domenica, Settembre 20

Siria: Putin, Erdogan e Rouhani ad Ankara per la guerra, più che per la pace Il vertice tra Russia, Turchia ed Iran, con al centro la guerra in Siria nell'intervento con Francesco Strazzari, Professore associato alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e Senior Researcher al Consortium for Research on Terrorism and International Crime del NUPI.

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Il futuro della Siria, e del Medio-Oriente, passa per Ankara. Dopo l’incontro di ieri tra il Presidente russo Vladimir Putin e il leader turco Recep Tayyip Erdogan, tenutosi alla cerimonia di avvio dei lavori di costruzione della prima centrale nucleare di Ankara, oggi si è svolto nella, blindatissima, capitale turca il vertice a tre con il Presidente iraniano Hassan Rouhani. Nel vertice, sarà centrale la questione del conflitto siriano, oltre che ad affari legati al nucleare, al gas, e alla vendita di sistemi d’armi, come i sistemi di ‘difesa’ antiaerea S-400 ordinati dalla Turchia che la Russia si è detta pronta a consegnare.

Il vertice di Ankara è il secondo summit fra i tre leader dopo l’incontro del novembre 2017 a Sochi, sul Mar Nero. Una nuova Yalta per il controllo del Medio-oriente, dove i tre protagonisti del conflitto siriano, con l’esclusione degli Stati Uniti, si spartiscono le provincie a discapito dei civili, lontano dagli occhi dell’Onu e degli altri attori internazionali.

Russia, Turchia e Iran sono gli attori di primo piano in questa guerra siriana e ‘sponsor’ dei colloqui di pace che si tengono ad Astana, in Kazakistan, paralleli a quelli che invece si svolgono a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Proprio ad Astana lo scorso anno è stato raggiunto un accordo per la creazione di alcune zone di “de escalation” in Siria, tra cui Idlib, dove l’accordo di Astana prevede che la Turchia allestisca gradualmente 12 punti di osservazione, e alcune aree delle province di Aleppo, Latakia e Hama.

La riunione di Ankara arriva in una fase decisiva del conflitto siriano. Negli ultimi giorni, infatti, le forze lealiste del presidente siriano Bashar al-Assad, con l’apporto di Mosca, hanno ripreso il controllo della Ghouta orientale, roccaforte ribelle alle porte di Damasco assediata dal 2013, dopo negoziati che hanno permesso l’evacuazione dei ribelli e dei loro familiari verso le province settentrionali.

Intanto, in Siria i diversi conflitti continuano a colpire il territorio e a causare un enorme perdita di civili. Nel nord del Paese prosegue l’operazione “Ramoscello d’ulivo della Turchia e dei ribelli alleati dell’Esercito siriano libero (Esl) inziata il 20 gennaio con l’obiettivo dichiarato di eliminare la minaccia posta dal sedicente Stato Islamico e dai miliziani curdi delle Unità di protezione del popolo (Ypg), che Ankara considera un’organizzazione terroristica al pari del Pkk. I militari turchi hanno già allontanato i combattenti curdi dalla regione di Afrin, mentre il presidente turco Erdogan ha più volte minacciato di estendere la campagna militare da Afrin a Manbij.

A rimanere escluso dal tavolo di Ankara, rimangono, come previsto, gli Stati Uniti. Sebbene il Presidente americano Donald Trump, abbia annunciato il deisiderio di ritirare le truppe dal territorio siriano, in una conferenza stampa congiunta con i presidenti degli Stati Baltici, la telefonata con il Re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud lascia qualche incertezza su quella che sarà la politica americana in Siria. Secondo il portavoce della Casa Bianca, durante il colloquio è stata sottolineata l’importanza di rafforzare la partnership strategica tra Usa e Arabia Saudita, soprattutto in funzione anti-Iran, complice, secondo il tycoon, di sostenere il fondamentalismo islamico.

Inoltre, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa ufficiale turca “Anadolu”, gli Stati Uniti starebbero allestendo “due basi” nella regione di Manbij, nel nord della Siria, dove avrebbero rafforzato la presenza militare. Citando fonti locali affidabili a Manbij, Anadolu scrive che gli Stati Uniti stanno espandendo un punto di osservazione nel villaggio di Dadat, a otto km dal fiume Sajur,  «con l’obiettivo di costruire una base attraverso materiali edili ed equipaggiamenti pesanti sono già stati trasferiti a sudest del villaggio». 

Abbiamo parlato con Francesco Strazzari, Professore associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Senior Researcher al Consortium for Research on Terrorism and International Crime del NUPI, per capire quali possono essere le conseguenze dell’incontro di Ankara sul conflitto siriano e quale sarà la nuova posizione degli Stati Uniti dopo quella che sembra essere, a tutti gli effetti, un esclusione forzata dalla questione siriana.

L’incontro ad Ankara tra Iran, Russia e Turchia segna un passaggio importante in funzione della risoluzione della questione siriana. Quali possono essere le conseguenze di questo vertice?

Innanzitutto non parlerei di risoluzione, ma di una traiettoria verso cui le potenze regionali predono in mano la gestione della guerra, più che della pace, in quanto in Siria si stanno combattendo cinque guerre contemporaneamente. La prima riguarda la guerra contro l’Isis, che è stata formalmente messa in pausa, anche se questa settimana son. La seconda riguarda, a Nord, la Turchia e i curdi, che ha come fronte Manbij, punto cardine per la guerra che si sta combattendo ad Afrin. La terza si trova a Islib, a Nord, dove in campo ci sono jihadisti anti-turchi, elementi pro-turchi e ribelli in ritirata da Aleppo. C’è una guerra, che si sta concludendo, a Ghouta, una delle aree ribelli di Aleppo, dove le truppe di Assad si stanno portando avanti territorialmente. Poi c’è un’altra guerra, di cui non si parla molto, che si sta svolgendo a Sud, dove sono concentrati alcuni ribelli contro le truppe di Hezbollah. In questo momento si stanno portando avanti cinque guerra in una, dove ognuno sta spingendo per i propri interessi. Al tavolo in cui si decidono le traiettorie sul campo, mancano però gli Stati Uniti, così come la Francia e l’Inghilterra che rimangono fedeli al processo negoziale di Ginevra e Vienna, che però è al traino delle iniziative delle tre potenze, Russia, Turchia e Iran. Nell’incontro di oggi, c’è un elemento importante, cioè il fatto che si svolge ad Ankara, e non ad Astana, cioè a casa di Erdogan, e questo rappresenta un peso politico significativo per la convergenza d’interessi dei due Paesi, come l’apertura della prima centrale nucleare civile turca.

É possibile, quindi, che ci sarà qualche passo avanti verso il cessate il fuoco nelle aree colpite o continueranno le operazioni militari di Turchia e Russia?

Le operazioni militari continueranno. Perchè l’obiettivo è quello di semplificare una configurazione territoriale che non collima con le decisioni delle grandi potenze, per cui finchè non si riuscirà a mettere in pratica le decisioni prese al tavolo, le attività militari continueranno. E a pagare saranno sempre i civili. Il fatto che si dica che le intenzioni sono quelle di porre fine al conflitto, risponde a delle frasi diplomatiche di rito, ma non rispondono ad una formula pratica o ad un principio comune. Una delle chiavi di volta riguarda quello che avverrà nelle prossime ora a Manbij, perchè è lì che in un raggio di pochi chilometri ci sono tutti gli eserciti schierati, sia quelli più piccoli che quelli più grandi, ed lì che i turchi hanno già detto che attaccheranno, motivo per il quale, secondo alcune fonti, avrebbero già tagliato l’acqua, il che è rappresenta un crimine di guerra non di poco significato. Inoltre, secondo della CNN, sono arrivati circa 3cento militari americani nell’area dopo che ne sono stati uccisi alcuni durante la scorsa settimana. Quindi, due alleati, dentro l’Alleanza Atlantica che si stanno combattendo, indirettamente, dentro un fazzoletto di terra dentro il quale basta pochissimo per fare deflagrare in qualcosa di molto più grave.

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