venerdì, Agosto 23

Putin e Trump di nuovo a quattr’occhi I problemi economico-sociali della Russia sullo sfondo, non sempre limpido, del dialogo al vertice con il suo maggiore antagonista planetario

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Arrivederci a Osaka, dunque, con gli scongiuri del caso. Se non ci saranno contrattempi, Donald Trump e Vladimir Putin dovrebbero tornare a parlarsi a quattr’occhi in occasione dell’imminente vertice dei G-20 nella seconda città del Giappone. Neppure stavolta si tratterà di un evento memorabile, salvo sorprese. Gli incontri tra i due presidenti non sono una rarità e la comunicazione in forma più riservata, diretta o indiretta, non deve essere mai mancata, malgrado il clima per lo più arroventato tra i due governi e Paesi. Nelle precedenti occasioni, del resto, le attese di qualche risultato utile sono rimaste regolarmente inappagate.

Anche stavolta, poi, si è arrivati al nuovo appuntamento attraverso un percorso ormai familiare e persino stucchevole. Con The Donald, cioè, in veste di instancabile corteggiatore e il “nuovo zar” in quella della forosetta ritrosa o sdegnosa o restìa a sprecare il suo tempo prezioso con un seccatore che non ha niente di interessante da offrire. Ancora una volta, comunque, il corteggiato ha finito col concedersi, sia pure precisando di non avere ricevuto alcun invito formale dalla Casa bianca. Neanche si trattasse di una visita di Stato in compagnia di venti ministri e seicento imprenditori anziché di un semplice colloquio, al massimo di un paio d’ore.

Più seriamente, Putin ha espresso il ragionevole dubbio che il suo omologo americano sia in grado di offrire qualcosa di più ad un “avversario strategico” degli USA proprio adesso che entra nel vivo la sua campagna elettorale per una rielezione certo non scontata. Nelle attuali circostanze, tuttavia, non ci si può accontentare di presumere che il signore del Cremlino si sia fatto pregare solo per abitudine e/o per tenere alto il prestigio della Russia, prima di cedere perché, dopotutto, parlarsi può essere sempre utile se non altro per principio, per chiarire eventuali equivoci e così via.

Sullo sfondo della schermaglia c’è pur sempre il recente rafforzamento oggettivo della posizione di Trump rispetto al Russiagate, grazie al suo parziale scagionamento dalle accuse di un personale coinvolgimento, con conseguente libertà di movimento potenzialmente maggiore nei rapporti di Washington con Mosca. Con l’aggiunta, inoltre, di un rialzo anche per altri motivi intuibili, e più o meno plausibili, dei consensi popolari per il presidente in carica, nonchè di una crescente compattezza in suo sostegno del Partito repubblicano chiamato a decidere la nomination.

D’altra parte, quasi a compensare l’apparente congelamento della crisi venezuelana, che rimane comunque aperta, è esplosa proprio in questi ultimi giorni quella ancor più gravemente minacciosa tra USA e Iran, non lontano, per di più, dai confini della Russia. Ne potrebbe scaturire anche un virtuale obbligo per Mosca di fare da paciere tra una potenza regionale relativamente amica e una superpotenza nuovamente ostile ma con la quale preferirebbe certamente venire a patti, se possibile, anziché collidere ad oltranza.

Un’ulteriore spinta, poi, a non sottrarsi al dialogo con Washington al massimo livello potrebbe venire dall’altrettanto recente decisione americana di fornire nuove armi non puramente “non letali” all’Ucraina, benchè anche il nuovo presidente di Kiev cerchi programmaticamente di riaprire un dialogo con Mosca pur tenendo fermo, apparentemente, sulle posizioni di partenza del predecessore bocciato dagli elettori.

Il gesto conciliante del “nuovo zar”, piccolo quanto si voglia, può però trovare spiegazioni non solo nell’ambito delle relazioni esterne, con le quali, del resto, la problematica interna della Russia, come quelle di qualsiasi altro Paese, raramente si presenta disgiunta o disgiungibile. In concomitanza non necessariamente casuale con il “sì, vediamoci, anche se…” di Putin si sono levate a Mosca altre due voci autorevoli per denunciare, in modo abbastanza insolito per la Russia, una situazione quanto meno preoccupante, se non proprio critica, in campo economico-sociale e quindi anche sotto il profilo politico.

Si tratta di due personaggi di primo piano già per lo più contrapposti l’uno all’altro, non del tutto appropriatamente, dagli osservatori e dai media in generale. Il meno autorevole dei due, attualmente, è Aleksej Kudrin, già ministro delle Finanze e come tale tra i maggiori artefici del risollevamento economico nazionale nel primo decennio della presidenza Putin, prima di perdere il posto proprio per contrasti con l’altro personaggio: Dmitrij Medvedev, oggi nuovamente premier dopo un impopolare mandato presidenziale interinale (e impopolare) assegnatogli per tenere il posto in caldo per il number one del regime.

Benchè in più occasioni critico, in seguito, delle politiche governative da posizioni di tipo liberale e liberista, Kudrin è rimasto in buoni rapporti personali con Putin, che oltre ad ascoltarlo, si dice, in qualità di consulente, ha finito con l’affidargli la direzione di un organo importante, anche se non strategico, come l’equivalente della Corte dei conti italiana.

Intervistato una settimana fa dalla TV pubblica, ha dipinto a tinte fosche lo stato attuale e le prospettive a breve e medio termine dell’economia russa, afflitta da una crisi che stenta a superare e minacciata a suo avviso dal protrarsi di una stagnazione (paragonabile, va ricordato, a quella che trent’anni fa contribuì ad affossare l’Unione Sovietica) rimediabile in un solo modo: trasformando il sistema economico vigente, scarsamente efficiente e competitivo.

Che poi sarebbe anche, ha avvertito l’ex ministro, l’unico modo per scongiurare ulteriori e più gravi esplosioni di protesta contro il persistente calo del tenore di vita, la diffusione della povertà, la corruzione ecc., dopo quelle dello scorso anno contro una penalizzante riforma delle pensioni e quelle recentissime contro la repressione poliziesca.

Quali riforme esattamente siano indispensabili non ha precisato, ma non c’è dubbio che, in linea di massima e non certo isolatamente, Kudrin caldeggi una trasformazione tale da avvicinare il sistema russo a quelli predominanti in Occidente e persino al modello cinese. Di un Paese amico della Russia, cioè, ma che a differenza della Russia è diventato una superpotenza economica evitando una presenza eccessiva dello Stato nell’apparato produttivo e un’anormale quanto insalubre prevalenza dei grandi gruppi spesso monopolistici e in mano ad “oligarchi” per lo più politicamente devoti al presidente della Federazione.

Subito richiamato all’ordine dal portavoce di quest’ultimo, Dmitrij Peskov, che gli ha rimproverato di esagerare in pessimismo ed emotività, l’ex ministro è tornato in TV l’indomani per confermare in sostanza le proprie considerazioni, limitandosi ad assicurare che non intendeva comunque incoraggiare le proteste popolari, semmai temute benchè ovviamente giustificabili.

A questo punto, il 19 giugno, si è fatto sentire anche Medvedev, intervenendo ad un convegno nella città di Gorkij dedicato ai cosiddetti Progetti nazionali, un programma oltremodo ambizioso di sviluppo e ammodernamento su tutta la linea prescritto da Putin e messo a punto dal governo federale nello scorso maggio. Troppo ambizioso, secondo la maggioranza degli osservatori anche russi, e reso tanto meno credibile sia dall’ardua conciliabilità con la base di partenza e le tendenze in atto, sia dagli insuccessi di precedenti operazioni analoghe.

Il programma prevede infatti una crescita costante della popolazione finora mai registrata, un aumento dei redditi reali che negli ultimi anni sono invece costantemente diminuiti e un dimezzamento del numero dei poveri ufficialmente tali, salito ormai a 20 milioni, pari al 13-14% del totale. Simili obiettivi dovrebbero essere raggiunti entro il 2024 grazie ad un incremento annuale medio del PIL di almeno il 3% (con l’inflazione non oltre il 4%), quando lo scorso anno la ripresa dalla recessione ha fatto sì segnare un incoraggiante e inatteso +2,3%, già sgonfiatosi però nell’anno in corso al punto da ridurre la previsione per l’intero 2019 al +1,5%.

Di qui il pressocchè corale scetticismo circa il ribadito obiettivo di soppiantare la Germania, sempre nel giro di un quinquennio, al quinto posto tra le maggiori economie del mondo, e rendere così meno abissale anche il distacco della Russia da quelle delle superpotenze con le quali ambisce a gareggiare. Il suo PIL attuale vale circa un ottavo di quello cinese e un dodicesimo di quello americano. Potrebbe risultare più facile scavalcare almeno l’Italia, altro concorrente, per ora, in fatto di stagnazione effettiva o incombente piuttosto che di crescita.

A differenza del nostro Paese la Federazione russa può vantare conti in invidiabile ordine con debito e deficit quasi inesistenti, almeno secondo dati ufficiali che peraltro vengono generalmente considerati attendibili. Il tutto a spese, comunque, delle condizioni di vita della popolazione, che soffre indirettamente anche della debolezza qualitativa dell’economia nazionale. I Progetti nazionali non mancano di promettere progressi mirabolanti, e sicuramente necessari, in materia di produttività, aggiornamento tecnologico ecc., ma la sorte di analoghi propositi già enunciati in passato non incentiva l’ottimismo.

Non nel caso, ad ogni buon conto, di Medvedev, cioè proprio del principale responsabile ex officio della realizzazione dei piani prescritti dall’alto e formalmente adottati. Stupisce perciò, ma non più di tanto, che il premier si sia affrettato a schierarsi praticamente dalla parte di Kudrin sia pure in termini meno crudi e recisi. Constatando che nei primi mesi di quest’anno è persino ricomparsa la recessione, e premettendo che gli investimenti (per un totale equivalente ad oltre 400 miliardi di dollari) previsti dai “decreti di maggio” non mancheranno di dare i loro frutti in futuro, ha infatti dichiarato che si deve correre immediatamente ai ripari per sventare in partenza il rischio di un esito opposto.  

Ma come? Il premier in carica non ha parlato espressamente di riforme (termine già al bando nell’autunno dell’URSS, quando pure sarebbero servite ancor prima della perestrojka gorbacioviana) e tanto meno di trasformazione del sistema economico, ma è stato meno avaro di Kudrin nel precisare le misure urgenti da adottare pur senza adombrare cambiamenti di rotta radicali. Ha comunque accennato, tra l’altro, alla necessità di promuovere, insieme all’aumento della produttività del lavoro, una maggiore “attività imprenditoriale”, espressione leggibile come rinnovato impulso alla privatizzazione e allo sviluppo delle piccole e medie imprese.

Un’esigenza, questa, della quale proprio Medvedev si era fatto promotore più che autorevole, almeno formalmente, otto anni fa, verso la fine del suo mandato presidenziale, contribuendo a crearsi una reputazione di liberale, non solo in campo economico, dopo che il suo predecessore aveva ristabilito il predominio delle grandi società statali già caposaldo del sistema sovietico. Lo stesso inquilino transitorio del Cremlino, del resto, aveva mantenuto rapporti cordiali con gli Stati Uniti, e con Barack Obama personalmente, destinati invece ad incrinarsi sempre più dopo il ritorno di Putin al vertice del potere.

La privatizzazione, a sua volta, è rimasta all’ordine del giorno, ma più sulla carta che con effetti concreti nonostante la stabilizzazione alla testa del governo di un Medvedev divenuto nel frattempo sempre più impopolare anche perché accusato, non solo dagli aperti oppositori del sistema vigente, di eccessiva sudditanza nei confronti del “nuovo zar”. Con l’appesantirsi delle difficoltà economiche e il non casuale richiamo in alto loco di Kudrin, si è finito col sentir parlare, di tanto in tanto, di una sua candidatura a sostituire proprio il socio più fedele di Putin come numero due della gerarchia statale.

Resterebbe quindi da capire, adesso, se l’ultima sortita di Medvedev vada interpretata come un un’autodifesa dall’implicito attacco del suo ex ministro o piuttosto come un altrettanto implicito appello al number one affinchè compia le pressanti scelte strategiche che un premier, a Mosca, può solo auspicare; o infine, perché no, in entrambi i modi. Si tratta, dopotutto, di scelte da qualche tempo oggetto di un ampio e vivace dibattito all’interno dello stesso sistema vigente di potere che non esclude un certo grado di pluralismo e conseguente dialettica, al di là o al disotto di una facciata prevalentemente autoritaria.

Quanto al nesso tra i suddetti sviluppi e circostanze e la problematica inerente al dialogo esistente o sperato tra Putin e Trump, basti ricordare, per un verso, che Kudrin ha più volte propugnato una politica estera meno militante e costosa perché sinora incompatibile con la debolezza e la vulnerabilità economica del Paese. E, per un altro, che i rapporti complessivi tra Mosca e Washington rimangono avvolti malgrado tutto in una multiforme ambiguità o imperscrutabilità. Putin e i suoi, come è noto, sparano a zero sulle sanzioni anche in quanto causa per lo meno aggravante delle difficoltà economiche russe, pur sostenendo che il Paese è in grado di sopportarle e persino di avvantaggiarsene in quanto costose soprattutto per chi le infligge mentre chi le subisce viene incentivato a sbarazzarsi di un’eccessiva dipendenza dall’estero.

Come se non bastasse, si è appreso in questi ultimi giorni, da fonte ONU, che nonostante le sanzioni (in continuo aumento di semestre in semestre, per una varietà di motivi, da parte dell’intero schieramento occidentale o quasi) gli USA rimangono i maggiori investitori in Russia perché i loro investimenti cumulativi in terra nemica ammontavano alla fine del 2017 ad una cifra (oltre 39 miliardi di dollari) 13 volte superiore alle stime ufficiali russe (3 miliardi, aumentati di mezzo miliardo nel 2018) e quasi 3 volte a quella del  governo americano. Più d’uno, insomma, gioca a carte ben coperte.

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