaria (basti ricordare le “torri gemelle” di New York) che tuttora si protraggono senza apprezzabili prospettive di esaurimento a breve termine.

Sono occorsi però i mutamenti più epocali sopravvenuti dopo il crollo dell’URSS, ovvero cominciando da esso, perché l’immagine di qualche gioco più o meno grande venisse riproposta con insistenza, riferendola ad un numero crescente di maggiori e minori protagonisti della scena asiatica, dalla neosuperpotenza cinese in giù.

Lo ha fatto ad esempio, a fine settembre, un giornalista di razza come Alberto Negri, illustrando su “il Manifesto”, sotto il titolo “Il Grande Gioco sino-pakistano”, un progetto di corridoio economico, di rilevanza strategica anche politica, che dovrebbe collegare due Paesi tradizionalmente amici, ma al centro di vecchi e nuovi antagonismi e varie forme di conflittualità, che tendono addirittura a moltiplicarsi coinvolgendo anche soggetti di altri continenti. E, peraltro, compensati da non meno numerosi tentativi di superarli mediante i necessari avvicinamenti e ricerche di soluzioni negoziate nel comune interesse anziché ricorsi alla forza.

Proprio alla luce di quest’ultimo aspetto va subito detto che il gioco più grande, oggettivamente più ambizioso e perciò stesso anche più arduo e di più incerto esito lo sta svolgendo in questa fase, o sembra proiettata a svolgerlo, la Russia. Proprio quella potenza, cioè, militarmente più forte nel continente, e che altrove si è dimostrata, in questi ultimi anni, non solo capace di usare efficacemente la forza di cui dispone ma anche di non avere remore ad usarla in difesa di quelli che considera suoi vitali interessi e sacrosanti diritti, come è avvenuto in Ucraina e in Siria.

D’altra parte, amiche o nemiche che siano o siano state sinora, le sue controparti non sono neppure militarmente pesi leggeri da affrontare eventualmente con leggerezza su questo terreno, a cominciare ovviamente dalla Cina che gli esperti danno ormai per vicina alla Russia in materia di armamenti. A Mosca, inoltre, si sa per dura esperienza, nella fattispecie in Afghanistan, quanto poco si possa contare su una forza anche nettamente superiore, sulla carta, per risolvere con il suo uso problemi nei quali non siano in gioco vitali interessi nazionali.

La potenza militare, invece, costituisce l’altra faccia del possesso russo di uno strumento, quale la produzione abbondante e tecnicamente avanzata di armi, da utilizzare esternamente sia come uno dei pilastri di un’economia nazionale carente e vulnerabile, sia per stabilire o coltivare legami commerciali con clienti spesso anche politicamente preziosi. Una risorsa, dunque, in aggiunta alle fonti di energia (e più di recente anche alle esportazioni agricole), di evidente importanza e, tuttavia, insufficiente a colmare in misura apprezzabile il divario economico, semmai crescente, che divide la Russia dalla Cina, e pesa non solo sul complessivo confronto diretto tra i due Paesi ma anche sulla loro diversa capacità di attrazione e di influenza sugli altri.

Divario e diversità che, a loro volta, ridimensionano in qualche misura la pur conclamata amicizia tra Mosca e Pechino, benchè certo non immaginaria e primeggiante, anzi, tra quelle che il Cremlino possa vantare nel mondo da quando, paradossalmente, sulle sue mura non sventola più la bandiera rossa. Mentre resta tuttora di quel colore, malgrado tanti (e quali!) cambiamenti, non soltanto il vessillo dell’ex Celeste impero, dove la democrazia è ancora meno di casa che in Russia.   

Tutto ciò non toglie, però, che Vladimir Putin e compagni non possano non guardare con un minimo di preoccupazione e diffidenza, al di là di ogni reciproca effusione, all’ascesa inarrestabile e oggettivamente ingombrante di un simile vicino su tutti i fronti, spesso apertamente risentita in un Paese in cui si conserva la memoria storica di un’antica dominazione plurisecolare, mongola ma pur sempre gialla. Che la non brevissima comunanza di un regime comunista, anziché cancellare, è persino riuscita a ravvivare.

La Cina odierna incombe sotto vari aspetti, in particolare, sull’Estremo Oriente russo, la cui lontananza da Mosca si esprime anche col suddetto risentimento, inevitabilmente accentuato benchè misto con ammirazione e invidia per i molteplici exploit di Pechino. Ma la stessa Cina è chiamata in causa per prima dagli sforzi che Mosca sta compiendo, e che abbiamo già avuto modo di esaminare la settimana scorsa, per promuovere un adeguato sviluppo della regione, in proprio e in indispensabile collaborazione con tutti i Paesi vicini.

Si tratta dichiaratamente di una priorità nazionale, per Putin, applicabile a tre presumibili obiettivi: dare un contributo altamente importante allo sviluppo e all’ammodernamento dell’intera economia russa; rispondere così anche alle tendenze centrifughe e ribellistiche della regione confermate dall’esito di recenti elezioni; promuovere il Dal’nyj Vostok a base e perno centrale di una strategia economico-politica a largo raggio mirante ad instaurare in Asia un sistema di equilibri e contrappesi necessario per garantire la sicurezza di tutti i Paesi del continente e la loro convivenza pacifica e cooperativa, sventando la minaccia di qualsiasi egemonia interna o esterna, nuova o di ritorno.

Una valorizzazione dell’Estremo Oriente, insomma, nel quadro di un disegno di ampio respiro rispondente in primo luogo, naturalmente, ai particolari interessi ed esigenze della Russia ma tale da poter risultare gradito anche alla maggior parte dei suoi vicini se non proprio a tutti indistintamente. Compresi, comunque, quanti hanno potuto sinora trarre profitto dagli antagonismi tra le maggiori potenze, USA e URSS prima e ancora USA e Cina poi, ma adesso vedono forse profilarsi il rischio di un’eccessiva preponderanza cinese.

In testa al gruppo può in fondo figurare la stessa Russia, che da quando ha imboccato una rotta di collisione con l’Occidente, Stati Uniti in testa, gode di un prezioso appoggio cinese, in funzione antiamericana quanto meno nello scacchiere asiatico. Appoggio che, ovviamente ricambiato da Mosca, si è automaticamente rafforzato in questi ultimi mesi in seguito alla virtuale dichiarazione di guerra commerciale a Pechino da parte di Washington, in aggiunta al sostegno politico-militare americano ai Paesi rivieraschi del Mare cinese meridionale nella loro vertenza locale con la Repubblica popolare.

Al tempo stesso, tuttavia, Mosca si è vistosamente attivata per intensificare i legami non solo economici con tutti i Paesi asiatici grandi e meno grandi finora più vicini (se non proprio alleati) agli USA o addirittura in rapporti per nulla amichevoli con la Cina, come l’India, il Giappone e il Vietnam. Altro Paese già comunista, quest’ultimo, e concretamente tuttora tale in qualche misura, ma mai riconciliatosi con Pechino (a differenza di quanto avvenuto con Washington) dopo un breve ma aspro conflitto armato.

Quanto al Giappone, Mosca sta premendo più che mai su Tokyo per ottenere sia la sua più ampia partecipazione possibile agli investimenti nell’Estremo Oriente sia la stipulazione, finalmente, del trattato di pace bilaterale mancante da oltre settant’anni ma che il governo di Shinzo Abe vorrebbe condizionare al formale riconoscimento della sovranità nipponica su una parte delle isole Kurili, forzatamente cedute a suo tempo all’URSS, se non proprio ad una loro immediata restituzione. Putin, che sollecita invece una firma incondizionata del trattato entro l’anno, non sembra ancora intenzionato a concederlo, fermo sulla posizione che ciò che appartiene alla Russia non si tocca, almeno sulla carta. L’esito della pressione darà una misura significativa dei prezzi che Mosca è disposta a pagare per il successo dei suoi disegni in generale.

Maggiore attenzione richiama però, per il momento, il caso India, colosso meno solido e meno rampante della Cina benchè potenza comunque emergente. Originariamente attestata su una linea neutralistica, come il grosso del movimento dei Paesi “non allineati” durante la contesa tra Est e Ovest, finì con l’accostarsi più all’URSS, e poi alla Russia, che agli USA, soprattutto dopo essersi scontrata anche militarmente con la Cina, a sua volta amica e sostenitrice del Pakistan, avversario irriducibile dell’India oltre che inizialmente inserito nella rete di alleanze indirettamente collegate con la NATO.

Malgrado l’apparente orientamento, negli ultimi anni, a collaborare almeno entro certi limiti con Mosca e Pechino all’interno del gruppo BRICS (comprendente anche Brasile e Sudafrica), tendenzialmente ostile all’egemonia planetaria di Washington, solo nello scorso aprile il governo di New Delhi ha accennato, in un apposito incontro al vertice, a rompere davvero il ghiaccio e la diffidenza cui erano improntati da decenni i rapporti con la Cina.

Se la schiarita era genuina, è però svanita dopo pochi mesi. Proprio in concomitanza con la piega platealmente conflittuale assunta dai rapporti cino-americani, Narendra Modi e compagni hanno optato per rianimare quelli con gli USA mettendo in cantiere, in settembre, un accordo bilaterale di concertazione strategica destinato a sollevare immediatamente le immancabili ire di Pechino.

A correre fulmineamente ai ripari è stata comunque la Russia. Ai primi di ottobre, tornato a New Delhi per il diciannovesimo vertice annuale consecutivo russo-indiano, Putin ha concordato la fornitura agli ospitanti di una grossa partita (per oltre 5 miliardi di dollari) di missili antimissili a lungo raggio e ultimo modello, definiti puramente difensivi fin che si voglia, nonché la progettata vendita di alcune unità navali, elicotteri e armi leggere varie. Il tutto passibile di sanzioni americane a carico delle imprese esportatrici russe per le note ragioni, in un quadro complicato per un altro verso dai mutamenti di posizione un po’ di tutti riguardo alla situazione sempre allarmante in Afghanistan.

Allarmante, fra l’altro, innanzitutto per le repubbliche centroasiatiche ex sovietiche, particolarmente esposte alla penetrazione del fondamentalismo ed estremismo islamista in un’area che Mosca tende a considerare di propria preminente se non esclusiva influenza. E solo parzialmente accomunata, finora, dalla partecipazione alle varie organizzazioni collettive, patrocinate dalla Russia, con in testa quell’Unione economica eurasiatica che il Cremlino vorrebbe estendere anche ad altri Paesi del continente e persino agganciare in qualche modo alla nuova e ambiziosissima Via della seta lanciata da Pechino, con dovizia di mezzi, verso i più lontani approdi europei.

Se e in quale misura l’instabilità e conseguente imprevedibilità della situazione politica asiatica possano vanificare o seriamente ostacolare anche gli sforzi che Mosca sta dispiegando per promuovere la cooperazione economica multilaterale non solo nel proprio interesse, resta da vedere. Certo è, in ogni caso, che l’ultima versione di Grande gioco continentale si presenta come la più audace concettualmente e la più impegnativa nella realtà fattuale di qualsiasi precedente. Per un suo successo anche solo parziale occorrerà di sicuro anche molta fortuna, quella che, come si dice, aiuta gli audaci.

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